Percorrendo l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo o la SS24, la cosiddetta Fondovalle, verso sud, direzione Sciacca, il cambiamento in atto nel paesaggio della Sicilia occidentale è evidente. In tutta la valle del Belice intere distese di impianti fotovoltaici stanno ricoprendo centinaia di ettari di terreni fino a poco tempo fa coltivati. Schiacciati da spese ormai superiori ai ricavi, sempre più spesso gli imprenditori agricoli rinunciano a coltivare la terra. Le materie prime vengono pagate sempre meno ma i prezzi finali per il consumatore crescono a dismisura, la concorrenza di paesi dell’area mediterranea rende ancora meno redditizio il lavoro nei campi e così non passa giorno senza che i contadini si riuniscano davanti alle sedi delle istituzioni o attraversino per protesta i comuni delle aree rurali con i loro mezzi agricoli, per chiedere di salvare un settore a rischio e di contrastare lo spopolamento di intere aree rurali in cui la terra per i giovani dovrebbe rappresentare una risorsa e un’attrattiva, la prima fonte di reddito invece che una attività in perdita. Ma purtroppo, è il grido d’allarme, coltivare la terra sembra diventato un lusso.
L’agricoltura nelle regioni del Sud Italia è alle prese da anni con una grave crisi strutturale ed economica legata ai rincari energetici, alla crisi idrica e ai danni provocati dai sempre più frequenti eventi climatici estremi. La Sicilia vive una situazione è ancora peggiore, per via dell’insularità, delle distanze e del costo del carburante che ha raggiunto livelli record, con il paradosso che qui il prezzo è più alto che altrove. Nonostante al largo delle coste siciliane il petrolio si estragga e si raffini, si subiscono i disagi legati all’inquinamento ambientale ma non si ottengono i benefici. Il caro gasolio è però solo la punta dell’iceberg di una serie di problematiche irrisolte da anni.
“Laddove c’era l’erba ora ci sono i pannelli”
Anche spostandoci nel cuore interno della Sicilia la situazione non cambia. Nella provincia di Enna, per tradizione dedicata alle produzioni di olio e cereali, Giuseppe Li Rosi mi mostra una distesa che sta per essere occupata da un impianto fotovoltaico che ricoprirà una superficie di centodieci ettari. Durissimo il suo commento.
“Quella forma pensiero secondo cui la Sicilia debba diventare hub energetico e noi abitanti dobbiamo esserne fieri, sta facendo della nostra terra un accumulo di pali e silicio in barba a quel nobile concetto di tutela del paesaggio e del territorio e all’equilibrio della biodiversità. Splendidi scorci e immense vallate vengono cosi deturpate e sfregiate da queste placche luccicanti di metallo che finiscono con il ricoprire le zone migliori, quelle più esposte al sole e più facilmente raggiungibili. Terreni spesso svenduti, come il futuro dei nostri ragazzi. Un danno che non vale i profitti che vanno alle multinazionali, per altro nemmeno siciliane”.
“Seminare il grano costa più di quanto viene pagato”
Costa più seminare un campo di grano che ricavarne profitto mi dice un gruppo di agricoltori che incontro durante uno dei tanti sit-in organizzati a Palermo, davanti a Palazzo d’Orleans, sede della Presidenza della Regione Sicilia, nel tentativo di attirare l’attenzione di chi potrebbe fare la differenza. “Seminare un ettaro costa 900 euro, se va bene ne ricaviamo 600” mi spiegano. I conti non tornano, di certo, e fa rabbia pensare che la Sicilia dovrebbe vivere delle sue risorse naturali e invece è una delle regioni con il più alto tasso di rischio di povertà ed esclusione sociale in Unione Europea, posizionandosi regolarmente tra le prime posizioni in classifica insieme a Calabria e Campania.
Le ragioni della crisi sono dunque innumerevoli e le voci della protesta restano inascoltate. I prezzi riconosciuti agli agricoltori spesso non coprono le spese e non riflettono l’inflazione o i rincari del prodotto finale al consumo, dal pane all’olio, dal vino alla frutta e agli ortaggi. I costi di produzione sono alle stelle; i rincari di gasolio agricolo, energia e fertilizzanti, cresciuti a causa delle tensioni geopolitiche e della guerra, ma anche di speculazioni non controllate, hanno azzerato i margini di guadagno dei produttori. Gli eventi climatici estremi, la siccità prolungata, le ondate di calore, gli incendi e i nubifragi devastano orami sistematicamente i raccolti, e non bastano gli incentivi, che rivelano misure tampone e temporanee, quello che il settore chiede sono interventi strutturali, politiche a sostegno dell’agricoltura che così rischia di scomparire.
