Un’estate segnata, ancora una volta, da morte e violenza subita da donne per mano dei loro compagni o ex compagni. Di fronte alla violenza di genere la Chiesa mette in atto azioni che aiutano le donne a guardare avanti con speranza

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Sta per chiudersi un’altra estate che porta con sé violenza, dolore e vite spezzate, quelle di donne uccise per mano dei loro compagni o ex compagni. Così si presenta l’estate 2026 con almeno otto vicende mortali nelle quali gli inquirenti hanno contestato, riconosciuto o stanno valutando l’ipotesi di femminicidio da luglio ad oggi. La Chiesa italiana non resta a guardare, come spiega al Sir Caterina Boca, responsabile dei progetti strategici di Caritas italiana, parlando del Progetto Ruth.

A suo avviso, cosa non funziona nel sistema di prevenzione e protezione, malgrado anche le leggi esistenti?
C’è un tema di cultura e di educazione affettiva. Ancora oggi, malgrado si stia facendo un percorso e sicuramente la situazione sia migliore di tanti anni fa, nella dimensione dell’affetto continua ad innescarsi con prepotenza anche il tema del possesso della donna, che l’uomo sente sua in termini di oggetto e non di soggetto. Questa concezione non si sposa per nulla con la cultura dell’altro inteso come qualcosa di diverso da me, ma che insieme a me forma un soggetto unico, nuovo, in una dimensione diversa, in cui si cresce insieme. Chiunque di noi può fare qualcosa per contrastare la cultura del possesso. Penso che anche il racconto dell’altro, che è molto presente anche nella dimensione cattolica, nella dimensione spirituale dell’altro, come qualcosa che mi arricchisce, che porta novità nella mia vita, che mi rende diverso e migliore, è una dimensione verso la quale tutti dovremmo tendere.

Sicuramente bisogna investire a livello culturale e di prevenzione, ma cosa fare quando la violenza viene agita?
Diverso è il ragionamento che si fa quando purtroppo ci sono uomini che continuano ad agire in maniera violenta nei confronti delle donne. L’abbiamo sentito anche in questi giorni, la narrazione continua delle donne, delle loro famiglie che avevano già segnalato il caso alle forze dell’ordine e che purtroppo, secondo loro, malgrado le continue denunce, non si è riuscito ad allontanare il pericolo dalla donna. È evidente che aumentando le pene o rendendole più severe continua ad essere importante il tema della cultura e della prevenzione. Però,

quando si verificano delle violenze è sempre più importante che le forze dell’ordine diano peso anche al racconto e alle paure della donna. Perché in una dimensione intima, in un rapporto a due, la donna lo capisce quando la situazione sta degenerando. Quindi ridicolizzare o non riconoscere, sottovalutare le paure o la richiesta d’aiuto di una donna è sicuramente l’anello debole in questo momento.

Come dimostra il caso di Tania Terrin, l’ex compagno era stato anche sottoposto ad un procedimento di ammonimento da parte del questore, ma questo strumento come i divieti di avvicinamento, anche se applicati, molto spesso davanti alla follia di questi uomini sono poco efficaci in realtà. Mi chiedo: è possibile che l’unico strumento utile sia quello che limita in maniera definitiva la libertà di questi uomini? Ecco perché è importante anche il tema culturale. Peraltro, è interessante anche il fatto che negli ultimi anni i femminicidi o comunque tutti gli episodi di violenza nei confronti delle donne non si siano tenuti soltanto tra uomini e donne di una certa età, quindi non è un tema legato a una cultura del passato, ma oggi anche nel mondo giovanile sono frequenti questi episodi. Il caso di Giulia Cecchettin è probabilmente quello più eclatante, ma non è l’unico. A maggior ragione il tema dell’educazione affettiva, del cambiamento culturale può risultare determinante.

(Foto Caritas italiana)

Cosa fa Caritas italiana con il Progetto Ruth?
Il Progetto Ruth è una sorta di contenitore all’interno del quale Caritas Italiana negli ultimi anni sta offrendo alle Caritas diocesane strumenti diversi, progetti pilota, per incidere ancora di più sulla dimensione della violenza, sia da un punto di vista di protezione, per le donne già vittime di violenza, sia da un punto di vista di racconto di tutto ciò che è diverso dalla violenza. Abbiamo chiamato così il progetto, perché Ruth è la donna di cui narra l’omonimo libro biblico: una figura che, pur segnata da prove e perdite, non si lascia sopraffare dalle avversità. Con determinazione riprende il proprio cammino, trovando nella relazione con Noemi forza, fiducia e sostegno reciproco. La loro è la storia di donne coraggiose che, attraverso la solidarietà e l’accompagnamento, riescono a ritrovare uno spazio nuovo e un riconoscimento nella storia, nonostante il dolore e la solitudine vissuti.

