#Finsubito news – Bankitalia, Angelini: l’Omnibus Ue è “un passo indietro”, report di sostenibilità da 8mila a mille imprese


Roma – Bankitalia, Angelini: l’Omnibus Ue è “un passo indietro”, report di sostenibilità da 8mila a mille imprese

Il direttore generale propone di spostare sulla fiscalità generale gli oneri non energetici delle bollette e di accentrare le autorizzazioni allo Stato. Fotovoltaico sui capannoni: con 30-36 miliardi raddoppierebbe la capacità installata.

Con il pacchetto Omnibus approvato a febbraio 2026, le imprese italiane obbligate a pubblicare informazioni sulla propria sostenibilità passerebbero da circa 8.000 a circa 1.000. Per Paolo Angelini, direttore generale della Banca d’Italia, è un passo indietro: meno dati significano più incertezza per chi deve finanziare la transizione energetica. Angelini ha parlato alla presentazione del Rapporto ASviS 2026. Nel suo intervento ha proposto di valutare il trasferimento sulla fiscalità generale delle voci della bolletta elettrica con finalità redistributive o di politica generale, per ridurre il costo dell’elettricità e favorire l’elettrificazione. Ha poi suggerito di coinvolgere le comunità locali nei benefici dei nuovi impianti, accompagnando questa scelta con il passaggio dei poteri autorizzativi dalle Regioni allo Stato. Altri due dati riguardano famiglie e imprese. I mutui “verdi” sono saliti al 12% delle nuove erogazioni, e la Banca d’Italia ha proposto una definizione semplificata di prestito verde che potrebbe ridurre i requisiti di capitale. Coprire di pannelli fotovoltaici i tetti dei capannoni esistenti, con un investimento tra 30 e 36 miliardi di euro, raddoppierebbe invece la capacità installata. Il filo che lega tutte le proposte è uno: il sistema finanziario, ha spiegato Angelini, deve accompagnare la transizione, non guidarla.

CSRD E OMNIBUS: “AUSPICABILE NON DISPERDERE GLI INVESTIMENTI GIÀ FATTI”

Il passaggio sulla rendicontazione si inserisce in un ragionamento più ampio sul ruolo dei dati. L’Unione europea, ha ricordato Angelini, si è dotata con la direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) di un quadro ambizioso di standard per la rendicontazione ambientale ed energetica delle imprese. Nel nuovo contesto internazionale, però, il pacchetto Omnibus “ha segnato un passo indietro”, pur con il legittimo obiettivo di alleggerire gli oneri regolamentari. Le imprese italiane soggette agli obblighi, stimate in circa 8.000 con la prima versione della CSRD, scenderebbero a circa 1.000. Per Angelini è auspicabile che la revisione delle norme non disperda gli investimenti già fatti da banche e imprese per produrre e usare questi dati, e che restino disponibili le informazioni utili a investitori e intermediari.

INCERTEZZA E PREMIO PER IL RISCHIO: SERVONO DATI MIGLIORI E REGOLE STABILI

L’attenzione per la qualità delle informazioni ha una ragione precisa. Per sostenere al meglio la transizione energetica e ambientale, secondo Angelini, il sistema finanziario deve essere messo in condizione di valutarne bene rischi e opportunità, riducendo l’incertezza. L’incertezza infatti complica le scelte di investimento. Informazioni di scarsa qualità, incomplete o poco comparabili su un’impresa o su un progetto fanno salire il premio per il rischio chiesto da azionisti e creditori. Lo stesso effetto hanno i cambiamenti di norme e incentivi. Servono quindi più informazioni per chi finanzia e scelte regolamentari e di politica economica il più possibile chiare e stabili.

