Gli avvocati Alessandra Greco ed Emanuele Nicolini chiudono le conclusioni delle parti civili con tre capitoli che riguardano Carisp: l’acquisizione forzata di Asset Banca (81 milioni), il bilancio farlocco 2016 (534 milioni) e il prestito Leighton (13,5 milioni). Nessuna richiesta nei confronti di Marco Mularoni
All’udienza dell’8 ottobre, dopo Banca Centrale e Avvocatura dello Stato, è toccato alla Cassa di Risparmio. Davanti al Commissario della Legge Isabella Pasini, nel processo per associazione a delinquere che ruota attorno a Francesco Confuorti e Banca CIS (procedimento 673/2020), gli avvocati Alessandra Greco ed Emanuele Nicolini hanno chiesto che gli imputati siano condannati in solido a risarcire tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dalla Cassa. Hanno chiesto anche una provvisionale non inferiore a 10 milioni di euro.
“Il vero disegno: Asset in Carisp, poi Carisp in CIS”
“I colleghi hanno già ricostruito questa mattina il puzzle di relazioni e interazioni tra gli odierni imputati”, ha esordito l’avvocato Greco. “Noi aggiungiamo il tassello che riguarda più specificamente Cassa di Risparmio”. La Cassa era stata ammessa come parte civile con l’ordinanza del 10 dicembre 2025. Secondo la legale, i danni causati dalla rete associativa si concentrano su tre fronti.
Il primo è la messa in liquidazione di Asset Banca, poi assorbita da Carisp. Greco ha ricordato che Confuorti, Savorelli, Siotto, Sommella e Granata sono già stati condannati nel procedimento 500/2017 per interesse privato in atti d’ufficio. Ha ricordato anche che già quelle sentenze collocavano le loro condotte dentro un programma associativo, “a vantaggio di Banca CIS e in danno di altri istituti, quindi Carisp e Asset”. La legale ha poi citato la sentenza d’appello di quel processo, secondo cui il programma prevedeva che, dopo la cessione di Asset, Carisp “sarebbe stata presumibilmente a sua volta fusa in Banca CIS”. “Questo è il vero grande disegno dietro tutto il movimento che si è creato con l’associazione a delinquere”, ha detto Greco. Secondo la stessa sentenza, l’obiettivo di Confuorti era “mettere le mani su Cassa di Risparmio per consolidare il proprio predominio monopolistico nel settore bancario locale”.
“A una banca in crisi di liquidità è stato imposto di acquisire una banca messa in crisi di liquidità”, ha sottolineato la legale. Quando arrivò Asset la liquidità era praticamente assente, e la Cassa dovette far fronte a 120 milioni di depositi dei correntisti. Per farlo trasformò i depositi a vista in depositi a scadenza, emettendo obbligazioni. Il danno per questa voce è quantificato in 81 milioni di euro. Greco ha richiamato la sentenza 4380 del 2015 sull’”effetto moltiplicatore” dell’associazione rispetto ai reati fine e ha chiarito che non si tratta di una duplicazione: “È il riconoscimento di una responsabilità solidale per il danno che quel fatto ha determinato”.
Il bilancio farlocco 2016 e i consiglieri “di nomina confuortiana”
Il secondo fronte è il bilancio 2016. Per quei fatti è ancora in corso il dibattimento del procedimento 505/2023 a carico di Nicolino Romito, Giuseppe Borri, Massimo Cotella e Michela Cartanese. Greco li ha definiti i membri del CdA “di nomina confuortiana”, entrati in Cassa dopo una moral suasion di Banca Centrale sui consiglieri precedenti, il cui mandato era comunque in scadenza. In quel procedimento la Cassa ha già ottenuto un sequestro conservativo sui loro beni.
La legale ha ripreso i “tre pilastri” dell’associazione indicati in mattinata dall’avvocato Cocco per Banca Centrale: reclutamento, permanenza continuativa dei soggetti reclutati ed estromissione dei non allineati. “Quello che vale per Banca Centrale vale anche per Cassa di Risparmio”, ha detto. Non tutto il CdA era in mano a Confuorti, e lo strumento per aggirarlo furono i sottocomitati composti dai tre consiglieri. Come ammise lo stesso Romito in un’udienza pubblica, servivano “a segregare le informazioni” e a tagliare fuori, tra gli altri, l’allora direttore Luca Simoni. Gli atti, ha aggiunto Greco, documentano i continui contatti tra i consiglieri e Confuorti, al quale venivano inviate informazioni riservate sulle strategie della Cassa “senza alcun rapporto né contratto che lo giustificasse”.