Ecco perché molti cedono alle offerte delle imprese straniere interessate ad affittare o acquistare terreni per la installazione di pannelli fotovoltaici. Quasi duemila ettari di superficie sono già occupati e decine di migliaia di ettari sono stati richiesti o sono in fase di autorizzazione e concessione. Si concentrano nella Sicilia occidentale, soprattutto nella Valle del Belice, tra Palermo, Agrigento e Trapani. I sindaci di comuni come Montevago e Gibellina hanno guidato lo scorso anno una massiccia protesta per chiedere l’immediata sospensione del rilascio di nuove concessioni, la revisione delle aree non idonee alla realizzazione di impianti di produzione di energia, e di essere ascoltati prima della redazione di nuove concessioni.
La scorsa estate la Corte costituzionale si e’ pronunciata contro la diffusione incontrollata di impianti su terreni fertili e il consumo selvaggio del suolo agricolo, vietando l’installazione a terra e imponendo regole e limiti che incentivino piuttosto gli impianti agrivoltaici, quelli cioè pensati per consentire e coesistere con attività agricole e pastorali, in modo da far convivere produzione agricola ed energetica.
Sentenza accolta con favore dalle associazioni come Coldiretti che insieme con i sindaci del Belice e a fianco dei contadini ha condotto questa battaglia considerando questa vittoria come la dimostrazione che sia possibile contribuire alla transizione ecologica senza sottrarre nemmeno un metro quadro di suolo alle coltivazioni. Ma viste le spese in costante crescita e i prezzi al contrario sempre più bassi riconosciuti ai produttori, la tentazione di cedere terreni ormai considerati poco produttivi rimane per molti irresistibile.
“Agricoltori sempre più poveri e intermediari sempre più ricchi”
Gaspare La Marca è un imprenditore agricolo di Santa Margherita Belice. “Questa crisi” mi dice “sta portando al ritorno di un latifondo moderno con lo strapotere delle multinazionali del fotovoltaico che stanno conquistando migliaia di ettari costringendo l’agricoltore a svendere i propri terreni per uscire dalla crisi profonda che ci ha colpito. Guadagnano le imprese straniere e gli agricoltori abbandonano le terre. La Sicilia rischia di diventare una immensa distesa di pannelli. Gli anelli deboli della produzione alimentare siamo noi agricoltori costretti a svendere i prodotti sottocosto e i consumatori che invece li pagano sempre di più e in mezzo ci sono gli intermediari, che guadagnano sempre di più. Vedete, il meccanismo è distorto. Ed è assurdo che il grano venga pagato 20 centesimi ma il pane poi costi 3 o 4 euro”.
“Ripristinare prezzi equi per i produttori agricoli”
Giovanni Palma è agronomo e produttore di fertilizzanti. “Il caro gasolio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso” – mi dice. ” Ma i problemi sono anche altri e gran parte della responsabilità è delle politiche europee avallate da Regione e Governo con una serie di accordi internazionali che hanno permesso l’ingresso in Italia ed Unione europea di prodotti realizzati in condizioni diverse, senza garanzie di qualità per i consumatori. Ecco che ci ritroviamo con il mercato italiano invaso da prodotti di bassa qualità che distruggono gli agricoltori perché è chiaro che mantenendo certi standard di qualità non riusciamo ad essere competitivi con imprese che operano in condizioni diverse e costi di produzione più bassi.
I contributi economici? Possiamo definirli una polpetta avvelenata. Se il Governo pensa di far decollare l’agricoltura con il sostegno economico si sbaglia di grosso. L’Unione europea non dispone certo di soldi sufficienti se considerate che in Sicilia ci sono 130mila aziende e 1milione e 300 mila di ettari di terreno coltivati. Ci vorrebbe una nave carica di soldi”.
“La politica deve capire che l’agricoltura, piuttosto, ha bisogno di politiche sane, concrete e meno sconsiderate di quelle avviate finora e di creare le condizioni per valorizzare i nostri prodotti. Se vino, olio, grano, ortaggi vengono remunerati in maniera equa, l’agricoltore non ha bisogno di nient’altro. Invece, cosi si abbandona il settore agricolo. Lo spopolamento dell’entroterra è evidente. L’età media di chi lavora la terra supera i 60 anni. I giovani fuggono dalla terra e dalla Sicilia. Abbiamo un parco macchine rinnovato perché ci hanno convinti a farlo, grazie ai contributi ma il prodotto che realizziamo è talmente sotto prezzo da non fornire nessuna garanzia di reddito né tantomeno di motivazione ai giovani perchè possano pensare di lavorare in agricoltura. Chi ne ha guadagnato? Le multinazionali che hanno venduto i macchinari, le banche che hanno concesso i mutui. L’agricoltore invece ha solo accumulato debiti”.
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