ENERGIA E CLIMA, LE DUE VULNERABILITÀ CHE RICHIEDONO UNA DOPPIA TRANSIZIONE

Il discorso è partito da un quadro più generale. La guerra in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente, ha osservato Angelini, hanno riportato al centro del dibattito l’autonomia strategica in campo energetico. A questo si aggiunge la vulnerabilità ai cambiamenti climatici, perché l’Europa e il Mediterraneo si stanno riscaldando più velocemente del resto del pianeta. Il Rapporto ASviS segnala il rischio che questi fenomeni aumentino le disuguaglianze e i divari territoriali, indebolendo la coesione sociale. Un rischio di cui, ha detto Angelini, “stiamo in questi giorni toccando con mano la concretezza”, insieme alla necessità di contenerlo. Per il direttore generale, le due vulnerabilità, energetica e climatica, richiedono risposte coerenti e comuni, cioè una doppia transizione. Angelini ha anche riconosciuto all’ASviS, a dieci anni dalla nascita, il merito di alimentare con continuità e rigore il confronto sullo sviluppo sostenibile tra istituzioni, imprese, università e società civile.

In questo percorso il ruolo della finanza ha dei limiti precisi. “Il sistema finanziario non può decidere la traiettoria della transizione, ma può influenzarla”, ha spiegato Angelini. Valutando i progetti, prezzando correttamente i rischi e finanziando gli investimenti, la finanza incide sul rapporto tra costi e benefici delle scelte decisive. Quelle scelte, però, restano nelle mani di imprese, famiglie e governi.

DAL BOOM DEI GREEN BOND AL DIALOGO CON LE IMPRESE INQUINANTI

Non sempre, però, la finanza è stata vista così. Solo pochi anni fa, ha ricordato Angelini, la finanza sostenibile è cresciuta molto rapidamente, spinta dalle politiche climatiche e dall’interesse degli investitori. Tra il 2014 e il 2024 le obbligazioni verdi hanno avuto un’espansione fortissima e l’Europa è diventata il primo mercato mondiale di questi strumenti, con sviluppi simili per i fondi ESG. In quella fase si è diffusa l’idea che la finanza potesse essere la leva principale per avviare e guidare la transizione, mettendo talvolta gli obiettivi sociali e di sostenibilità davanti ai criteri tradizionali di rischio e rendimento. Molti intermediari, tra banche, assicurazioni e gestori del risparmio, hanno annunciato obiettivi di decarbonizzazione dei propri portafogli. In alcuni casi li hanno perseguiti riducendo i finanziamenti alle imprese con elevate emissioni di gas climalteranti, come documenta uno studio di C. Angelico ed E. Bernardini citato nell’intervento.

Oggi, secondo Angelini, quell’impostazione appare superata. Da un lato si riconosce che intermediari, risparmiatori e investitori puntano anzitutto a massimizzare il rendimento corretto per il rischio. Dall’altro, gli intermediari hanno capito che decarbonizzare i propri attivi abbandonando le imprese dei settori più inquinanti può essere una strategia miope, se quelle imprese producono beni essenziali come l’acciaio e il cemento. A questo proposito Angelini ha richiamato anche il Sesto rapporto di valutazione dell’IPCC. È molto meglio, ha spiegato, dialogare con queste aziende e offrire loro consulenza per sostenerle nel migliorare le prestazioni ambientali. Tenere conto di obiettivi sociali e ambientali, come il contrasto al cambiamento climatico e al degrado ambientale, può aiutare le imprese a contenere i rischi e a cogliere le opportunità della transizione. In Italia e in Europa, le autorità di vigilanza su banche e assicurazioni hanno spinto gli intermediari a dotarsi delle competenze e degli strumenti necessari.

MUTUI VERDI AL 12% DELLE NUOVE EROGAZIONI, BANKITALIA PROPONE UNA DEFINIZIONE SEMPLIFICATA

Dal quadro generale Angelini è passato al finanziamento della transizione in Italia, partendo dalle famiglie. Due terzi dei loro consumi energetici servono a riscaldare o raffrescare gli ambienti e a scaldare l’acqua. Rendere gli edifici più efficienti conviene nel lungo periodo, ma per molte famiglie la spesa iniziale è difficile, se non impossibile, da sostenere. I mutui “verdi” sono nati per superare questo ostacolo. In Italia tra il 2022 e il 2024 la loro quota è raddoppiata, arrivando al 12% delle nuove erogazioni. Secondo alcuni studi, a parità di altre condizioni questi prestiti sono meno rischiosi della media. L’efficienza energetica attenua infatti l’effetto degli shock sui prezzi dell’energia sui bilanci di famiglie e imprese e ne migliora la capacità di rimborso. Questo consente alle banche di applicare tassi leggermente più bassi.