Su cosa puntate l’attenzione?
Innanzitutto, ci sono le azioni che Caritas italiana svolge all’interno del protocollo sul microcredito di libertà, portato avanti dal Ministero delle Pari Opportunità; è un protocollo che abbiamo siglato diversi anni fa e attualmente siamo in fase di definizione della sua seconda edizione. Negli ultimi anni stiamo investendo molto sul microcredito sociale: è vero che è un prestito agevolato, ma il prestito di per sé è uno strumento di valore perché nella restituzione la donna in qualche modo si sente anche riconosciuta nella capacità anche di restituire il denaro, che poi viene rimesso in circolo per altre donne che hanno bisogno di aiuto. Ci sono anche dei servizi ausiliari attraverso i quali si accompagnano le donne nell’educazione finanziaria. Infatti, tra le violenze più diffuse, c’è quella economica: negli ultimi anni abbiamo assistito centinaia di donne, cui viene impedito di lavorare, oppure lavorano ma non hanno un conto proprio in banca e quindi il loro denaro viene sequestrato dal coniuge, se fanno la spesa devono portare gli scontrini dimostrando per cosa hanno speso i soldi, o ancora non sanno utilizzare gli strumenti finanziari standard, dal bancomat alla carta di credito, non sanno gestire un conto, fino ad arrivare a situazioni anche più delicate: donne costrette a intestarsi società finanziarie o il mutuo acceso a nome di entrambi, poi il marito non paga la sua parte e la moglie è costretta a pagare la parte di entrambi perché altrimenti la casa in cui è rimasta con i figli le verrebbe ignorata. Abbiamo avuto il caso anche di un uomo dipendente dall’azzardo che ha costretto prima la moglie e poi la figlia a intestarsi tutta una serie di finanziamenti; la figlia non ha neanche 20 anni ed è già debitrice di diverse centinaia di migliaia di euro.

Ci sono altri interventi previsti dal Progetto?
Da un anno stiamo portando avanti un progetto che ha a che fare con il sostegno giuridico delle donne ed è sempre legato alla violenza economica. Purtroppo capita che l’uomo violento durante il matrimonio usi nuova violenza contro la donna perché in sede di separazione chiede l’affidamento dei figli. Il sistema giudiziario prevede che chiunque possa iscrivere a ruolo un procedimento, questo significa che il procedimento per l’affidamento di figli viene iscritto al tribunale e quindi la donna molto spesso sia costretta a pagare parcelle altissime di avvocati o consulenze tecniche di psicologi, perché magari lui ha dichiarato nell’atto con il quale chiede l’affidamento dei figli che la donna non è in grado di tenere i figli perché ha dei disturbi. In altri casi l’uomo non paga gli alimenti: la violazione della disposizione giudiziaria sul pagamento degli alimenti comporta anche un reato penale, però questo significa che deve essere fatta una denuncia e iscritta la causa, bisogna che ci sia poi un avvocato che la patrocini. Tra l’altro, spesso questi uomini sono anche molto ricchi o appartengono comunque a famiglie benestanti, ma fanno in modo da apparire nullatenenti, quindi le donne non possono ottenere quello che spetterebbe loro di diritto. Da un anno a questa parte abbiamo attivato un’azione all’interno del Progetto Ruth proprio per assistere le donne per queste situazioni, ritenendo che ci sia anche un vulnus nella normativa del Codice rosso, che permette l’accesso al gratuito patrocinio senza limiti di carattere economico a tutte le donne che hanno subito violenza, ma solo per i reati penali, non per quelli riguardanti la vittimizzazione secondaria. Nel nostro progetto pilota, alle donne segnalate dalle Caritas, con contributi a fondo perduto, si pagano le spese legali: spesso, infatti, hanno dei pignoramenti da parte degli avvocati, a cui non sono riuscite a pagare le parcelle. Il nostro intento è anche dimostrare che c’è questo vulnus a cui bisognerebbe trovare una soluzione normativa, in modo che anche in queste situazioni le donne possano accedere al patrocinio gratuito, indipendentemente dal reddito.

E sul fronte dell’accoglienza?
Un’altra azione che stiamo sviluppando riguarda proprio l’accoglienza e l’attivazione di una serie di servizi che aiutano la donna a ricominciare: sosteniamo alcune Caritas diocesane perché possano accogliere le donne nella primissima fase, perché un altro vulnus è il fatto che vi sono pochi posti a livello nazionale per la primissima accoglienza delle donne che denunciano e vogliono abbandonare il compagno. Un’altra azione che partirà in autunno riguarda l’assistenza di quelle donne che hanno denunciato e hanno già iniziato il loro percorso di emancipazione e di autonomia, ma che devono essere accompagnate verso l’acquisto di un’abitazione oppure nell’acquisto dei mobili per la casa nuova o di un’auto.

Con il progetto Ruth avete formato una rete?
Sì,

sono più di 100 le Caritas che in Italia fanno progetti di natura diversa sulla violenza di genere, si va dallo sportello legale a quello psicologico, dall’accoglienza vera e propria, sia di primissima sia di seconda soglia, a progetti di avviamento lavorativo.

Sosteniamo le Caritas che fanno queste attività anche con i fondi 8×1000, anzi molti di questi progetti sono stati avviati proprio grazie ai fondi 8×1000. A queste Caritas offriamo momenti formativi nei quali incontrarsi e scambiarsi buone pratiche, incontrare esperti e esperte che si occupano di violenza. A novembre abbiamo previsto un’intera giornata formativa in presenza. Le nostre Caritas sui territori lavorano anche a stretto contatto con l’associazionismo e con i centri antiviolenza. In alcuni territori, ad esempio, il lavoro con i centri antiviolenza è talmente sinergico che talvolta i centri antiviolenza ascoltano le donne all’interno dei centri ascolto Caritas, per garantire ancora di più alle donne privacy e sicurezza.

Con il Progetto Ruth promuovete anche azioni culturali?
Siamo stati partner insieme ad Unicredit, Telefono Rosa Piemonte e Giffoni Film Festival di un progetto molto bello e molto interessante che ha trovato sintesi in un cortometraggio presentato al Giffoni Film Festival lo scorso anno. Si chiama “Punti Nascosti”, che dallo scorso anno ad oggi ha vinto diversi premi. Il cortometraggio affronta il tema della violenza economica e lo stiamo proiettando in diverse città attraverso le nostre Caritas perché è un’occasione anche per parlare di violenza nelle scuole, nelle parrocchie e in contesti pubblici.




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