Cristiano Pani durante l’incontro con Papa Leone XIV

Concludiamo la serie di interviste dedicate ai seminaristi della nostra Diocesi che, in quest’ultimo periodo, ci hanno raccontato le esperienze vissute nel corso dell’anno, i cammini di formazione e i momenti più significativi della loro vita in Seminario.

A chiudere questo percorso di testimonianze è Cristiano Pani, 23 anni, originario di Uta. Dopo la maturità scientifica e il cammino nella comunità del Seminario Minore Arcivescovile è stato inviato a Roma come alunno del Pontificio Seminario Romano Maggiore, la cui imponente sede sorge accanto alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Attualmente prosegue la sua formazione impegnato nello studio della Teologia presso la Pontificia Università Lateranense.

Sono ormai quattro anni che vivi a Roma, presso il Seminario Romano Maggiore, il “Seminario del Papa”, una comunità abbastanza ampia e, per certi versi, internazionale, studiando teologia alla Pontificia Università Lateranense. Quanto questa esperienza dal respiro universale sta arricchendo il tuo cammino umano, spirituale e formativo?

«Direi che è un’esperienza pienamente internazionale, osservando, ad esempio, che nella mia classe universitaria gli italiani sono molti meno rispetto agli studenti provenienti da altre nazionalità. Tutto questo mi permette di avere uno sguardo ampio sulla vita della Chiesa e ciò non gioca solo un ruolo di tipo informativo, ma incide fortemente a livello spirituale nel comprendere le parole della Verità, che dice: ‘Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.’ (Mt 10, 38-39). Dico questo perché ascoltare vescovi, preti e seminaristi che per rimanere fedeli alla propria vocazione hanno vissuto le catene e le torture non lascia indifferente, ma mi richiama a guardare il cuore di quello che è il tesoro che il Maestro affida ai suoi ministri e che viene ricordato nel rito di Ordinazione Sacerdotale: ‘Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore’. Al contempo, essere al Seminario Romano fa sì che spesso capiti che possa incontrare il Santo Padre, servire alle sue Messe pontificali, baciare l’anello del pescatore e potergli parlare. Anche questo non mi lascia indifferente, perché avere davanti agli occhi il Successore dell’apostolo Pietro, dopo duemila anni di storia della Chiesa, aggiunge al mistero della croce la certezza che il Signore è ‘Dio fedele, che mantiene l’alleanza e la bontà per mille generazioni’ (Dt 7,9), per cui non c’è da temere, perché eterne sono le promesse del Signore e sono più grandi della fragilità degli uomini».

Hai mantenuto il legame con la parrocchia della Madonna di Guadalupe a Monte Mario, dove hai vissuto l’esperienza pastorale residenziale dello scorso anno. Che cosa ti ha lasciato e che cosa continua a donarti questo rapporto con una comunità concreta?

«Sì, con quest’anno ho concluso l’esperienza di servizio pastorale presso la parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe e ciò che in questo momento sento rilevare come elemento importante è l’aspetto della castità, intesa non tanto nel suo senso fisico, ma come libertà di saper lasciare e riconoscere che ‘siamo servi inutili’ (Lc 17, 10).
In questo anno trascorso ho vissuto con una presenza differente rispetto a quello precedente in cui ho risieduto stabilmente in canonica, per cui ho dovuto lasciare tante attività come la scuola e il catechismo. Credo che questo aspetto sia fondamentale nella formazione al sacerdozio, dove è sempre bene tenere presente che Dio è il padrone della messe.
Il rapporto con una comunità concreta mi ha permesso di stare accanto a tante persone, condividerne le gioie, le soddisfazioni, le prove, i dolori e veder fiorire tante vite, che in un ambiente come la parrocchia trovano l’opportunità di porsi e coltivare quelle domande ultime di senso, che trovano la loro articolazione in Dio e permettono di dare un indirizzo alle scelte di ogni giorno. Una delle cose che mi più ha colpito è stato vedere diversi ragazzi, avvicinatisi da tempo agli spazi aperti della parrocchia per poter giocare a calcio nel campetto, chiedere di poter entrare prima dell’apertura dei cancelli per stare un pò di tempo soli con il Signore nella chiesa ancora chiusa o che hanno espresso il desiderio di accostarsi alla confessione.
Per tutto ciò sono grato verso i sacerdoti che mi hanno accolto per l’esempio e l’accoglienza che mi hanno dato».

Nella tua esperienza pastorale con oratorio, catechesi e scuola, a contatto con i giovani di una grande metropoli come Roma, cosa hai colto dei loro bisogni e delle loro potenzialità in una società sempre più “liquida”?

«In primo luogo direi che si coglie una fame di senso e di motivazione in una società così veloce da non lasciare spazio al silenzio e alla riflessione. Mi ha colpito particolarmente la conversazione con un ragazzo frequentante il campetto da calcio, che trovandosi al termine del suo percorso scolastico all’istituto alberghiero, pronto ormai a intraprendere la professione di cameriere, mi ha detto che non è questo ciò che vuole per la sua vita e ancora non sa cosa desidera. Al contempo ho visto il fascino che può suscitare nei giovani un ambiente, come quello dei gruppi post-cresima, in cui poter avere relazioni autentiche, incontrare qualcuno più grande disposto ad ascoltare e trovare quello stimolo a interfacciarsi con la propria interiorità, luogo in cui incontrare Colui che, come dice Sant’Agostino, è ‘interior intimo meo’. Riguardo a quanto detto, ricordo un ragazzo molto intelligente, incontrato in una delle parrocchie in cui ho collaborato per un “punto giovani”, che pur professandosi ateo, ha deciso di frequentare il gruppo dei giovani della parrocchia, sostenendo che al di fuori della Chiesa Cattolica è molto difficile trovare lo stesso tipo di comunione e di provocazioni alla riflessione. Cosa ancora più interessante è che liberamente sceglie di partecipare alla Santa Messa e, amante della serie dei racconti di Don Camillo, come scena preferita individua proprio quella dei dialoghi tra il prete e il Crocifisso. In sintesi, mi sembra di vedere come nei ragazzi vi sia il desiderio di scoprire l’orizzonte di fondo che dà significato al proprio esistere, di trovare ambienti di amicizia sostenuta dal dialogo che conduce alle domande più recondite dell’animo umano, per incanalare quelle energie che danno forma alla propria identità in scelte di vita fondate. Come Chiesa noi custodiamo quel tesoro che può risponde alla loro sete, che è Gesù, Verità che dialoga con l’uomo e vincolo di carità che fonda la comunione».

Leonardo Piras

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