Lo sviluppo di questi prodotti, però, è frenato da alcune norme europee. La definizione di prestito “verde” del Regolamento Tassonomia finora è stata poco applicata, perché tecnicamente complessa e soggetta a incertezze sulla sua evoluzione. Ne sono nate molte definizioni non ufficiali, che hanno ostacolato la crescita del mercato e la raccolta di prove davvero solide sulla rischiosità di questi prestiti. Per questo la Banca d’Italia ha pubblicato di recente una proposta di definizione semplificata, basata sulle prassi del mercato italiano. Secondo Angelini, adottarla aiuterebbe ad accumulare prove solide della minore rischiosità di questi strumenti. Questo giustificherebbe requisiti di capitale più bassi e quindi costi ancora minori, avviando un circolo virtuoso. La proposta, ha annunciato, sarà portata ai tavoli europei.

IMPRESE, IL FOTOVOLTAICO SUI CAPANNONI RADDOPPIEREBBE LA CAPACITÀ INSTALLATA

Anche per le imprese le banche si stanno muovendo, su due fronti. Da un lato hanno ampliato l’offerta di strumenti per finanziare l’elettrificazione dei processi produttivi, l’autoproduzione di energia rinnovabile e la riduzione dei consumi. Dall’altro stanno includendo nelle valutazioni del credito le prestazioni energetiche delle aziende, attuali e future. Anche qui, secondo Angelini, si può avviare un circolo virtuoso, perché le prospettive di un’azienda dipendono dalla sua esposizione agli shock energetici di oggi e di domani. I piani di transizione, quindi, non sono “l’ennesimo obbligo normativo imposto alle aziende”, ma strumenti di pianificazione strategica degli investimenti, che possono rafforzarne la resilienza e la redditività negli anni.

Le imprese stanno già investendo, ma si potrebbe fare di più. Secondo alcune stime citate da Angelini, se i tetti dei capannoni esistenti fossero usati appieno per il fotovoltaico, la capacità installata attuale raddoppierebbe. Servirebbero tra 30 e 36 miliardi di euro, una cifra “assai rilevante ma realizzabile”. Esistono già formule contrattuali e finanziarie in cui gran parte dell’investimento è sostenuta da banche o fornitori di servizi ed elettricità, e si ripaga nel tempo anche grazie ai risparmi ottenuti. Un’alternativa sono i contratti che fissano il prezzo dell’elettricità nel medio o lungo periodo. Proteggono l’impresa dagli shock sui prezzi e garantiscono al fornitore ricavi stabili da investire nella transizione, cioè in rinnovabili, reti e accumuli. In Italia queste soluzioni stanno crescendo, ma sono ancora poco diffuse. Gli intermediari, secondo Angelini, potrebbero favorirne lo sviluppo non solo finanziando i soggetti coinvolti, ma anche offrendo consulenza, valutazione e strutturazione finanziaria degli interventi.

PMI, PIÙ DIFFICILE L’ACCESSO AI FINANZIAMENTI PER L’EFFICIENZA ENERGETICA

Un capitolo a parte riguarda le piccole e medie imprese. Le indagini della Banca europea per gli investimenti mostrano che le PMI europee, comprese quelle italiane, sono sempre più propense a investire in efficienza energetica. Tuttavia segnalano più spesso delle grandi imprese difficoltà nell’ottenere i finanziamenti necessari. Per questo, secondo Angelini, il sistema bancario deve fare un nuovo sforzo per assisterle.

RINNOVABILI COMPETITIVE, IL “TRILEMMA ENERGETICO” SI ATTENUA

Alla base di tutto, ha concluso Angelini, resta la convenienza economica. In passato la diffusione delle rinnovabili è stata sostenuta soprattutto dagli incentivi pubblici. Oggi la spinta principale viene dal calo dei costi e dal miglioramento delle tecnologie. Secondo alcuni studi autorevoli, le rinnovabili sono ormai competitive rispetto alle fonti fossili, anche se non mancano opinioni diverse. Angelini ha riconosciuto che il dibattito è complesso e intreccia competenze di ingegneria ed economia, ipotesi tecnologiche e previsioni su domanda e prezzi. Gli sembra tuttavia “non controverso che la competitività economica delle rinnovabili sia oramai sulla frontiera”. Per questo il cosiddetto “trilemma energetico”, cioè la difficoltà di conciliare sostenibilità ambientale, prezzi accessibili e sicurezza degli approvvigionamenti, non è più così netto. Per l’Italia, che ha prezzi finali dell’elettricità alti rispetto agli altri Paesi, è verosimile che più rinnovabili, accumuli e reti possano ridurre i prezzi all’ingrosso. Diminuirebbero infatti le ore in cui il prezzo è fissato dalle tecnologie più costose, in genere le centrali a gas.