La legale ha citato anche la testimonianza di Matteo Coppola, managing director di Boston Consulting, resa il 18 giugno. Coppola ha spiegato che l’incarico per l’AQR di Banca Centrale arrivò alla società tramite Confuorti, al quale fu pagata una fee per un non meglio specificato incarico di advisory. Tra maggio e luglio 2017, proprio mentre in Carisp si insediavano i nuovi consiglieri e i loro comitati, venne aggiunta un’appendice per esaminare i crediti della Cassa. Il risultato fu “la perdita mostruosa di 534 milioni di euro”. L’avvocato Greco ha ricordato anche gli appunti su Cassa di Risparmio trovati nella chiavetta USB di Filippo Siotto e poi girati a Confuorti. Secondo la legale, quegli appunti provano che anche in Banca Centrale si sapeva dell’obiettivo di fondere Carisp con CIS. “Con questi messaggi gli imputati non si sono mai confrontati, non hanno mai preso le distanze né detto una parola”, ha concluso.

Leighton: “Una somma di episodi che diventa un metodo”
All’avvocato Nicolini è toccata la vicenda Leighton. “Se la si guarda come un semplice rapporto tra creditore e debitore si rischia di perdere completamente il punto. Se la collochiamo dentro questo processo, il quadro cambia radicalmente”, ha detto. Secondo il legale, la vicenda “fotografa il vincolo associativo in azione”.
Nel 2008 Carisp aveva sottoscritto un prestito obbligazionario da 13,5 milioni emesso da Leighton Holding, la società lussemburghese che deteneva il controllo di Banca CIS e i cui beneficiari effettivi erano Daniele Guidi e Marino Grandoni. La scadenza era il 30 giugno 2018. La richiesta di proroga doveva arrivare entro il 31 maggio, ma arrivò solo il 21 giugno, a termini scaduti. Il 15 giugno, intanto, Leighton aveva usato i soldi ricevuti da Ali Turki per la cessione di CIS in un aumento di capitale della stessa banca da 15 milioni. “Ciò che non rientra in Cassa di Risparmio resta, direttamente o indirettamente, a presidio del CIS”, ha osservato Nicolini.
L’allora direttore generale di Carisp, Dario Mancini, sulla base della relazione dell’area rischi era contrario alla proroga e portò la questione in CdA il 25 giugno 2018. “Qui accade qualcosa che in un ordinario rapporto tra privati non dovrebbe accadere”, ha detto il legale. Il consiglio venne interrotto e Mancini fu convocato in Banca Centrale. Alla riunione decisiva, secondo la ricostruzione della parte civile, erano presenti il direttore di BCSM Roberto Moretti, Guidi per Leighton, il presidente di Carisp Zanotti e, secondo Mancini, anche l’avvocato Maria Teresa Zonzini. Lì Moretti avrebbe chiesto a Mancini di cambiare la relazione. Davanti a Guidi, cioè al debitore, sarebbero stati letti stralci del verbale del CdA e la relazione interna della Cassa. Grandoni, inoltre, si sarebbe presentato personalmente da Mancini per chiedergli perché il finanziamento non venisse rinnovato. Il motivo, per Nicolini, era chiaro: l’escussione del pegno sulle azioni Leighton avrebbe fatto perdere a Guidi e Grandoni il controllo di Banca CIS, “lo strumento con cui girava tutto il circuito”. “Basta chiedersi da quale parte stesse operando chi aveva il dovere istituzionale di restare terzo”, ha aggiunto.
Nicolini ha contestato la deposizione dell’avvocato Zonzini, che ha negato la propria presenza e quella di Moretti alla riunione: “Quella versione non regge. Ci sono tre dichiarazioni convergenti, di Mancini, Guidi e Zanotti, contro una sola discordante”. Nel procedimento 500 Moretti era stato prosciolto perché il fatto non consta abbastanza. Secondo il legale, però, lì si giudicava un singolo reato fine, mentre qui si deve verificare se esista “un metodo, una struttura di relazioni, una convergenza stabile”. Nicolini ha ricordato anche che Mancini, rispondendo a una domanda del Commissario, ha detto di aver percepito una linea comune di intervento tra Moretti e Guidi. “Il privato fa il privato, il soggetto istituzionale mette a disposizione il proprio ruolo, l’informazione riservata circola. Il sodalizio qui non lo dobbiamo immaginare, lo vediamo funzionare”, ha concluso.
Le richieste
La Cassa ha documentato tre voci di danno patrimoniale: 534 milioni per il bilancio 2016, 81 milioni per l’acquisizione forzata di Asset e 13,5 milioni per la vicenda Leighton. A queste si aggiunge il danno d’immagine e reputazionale. “Tutte e tre queste vicende hanno avuto effetti deflagranti: sfiducia nell’istituto, perdita di clientela, di opportunità, di valore”, ha detto Nicolini. La documentazione era già stata depositata con l’istanza del 22 gennaio 2026, “istruita quasi come se fosse una causa civile”.
Il legale ha definito la provvisionale da 10 milioni “una quota minima, oserei dire prudenziale, ma certamente non satisfattiva” rispetto a un danno “nell’ordine di diverse centinaia di milioni di euro”. La quantificazione complessiva è stata rimessa alla sede civile. Come annunciato in apertura, la Cassa non ha avanzato alcuna richiesta nei confronti di Marco Mularoni.
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