La lotta all’evasione fiscale ha cambiato dimensione, strumenti e, almeno in parte, risultati. In vent’anni il contributo delle attività di contrasto al sommerso è passato da circa lo 0,5% del Pil nel 2006 all’1,7% del Pil, pari a 36,2 miliardi di euro. Un incremento di oltre tre volte che non racconta soltanto la crescita delle somme recuperate dall’amministrazione finanziaria, ma anche una trasformazione nel modo in cui il fenomeno viene misurato e affrontato. È il quadro che emerge dalla nuova Relazione annuale sull’economia non osservata, predisposta dal ministero dell’Economia e delle Finanze insieme al Documento programmatico di finanza pubblica, che per la prima volta prova a leggere il fenomeno con un approccio più econometrico e meno legato alla tradizionale fotografia delle categorie considerate maggiormente esposte al rischio di evasione.
Vent’anni di recuperi: da mezzo punto di Pil a 36,2 miliardi
Il dato più evidente è quello relativo alle entrate generate dalle politiche di contrasto. Nel 2006 il gettito riconducibile alla lotta all’evasione pesava per circa lo 0,5% del Pil. Oggi il rapporto è salito all’1,7%, con 36,2 miliardi di euro. In vent’anni, dunque, l’incidenza è più che triplicata. La progressione non è stata tuttavia lineare. Il percorso ha conosciuto una brusca battuta d’arresto nel 2019, quando le entrate legate al contrasto all’evasione si sono ridotte improvvisamente di circa lo 0,4% del Pil, equivalente a circa 7 miliardi di euro, prima di tornare progressivamente a crescere negli anni successivi.
Il dato assume un significato ancora più interessante se rapportato alla pressione fiscale. Secondo la ricostruzione del Mef, senza le entrate riconducibili alla compliance e alla riscossione coattiva, la pressione fiscale si sarebbe attestata al 41,2%, contro il 42,9% del dato ufficiale. Sarebbe rimasta quindi al di sotto dei picchi, sempre calcolati al netto dei recuperi, superiori al 42% registrati nel periodo 2014-2016. È un passaggio importante perché mostra come il recupero dell’evasione non sia soltanto una voce aggiuntiva nei conti pubblici: incide anche sulla lettura complessiva del peso fiscale sostenuto dal sistema economico.
Il tax gap scende, ma la distanza resta enorme
La seconda grande fotografia riguarda il tax gap, cioè la distanza tra quanto il fisco potrebbe teoricamente incassare e quanto effettivamente viene versato. Anche qui la direzione di marcia, nel lungo periodo, è quella di una riduzione. Nel 2006 la propensione all’evasione arrivava al 5,6% del Pil; oggi si colloca intorno al 4%. Nel 2023, ultimo anno per il quale la misurazione è disponibile in modo puntuale, la propensione all’evasione è stata pari al 17,3% del gettito potenziale, contro il 17,5% del 2022 e il 18% del 2021.
La variazione può sembrare modesta, appena due decimali in un anno, ma applicata alla dimensione del gettito potenziale assume un valore tutt’altro che trascurabile. A parità di base imponibile potenziale, la riduzione tra il 2022 e il 2023 si traduce in circa 1,2 miliardi di euro di maggior gettito sulle tre principali componenti considerate nell’analisi: Iva, Ires e Irpef sul lavoro autonomo. Il miglioramento, dunque, non è soltanto statistico. Ha una traduzione concreta sulle entrate pubbliche.
Ma qui arriva il punto che rende il quadro meno trionfalistico. La riduzione della propensione all’evasione non significa che il problema sia vicino alla soluzione. La perdita di gettito potenziale nel 2023 è stimata tra 98,7 e 100,1 miliardi di euro, a seconda del metodo di calcolo utilizzato. Se si aggiungono anche i contributi, la forchetta sale a 107,9-112,8 miliardi. Sono cifre nominalmente elevate, ma il Mef invita a leggerle in rapporto alla crescita dell’economia: l’aumento rispetto agli anni precedenti è infatti inferiore a quello registrato dal Pil. È quindi la dimensione relativa del fenomeno, più che il suo valore assoluto, a raccontare la tendenza.
Il nero arretra, gli omessi versamenti diventano il nuovo fronte
C’è però un cambiamento qualitativo forse ancora più significativo della semplice riduzione del tax gap. L’evasione sta cambiando pelle. La diminuzione registrata negli ultimi anni è concentrata soprattutto nella componente legata all’omessa dichiarazione: il comportamento di chi non dichiara, in tutto o in parte, la propria base imponibile e cerca quindi di sottrarla all’imposizione fiscale.
