Che cosa succede quando i grandi modelli linguistici diventano una commodity? Il vantaggio competitivo smette di dipendere dal modello in sé e si sposta sul bilancio dell’azienda che lo sostiene. L’intelligenza artificiale sta invertendo vent’anni di economia del settore tecnologico, trasformando quello che era un business del software in un’industria ad alta intensità di capitale.
Per gran parte degli ultimi due decenni, gli investitori hanno premiato le aziende software leggere dal punto di vista patrimoniale, capaci di crescere con pochi investimenti e margini molto elevati. Oggi, invece, quelle stesse aziende stanno spendendo cifre senza precedenti.
Dall’inizio del boom dell’AI nel 2023, Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta hanno investito complessivamente 1.100 miliardi di dollari nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. I quattro hyperscaler prevedono di investire altri 745 miliardi di dollari soltanto quest’anno. L’elevata intensità di capitale non è più qualcosa che le Big Tech possono evitare: è diventata il prezzo da pagare per competere nella corsa all’AI.
Ma è in corso un cambiamento ancora più profondo: man mano che i modelli di intelligenza artificiale diventano sempre più intercambiabili, il vantaggio competitivo dipenderà sempre meno dai modelli stessi e sempre più dalla capacità di finanziare, costruire e gestire l’infrastruttura al costo più basso possibile.
Questo spiega anche perché l’amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella abbia recentemente affermato che “ogni modello è sostituibile”, mentre il Ceo di Amazon Andy Jassy ha previsto che presto esisteranno “almeno una mezza dozzina” di modelli AI con prestazioni comparabili.
La base della competizione sta quindi cambiando. Invece di scommettere tutto sul modello vincente, gli hyperscaler stanno costruendo infrastrutture in grado di supportarne molti contemporaneamente. Di conseguenza, capacità finanziaria e scala diventano più importanti del possesso del modello di frontiera.
Resta però un interrogativo: i modelli riusciranno davvero a generare valore sufficiente da giustificare i migliaia di miliardi di dollari che continuano a essere investiti? La risposta è ancora incerta. Oggi sia OpenAI sia Anthropic registrano ancora perdite, ma il flusso di capitali non accenna a rallentare.
Ad esempio, Nvidia sta collaborando con Apollo, Blackstone, Goldman Sachs e altri colossi di Wall Street per mobilitare oltre 500 miliardi di dollari destinati alle infrastrutture AI.
Google si è spinta ancora oltre. Invece di limitarsi a finanziare direttamente gli investimenti, ha creato una struttura finanziaria da 200 miliardi di dollari insieme a Broadcom, Apollo, Blackstone e Morgan Stanley per sostenere i chip e i data center di Anthropic. Un’operazione che dimostra come la competizione si stia spostando sempre più anche sul terreno della finanza.
Le Big Tech partono comunque avvantaggiate. Microsoft, Amazon e Google dispongono dei bilanci più solidi, del capitale meno costoso e generano già ricavi consistenti dagli stessi data center utilizzati per addestrare i modelli di AI. Vantaggi destinati a rimanere tali anche se i modelli diventeranno realmente intercambiabili.
Ciò non significa che non possano emergere nuovi concorrenti. SpaceX potrebbe trasformarsi in un rivale credibile, mentre fondi sovrani come il Public Investment Fund dell’Arabia Saudita e MGX di Abu Dhabi combinano capitale a basso costo, abbondanza di energia e la possibilità di collaborare sia con aziende occidentali sia con sviluppatori cinesi di AI.
I primi vincitori sono cloud e chip
Indipendentemente da chi vincerà la corsa, il denaro sta già cambiando destinazione. I fornitori di servizi cloud stanno raccogliendo i primi ritorni economici, i produttori di chip vendono gli strumenti indispensabili per costruire l’infrastruttura e Wall Street finanzia questa espansione.
Non tutti, però, ne beneficiano. Le società di software enterprise non competono più soltanto tra loro, ma anche con gli investimenti in infrastrutture AI per gli stessi budget aziendali.
I risultati trimestrali di IBM hanno reso evidente questo cambiamento. Molti clienti hanno rinviato l’acquisto di software per destinare le risorse all’infrastruttura AI, temendo futuri aumenti di prezzo. Il risultato è stato un crollo del 25% del titolo in una sola seduta, a metà luglio.
Questo cambiamento ha inevitabilmente preoccupato gli investitori. Nell’ultimo anno i titoli delle Big Tech hanno oscillato soprattutto attorno a una domanda: il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale produrrà mai rendimenti adeguati?
L’entità delle spese ha già pesato sui flussi di cassa. Gli investimenti di Alphabet hanno portato il free cash flow in territorio negativo per la prima volta dalla quotazione in Borsa. Anche Meta ha registrato un netto calo della liquidità disponibile nell’ultimo trimestre.
I ricavi del cloud iniziano a ripagare gli investimenti
Gli ultimi risultati finanziari delle Big Tech mostrano però che il ciclo di investimenti sta iniziando a produrre ritorni nel cloud computing, nonostante la spesa continui a crescere. Un eventuale eccesso di capacità nelle infrastrutture AI potrebbe emergere in futuro, ma gli ultimi bilanci suggeriscono che quel momento sia ancora lontano.
Nell’ultimo trimestre il business cloud di Microsoft è cresciuto del 32%, raggiungendo 39,3 miliardi di dollari, contribuendo a un aumento del 18% dei ricavi complessivi. Amazon Web Services è cresciuta del 37%, fino a 42,2 miliardi di dollari, registrando il ritmo di crescita più elevato degli ultimi quattro anni. Il cloud di Google è invece aumentato dell’82%, raggiungendo 24,8 miliardi di dollari.
Gli investitori hanno premiato soprattutto Microsoft, aggiungendo 450 miliardi di dollari alla capitalizzazione della società in un solo giorno, un record assoluto. Il mercato, tuttavia, non ha ancora emesso il proprio verdetto e Apple rappresenta l’eccezione che conferma la regola.
Mentre i concorrenti hanno investito centinaia di miliardi nelle infrastrutture AI, Cupertino ha scelto un approccio più prudente. Il mese scorso gli investitori hanno premiato questa disciplina finanziaria, portando temporaneamente la valutazione della società a 5.000 miliardi di dollari. Apple è così diventata una sorta di gruppo di controllo per il mercato.
Oggi gli investitori stanno scommettendo su due strategie molto diverse: da una parte chi ritiene corretto spendere qualsiasi cifra pur di costruire infrastrutture per l’intelligenza artificiale; dall’altra chi preferisce preservare la disciplina finanziaria.
Una delle due visioni avrà ragione. Ma, qualunque sia il vincitore, le regole della competizione sono già cambiate. Man mano che i modelli AI convergono verso prestazioni simili, saranno le aziende con i bilanci più solidi, il capitale meno costoso e il più elevato utilizzo delle proprie infrastrutture ad avere il vantaggio competitivo.
In altre parole, l’intelligenza artificiale sta diventando sempre più un business di ingegneria finanziaria.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Fortune.com.
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Amit Joshi
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