Prezzi dei titoli di Stato in calo, fondi ed ETF obbligazionari con il segno meno. Non è un incidente: è il modo in cui funzionano le obbligazioni quando i tassi salgono. E la variabile che fa la differenza, ancora una volta, è il tempo
Quando la parte “tranquilla” del portafoglio va in rosso
Chi in questi giorni guarda i propri investimenti lo ha notato: titoli di Stato, fondi ed ETF obbligazionari — la componente considerata più tranquilla del portafoglio — mostrano un segno meno. Non è un errore né, nella maggior parte dei casi, un segnale di pericolo. È la conseguenza di un meccanismo preciso, che in fasi come questa vale la pena rimettere in fila.
Cosa è cambiato in un anno
All’inizio di novembre 2025 il BTP decennale rendeva il 3,40%, con lo spread sul Bund a 75 punti. L’8 ottobre scorso ha toccato il 4,67-4,69%, con lo spread tra 115 e 120 punti: circa 1,3 punti in più in dodici mesi, buona parte dei quali solo a settembre (dal 4,2% al 4,6%).
Il motore è la BCE, che dopo i tagli del 2024-2025 ha ripreso ad alzare i tassi: a giugno, per la prima volta dal 2023, e di nuovo il 10 settembre, portando il tasso sui depositi al 2,50%. Il perché è l’inflazione: la stima flash di Eurostat per settembre indica l’Eurozona al 3,8% e l’Italia al 4,1%, spinte da un’energia a +18,8% su base annua. È esattamente l’inflazione “importata” di cui vi parlavo quest’estate.
E le aspettative restano al rialzo: dopo la riunione di settembre i mercati scontavano almeno un altro ritocco entro fine anno, e i futures sull’Euribor a tre mesi indicano un 3,10% entro giugno 2027. I prossimi appuntamenti della BCE sono il 29 ottobre e il 17 dicembre.
Non è un problema solo italiano. Negli Stati Uniti la Fed ha alzato i tassi a settembre e il Treasury decennale ha toccato il 5,34%, ai massimi da circa due decenni; la Francia paga ormai sul decennale più dell’Italia (circa 4,9%); le tensioni nello Stretto di Hormuz tengono alti petrolio e gas. Siamo davanti a un rialzo generalizzato del costo del denaro, e chi possiede obbligazioni lo vede riflesso nei prezzi.
L’altalena: tassi su, prezzi giù
Un esempio semplice. Avete comprato a 100 un BTP decennale con cedola del 4%; qualche mese dopo lo Stato emette nuovi titoli al 5%. Chi comprerebbe il vostro a 100 per incassare il 4%? Nessuno. Il titolo torna appetibile solo se il prezzo scende abbastanza da compensare la cedola più bassa: nel nostro esempio, a circa 92. Un -8%, senza che lo Stato abbia cambiato di una virgola le sue promesse.
E l’altalena non oscilla allo stesso modo per tutti: più il titolo è lungo, più a lungo vi lega a una cedola poco competitiva, e più il prezzo deve scendere.
Spostandosi verso destra — tassi in salita — il titolo a 2 anni quasi non se ne accorge, quello a 30 anni precipita. Verso sinistra vale il contrario: è il motivo per cui, negli anni dei tassi a zero, chi aveva titoli lunghi ha visto guadagni importanti. Oggi stiamo vivendo il film al contrario.
Quattro BTP, quattro storie diverse
Quattro titoli di Stato reali, dal più breve al più lungo: il prezzo massimo di quest’anno e quello di oggi.
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Titolo |
Vita residua |
Massimo dell’anno |
Prezzo 19/10/2026 |
Dal massimo |
Rendimento netto a scadenza |
| BTP 0,25% marzo 2028 | 1,4 anni | 96,39 | 95,86 | -0,5% | 3,00% |
| BTP 0,90% aprile 2031 | 4,5 anni | 92,07 | 88,00 | -4,4% | 3,58% |
| BTP 1,45% marzo 2036 | 9,4 anni | 84,72 | 77,30 | -8,8% | 4,39% |
| BTP 2,15% marzo 2072 | 45,4 anni | 61,72 | 52,84 | -14,4% | 5,28% |
Stesso emittente, comportamenti completamente diversi. Il BTP 2028 ha perso meno di un punto; il BTP 2072 — collocato nell’aprile 2021— oggi vale poco più della metà, e solo dal massimo di quest’anno ha lasciato sul terreno oltre il 14%.