CARO ENERGIA, MISURE TEMPORANEE E MIRATE: “GLI INTERVENTI GENERALIZZATI ASSORBONO RISORSE”

Da qui l’indicazione sulle politiche contro il caro energia. Davanti a shock eccezionali sui prezzi, ha spiegato Angelini, misure temporanee e mirate possono proteggere le famiglie vulnerabili e le imprese più esposte. Interventi generalizzati e prolungati, invece, consumerebbero molte risorse pubbliche, indebolirebbero i segnali di prezzo e non ridurrebbero la dipendenza dall’estero. La risposta strutturale, secondo il direttore generale, passa da più fronti:
– aumentare più rapidamente l’offerta di elettricità a basso costo e basse emissioni;
– investire in reti, accumuli e interconnessioni europee;
– migliorare l’efficienza energetica;
– ridurre i tempi delle autorizzazioni;
– adottare politiche pubbliche chiare, stabili e prevedibili.

AUTORIZZAZIONI, COINVOLGERE LE COMUNITÀ E SPOSTARE I POTERI ALLO STATO

Proprio sulle autorizzazioni, in diversi Paesi, Italia compresa, molto è stato fatto per accelerarle, ma i tempi restano spesso lunghi. Pesano anche le resistenze delle comunità locali all’installazione degli impianti. Secondo Angelini, potrebbero essere ridotte facendo partecipare le comunità ai benefici degli investimenti, per esempio con sconti in bolletta, misure per mitigare l’impatto degli impianti e interventi di riqualificazione ambientale. Esempi positivi non mancano. Questi meccanismi, ha aggiunto, potrebbero essere accompagnati dal trasferimento dei poteri autorizzativi dalle Regioni allo Stato, come proposto di recente dal professor Giovannini.

BOLLETTE ELETTRICHE, GLI ONERI DI POLITICA GENERALE SULLA FISCALITÀ GENERALE

L’altra proposta riguarda la composizione della bolletta. Secondo Angelini, potrebbe essere utile fare altri passi per togliere dalla bolletta elettrica le voci che servono a finalità redistributive o di politica generale, come previsto dal Pnrr. Spostarle sulla fiscalità generale non ne cancellerebbe il costo, ma cambierebbe il modo in cui si distribuisce tra contribuenti e consumatori. L’elettricità costerebbe meno agli utenti, l’elettrificazione ne sarebbe favorita e il peso sui bilanci delle famiglie meno abbienti si ridurrebbe. Scelte di questo tipo, ha avvertito il direttore generale, andrebbero però valutate con attenzione, considerando gli effetti su famiglie e imprese e sulla sostenibilità dei conti pubblici.

ALLA FINANZA SERVONO REGOLE STABILI E INFORMAZIONI ADEGUATE

In chiusura Angelini è tornato al punto di partenza. “Il sistema finanziario ha il compito di accompagnare la transizione energetica e ambientale, non di guidarla”, ha ribadito. Deve selezionare i progetti solidi da finanziare, valutare correttamente i rischi e sostenere gli investimenti di imprese e famiglie. Gli intermediari, in particolare, possono fare molto per far crescere il mercato dei prestiti verdi. Possono concedere credito a condizioni che riflettano la minore rischiosità di chi investe in efficienza energetica, offrire consulenza alle imprese più piccole e lavorare con i fornitori di energia a contratti che favoriscano le rinnovabili. Per tutto questo, ha concluso, servono regole stabili e informazioni adeguate, che permettano a investitori, imprese e autorità di valutare i rischi e cogliere le opportunità della transizione, in un dialogo tra tutti i soggetti coinvolti.

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