Quanto rende davvero la Borsa americana? E soprattutto, quanto rischio è necessario accettare per ottenere quel rendimento nel lungo periodo? Sono le domande da cui prende le mosse il nuovo report mensile di CFO Solutions, che dedica il proprio focus a un tema centrale nella costruzione dei portafogli: il rapporto tra rendimento atteso, volatilità e capacità di contenere le fasi negative.

La riflessione parte dall’investimento passivo, approccio che negli ultimi anni si è progressivamente affermato anche grazie a simulazioni storiche e analisi quantitative secondo le quali costruire un’asset allocation efficiente e mantenerla nel tempo potrebbe rappresentare una soluzione ottimale. Una conclusione che, secondo l’Ufficio Studi di CFO Solutions, appare però completa soltanto se si guarda al rendimento, mentre la gestione di un patrimonio deve necessariamente tenere conto anche del rischio.

Un primo esempio riguarda proprio il mercato statunitense. Negli ultimi sette anni la Borsa americana ha prodotto, secondo i dati riportati nel documento, un rendimento medio prossimo al 15% annuo. Allargando però l’orizzonte temporale agli ultimi 70 anni, la media scende intorno al 7%, mentre considerando l’intera storia dei mercati statunitensi il rendimento si avvicina al 5%. Per questo, nell’analisi, un valore prossimo al 7% viene indicato come una stima più ragionevole del rendimento atteso nel lungo periodo.

Il punto centrale, tuttavia, è che quel rendimento medio non arriva attraverso una crescita lineare. Storicamente, osserva il report, circa un anno ogni cinque si è chiuso con una perdita superiore al 10%. Anche le fasi di recupero possono richiedere molto tempo: soltanto negli ultimi cinquant’anni, secondo l’elaborazione riportata da CFO Solutions, i mercati hanno attraversato tre periodi negativi protrattisi per più di cinque anni. Il grafico sulla durata delle crisi presente nella seconda pagina del report evidenzia inoltre episodi particolarmente lunghi, con fasi arrivate a estendersi per numerosi mesi.

C’è poi un secondo elemento. Costruire le aspettative esclusivamente sulla Borsa statunitense significa prendere come riferimento il mercato che ha ottenuto alcuni dei migliori risultati della storia finanziaria. Allargando invece l’analisi all’azionario mondiale, più rappresentativo dell’universo investibile pur restando fortemente influenzato dagli Stati Uniti, il rendimento medio annuo indicato dal report si riduce a circa 5,85%.

La Borsa di New York.

È soprattutto osservando il rapporto tra rischio e rendimento che emerge la tesi centrale dello studio. Un portafoglio passivo composto per il 50% da azioni mondiali e per il restante 50% da obbligazioni, secondo le simulazioni presentate, deve mettere in conto la possibilità concreta di attraversare periodi caratterizzati da perdite nell’ordine del 20%. Il grafico dedicato al contributo dell’azionario mondiale mostra come, all’aumentare della componente azionaria, crescano contemporaneamente rendimento medio e ampiezza delle oscillazioni: con una quota azionaria del 50%, il rendimento medio indicato è pari al 2,92%, mentre la forbice storica riportata va da un massimo del 22,87% a un minimo del -20,20%.

Da qui deriva il ruolo attribuito ai modelli di controllo del rischio. L’obiettivo, precisa il report, non consiste nel prevedere i mercati, individuare anticipatamente massimi e minimi o formulare scommesse su singoli settori, Paesi o asset class. L’approccio punta invece ad applicare regole definite con l’obiettivo di ridurre profondità e durata delle fasi negative, cercando al tempo stesso di mantenere il più possibile invariato il rendimento atteso di lungo periodo.

La logica è quella della risk adjusted performance: se due strategie presentano un rendimento atteso simile, ma una riesce a raggiungerlo attraversando ribassi sensibilmente meno profondi, non offre soltanto un percorso psicologicamente più sostenibile per l’investitore, ma anche una migliore relazione finanziaria tra rendimento e rischio. Una perdita più contenuta comporta inoltre un recupero percentuale inferiore per tornare al valore iniziale, con effetti positivi sull’efficienza della capitalizzazione nel tempo.

Un altro vantaggio individuato nello studio riguarda la componente comportamentale. I modelli quantitativi puntano a ridurre il peso delle decisioni prese sulla base delle emozioni, delle notizie contingenti o di valutazioni discrezionali. Il processo viene quindi costruito su criteri stabiliti in anticipo affinché sia sistematico, replicabile, verificabile, indipendente per quanto possibile dalle reazioni emotive e coerente nel tempo. L’investimento passivo, conclude l’analisi, conserva una forte eleganza dal punto di vista teorico, ma nella gestione concreta di un patrimonio la sola teoria non può esaurire la valutazione.

Sul fronte del posizionamento dei modelli proprietari, il quadro riportato da CFO Solutions rimane nel complesso favorevole all’azionario: risultano positivi azionario globale, Europa, mercati emergenti e Stati Uniti, insieme alle small cap europee e americane, al Global Value, all’European Growth e all’US High Dividend. Nell’obbligazionario prevale invece la neutralità, mentre i governativi con scadenza tra 10 e 15 anni risultano negativi.

Tra le commodities emerge una valutazione positiva per basket agricoli, cotone e rame, mentre oro e metalli preziosi sono indicati negativamente. Sul fronte delle valute, i modelli risultano positivi su dollaro statunitense, sterlina, yen, rand sudafricano e real brasiliano, mentre Bitcoin e lira turca risultano negativi. Nei settori prevalgono indicazioni positive per Finance, Technology, Utilities, Energy, Healthcare, Industrials, Consumer Staples, Construction Materials e Real Estate, con Communication in posizione negativa.

Tra i temi strutturali, infine, restano positive Intelligenza Artificiale, Biotech, digitalizzazione globale, innovazione healthcare, ageing, robotica e cyber security, mentre Video Gaming, Clean Energy, Hydrogen Economy, mobilità elettrica e lusso sono neutrali; Blockchain risulta negativa. Un quadro che accompagna una riflessione più ampia: nella costruzione di un portafoglio, l’obiettivo non dovrebbe essere soltanto massimizzare il rendimento assoluto, ma ottenere il miglior risultato possibile in rapporto al rischio assunto.

Le indicazioni contenute nel report rappresentano posizioni dei modelli proprietari di CFO Solutions e non costituiscono raccomandazioni di investimento.

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Matteo Scolari

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