Nessuno di questi titoli, però, ha “perso” cedole o rimborso: il BTP 2036 che oggi quota intorno a 77 restituirà comunque 100 a marzo 2036. E chi lo compra oggi si porta a casa un rendimento netto a scadenza del 4,4% circa.
E per fondi ed ETF obbligazionari?
Il meccanismo è identico. Un fondo o un ETF obbligazionario è un grande contenitore di obbligazioni: se i titoli che contiene scendono, scende anche la quota. Conta la duration media del portafoglio, indicata nella scheda prodotto. Tre esempi di ETF sui titoli di Stato dell’area euro, con i dati di inizio ottobre 2026:
- governativi a 1-3 anni: duration 1,9, con un punto di rialzo dei tassi perde circa il 2%;
- intero mercato dei governativi euro: duration 6,7, un punto di rialzo vale circa -6,7%;
- governativi a 15-30 anni: duration 15,8, di fatto un BTP lunghissimo diversificato su più Paesi.
La differenza rispetto al titolo singolo è che il fondo non scade mai: il gestore sostituisce i titoli in scadenza con titoli nuovi, quindi non esiste una data in cui “torna a 100”. In compenso, quei titoli nuovi oggi rendono il 4% e oltre — l’ETF a 15-30 anni ha un rendimento a scadenza del 4,6% — e con il tempo questo maggiore rendimento recupera la perdita di prezzo. Una regola pratica dice che il tempo necessario è nell’ordine della duration del fondo.
Il tempo: l’ingrediente che fa la differenza
Chi oggi è in perdita sull’obbligazionario medio-lungo è, quasi sempre, chi ha investito quando i rendimenti erano più bassi: negli anni dei tassi a zero, ma anche solo un anno fa. Qui serve una distinzione fondamentale. La perdita latente è quella che vedete sull’estratto titoli ed esiste solo se vendete oggi; la perdita realizzata è quella che diventa definitiva nel momento in cui vendete.
Il BTP 2036 che oggi vale circa 77 pagherà le cedole e rimborserà 100 a scadenza. Se i tassi restassero dove sono, il suo prezzo risalirebbe anno dopo anno fino a 100: è l’effetto che i tecnici chiamano “pull to par”.
Per i fondi e gli ETF l’alleato è il rendimento del portafoglio, che fa da cuscinetto. Riprendiamo l’ETF sui governativi euro: rendimento intorno al 3,9%, duration 6,7. Dividendo il primo per il secondo si ottiene circa 0,6: in un anno il portafoglio può assorbire un ulteriore rialzo dei tassi di circa sei decimi di punto senza chiudere in rosso. Più alto è il rendimento di partenza, più spesso è il cuscinetto, ed è proprio quello che i tassi di oggi stanno ricostruendo.
La regola d’oro è far coincidere la duration con il proprio orizzonte temporale. Se i soldi servono tra due anni, non vanno su uno strumento con duration 10; se l’orizzonte è di otto o dieci anni, le oscillazioni di questi mesi fanno parte del percorso, non sono la destinazione.
Tre domande prima di premere “Vendi”
Prima: qual è la duration di quello che ho in portafoglio? Per i BTP basta guardare la scadenza; per fondi ed ETF il dato è nella scheda prodotto.
Seconda: quando mi serviranno davvero questi soldi? Se l’orizzonte è più lungo della duration, il tempo lavora per voi. Se è più corto, il tema non è il mercato ma la scelta di partenza, da rivedere con calma e non nel giorno peggiore.
Terza: sto decidendo con la testa o con la paura? Vendere sull’onda dell’emotività è il modo più sicuro per trasformare una perdita temporanea in una definitiva.
I tassi più alti, per chi ha liquidità da investire, sono anche un’opportunità: oggi si costruiscono rendimenti che per anni non si sono visti. Ma la regola resta la stessa: prima l’orizzonte, poi lo strumento. Chi ha un piano, anche semplice, attraversa queste fasi con serenità. Chi non ce l’ha, le subisce.
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