In direzione opposta si muove invece la componente degli omessi versamenti. Qui il contribuente non è necessariamente un soggetto che nasconde il proprio reddito al fisco: può essere qualcuno che dichiara correttamente quanto dovuto, ma poi non riesce a pagarlo. Le ragioni possono essere diverse e comprendere anche situazioni di difficoltà economica. È un cambiamento rilevante per le politiche pubbliche perché sposta progressivamente il baricentro dall’individuazione del reddito nascosto alla capacità effettiva di incassare somme già dichiarate.
Il risultato è una fotografia dell’evasione sempre meno riconducibile a un unico comportamento e sempre più segmentata per tipologia di contribuente, imposta e modalità di inadempimento. È anche per questo che la nuova relazione del Mef prova a superare una lettura prevalentemente “sociologica” del fenomeno per concentrarsi sugli strumenti che possono modificare concretamente i comportamenti fiscali.
Compliance e repressione: il doppio binario della nuova strategia
La traiettoria degli ultimi anni suggerisce che la repressione, da sola, non sia sufficiente. L’azione dell’amministrazione finanziaria si è progressivamente orientata verso un mix di controlli, sanzioni e strumenti destinati a favorire l’adempimento spontaneo. Il principio è relativamente semplice: individuare le anomalie prima che diventino evasione consolidata e offrire al contribuente la possibilità di correggere la propria posizione, mantenendo contemporaneamente alta la pressione sui comportamenti fraudolenti.
I numeri delle attività più recenti restituiscono la dimensione di questo cambio di approccio. Nel 2025 l’Agenzia delle Entrate ha inviato 3,19 milioni di lettere di compliance a contribuenti che non avevano indicato tutti i propri redditi in dichiarazione. La comunicazione preventiva diventa così una componente strutturale della strategia di recupero, accanto alle verifiche e alle attività repressive. È il tentativo di spostare una parte del contrasto dall’accertamento successivo alla prevenzione dell’irregolarità.
Sul versante della repressione, nello stesso periodo, l’attività investigativa ha continuato a produrre risultati rilevanti. Le indagini della Guardia di Finanza hanno portato a 3,75 miliardi di euro di sequestri tra Iva, imposte dirette e crediti d’imposta inesistenti. Due strumenti diversi, dunque, ma non necessariamente alternativi: da una parte la sollecitazione all’adempimento spontaneo, dall’altra l’intervento nei casi in cui il comportamento illecito richieda un’azione più incisiva.
Il precedente del 2019 e la lezione delle politiche fiscali
La storia degli ultimi vent’anni mostra però anche quanto sia delicato l’equilibrio tra condoni, incentivi alla regolarizzazione, sanzioni e controlli. Il 2019 rappresenta, in questo senso, un passaggio significativo: proprio allora le entrate derivanti dal contrasto all’evasione subirono una contrazione di circa 7 miliardi di euro, pari allo 0,4% del Pil.
La relazione suggerisce implicitamente una distinzione tra interventi temporanei e strategie strutturali. Il mix di pacificazioni fiscali e irrigidimenti sanzionatori costruito in quella fase non produsse risultati omogenei nel tempo. La dinamica successiva sembra invece premiare maggiormente gli strumenti capaci di intervenire in maniera continuativa sulla relazione tra fisco e contribuente, attraverso l’incrocio dei dati, la digitalizzazione dei controlli, la compliance e una maggiore capacità di riscossione.
Il tema non riguarda quindi soltanto quanti miliardi vengano recuperati ogni anno. Riguarda anche il modo in cui quei miliardi vengono ottenuti e, soprattutto, se il recupero modifica stabilmente i comportamenti. È qui che la distinzione tra recupero una tantum e maggiore adempimento spontaneo diventa decisiva per valutare la sostenibilità dei risultati.
Il concordato preventivo entra nel radar: 4,4 miliardi di imponibile nel 2024
In questo nuovo equilibrio si inserisce anche il concordato preventivo biennale. Nei suoi primi due anni di vita lo strumento ha fatto emergere imponibile per 4,4 miliardi di euro nel 2024 e per 7,9 miliardi nel 2025. Sono numeri che segnalano una capacità di far emergere base imponibile, ma che non consentono ancora di misurare pienamente l’effetto sulle entrate.
Il passaggio decisivo arriverà con la prossima relazione, quando il concordato potrà essere valutato non più soltanto sulla base dell’imponibile emerso, ma in termini di effettivo gettito prodotto. Servirà comunque tempo per capire se il meccanismo avrà generato un incremento strutturale dell’adempimento oppure se avrà semplicemente anticipato o redistribuito nel tempo una parte delle entrate. Il vero banco di prova sarà quindi la capacità dello strumento di consolidare il rapporto tra contribuente e amministrazione fiscale, non soltanto il volume di imponibile intercettato nei primi due esercizi.
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