Il piano era ambizioso: trasformare la plastica da rifiuto a risorsa, ridurre l’inquinamento e farne un business. Il meccanismo si è inceppato e a Siracusa si vede: sacchi che soffocano i balconi, cumuli ai piedi dei condomini. Ma non è un problema locale. Colpisce la Sicilia e tutta la filiera del riciclo italiana. Il nodo? La plastica riciclata costa più di quella vergine: tra energia cara e standard ambientali severi, quella europea perde contro la plastica che arriva dall’Asia, Cina in testa, a prezzi più bassi. Ma per capirlo bisogna partire da Siracusa.
Siracusa, il cancello chiuso
Da martedì 6 ottobre il multimateriale, cioè plastica e metalli, non si raccoglie più. Lo stop è totale: porta a porta, centri comunali di raccolta fissi e mobili, isole ecologiche informatizzate. La nota diffusa dall’amministrazione chiede ai cittadini di non esporre nulla e di trattenere le frazioni “fino a nuova disposizione”. Il disservizio, precisa, è del tutto indipendente dalla volontà del Comune e della società Risam: dipende dall’impossibilità oggettiva di scarico alla piattaforma di destinazione.
Quella piattaforma è la Domus Ricycle, dove il multimateriale leggero viene selezionato e preparato al riciclo. Augusta si era fermata già a fine settembre per lo stesso blocco. Ora sono ferme anche Rosolini e Lentini. Il paradosso è tutto qui: la città ha fatto il suo dovere, ha lavato, separato, impilato. E ha trovato il cancello chiuso.
Sicilia, un’isola di balle
Siracusa non è un incidente, è una replica. La crisi si era già affacciata a novembre 2025, quando Marsala aveva sospeso per qualche giorno il porta a porta della plastica e si erano fermati alcuni Comuni dell’Agrigentino e Francofonte. Anci Sicilia denunciava allora “seri rischi” igienico-sanitari e di incendio negli impianti e chiedeva un incontro urgente alla Regione.
Dieci mesi dopo la partita si riapre. Il 7 ottobre, a Marsala, la plastica non si poteva più conferire all’isola ecologica del Salato. L’assessore Daniele Nuccio ha spiegato a Tp24 che c’è una difficoltà nel conferimento della plastica raccolta e che lo stop dovrebbe durare poche ore. A Siracusa, lo stesso giorno, il blocco andava avanti da una settimana.
Per un’isola il problema ha un’aggravante: per vendere la plastica lavorata bisogna attraversare lo Stretto, e ogni camion in più pesa sui conti. La catena è semplice quanto fragile. I cittadini differenziano, i Comuni raccolgono, le piattaforme selezionano, i consorzi dovrebbero ritirare. Quando si inceppa l’ultimo anello, il blocco risale la filiera fino al mastello. Già un anno fa i Comuni segnalavano un grave blocco operativo dei consorzi nazionali Corepla e Coripet.
Il prezzo che si è capovolto
La spiegazione è nel listino. Secondo La Sicilia, il Pet vergine importato, soprattutto dall’Asia, costa 750 euro a tonnellata; quello riciclato in Italia tra 1.200 e 1.300. Chi fabbrica imballaggi fa i conti e compra vergine. Il riciclato resta nei piazzali. Il ciclo che doveva chiudersi, la bottiglia che torna bottiglia, si ferma sul più bello.
Va detto che il nesso tra questo squilibrio e la saturazione di una singola piattaforma, come Domus, non è ancora confermato dall’azienda o dai consorzi di filiera. Ma la crisi nazionale del mercato e la saturazione degli impianti siciliani, avverte SiracusaNews, sono entrambe documentate.
L’Italia che non ricicla
Il caso siciliano è la punta più visibile di un problema nazionale. A novembre 2025 Walter Regis, presidente di Assorimap, l’associazione dei riciclatori, annunciò “Da oggi fermiamo tutto”. Secondo i dati dell’associazione, dal 2021 gli utili del settore sono crollati dell’87%, da 150 milioni a 7 nel 2023, con una proiezione vicina allo zero per il 2025, mentre il fatturato dal 2022 ha perso il 30%.
La crisi ha attraversato la penisola. Già a novembre 2025 almeno un Comune sardo aveva sospeso la raccolta della plastica, secondo Il Post. Il 15 giugno 2026, a Pesaro, Marche Multiservizi avvertiva Provincia, Corepla, Prefettura e Regione del rischio concreto e imminente di blocco dell’accettazione della plastica. Il censimento Ispra del 2024 contava 384 impianti di riciclo, con una capacità di oltre 950 mila tonnellate l’anno, e molti oggi sono fermi o lavorano a ranghi ridotti, riferisce Renewable Matter.
Una frazione poco nobile
A complicare il quadro c’è la qualità del materiale. Il presidente di Corepla, Giorgio Quagliuolo, ha spiegato al Sole 24 Ore che in Italia abbonda il misto poliolefinico, la frazione meno nobile e più difficile da riciclare, perché composta da plastiche che fondono a temperature diverse. Nella stessa intervista ha ricordato che in Europa sono stati chiusi 45 impianti di riciclo. Per Plastics Recyclers Europe sono circa 40 dal 2023, con Regno Unito e Paesi Bassi in testa.
Le ricette e la domanda aperta
Le soluzioni sul tavolo sono due, e nessuna è risolutiva. Assorimap, chiede sostanzialmente di obbligare i produttori a usare plastica riciclata.
Un regolamento europeo prevede già che gli imballaggi nuovi contengano una quota minima di materiale riciclato, ma l’obbligo scatta nel 2030. Assorimap lo vuole anticipato al 2027.
Le altre richieste riguardano i costi. Assorimap chiede crediti di carbonio per chi produce materia prima seconda, cioè plastica riciclata pronta a rientrare nel ciclo, e l’estensione dei certificati bianchi, gli incentivi legati al risparmio energetico. L’idea è che chi ricicla, risparmiando emissioni ed energia rispetto a chi produce plastica nuova, debba essere premiato con soldi veri. Un riciclatore con i bilanci in rosso non può permettersi la bolletta.
Mastelli pieni ed economia circolare che rischia
Intanto i mastelli sono pieni. Una Sicilia che ha imparato a differenziare scopre che non basta, e che la virtù civica, per diventare economia circolare, ha bisogno di un compratore. Finché il vergine costerà meno del riciclato, qualcuno dovrà coprire la differenza: i produttori con l’obbligo di legge, lo Stato con gli incentivi o i cittadini con la Tari. In assenza di una scelta, la plastica resterà dove si trova, nelle case.
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