C’è una classifica che la Fifa non pubblicherà mai. Non mette in fila i gol, i rigori, gli assist o i chilometri percorsi. È quella degli allenatori che il Mondiale si porta via. Ogni quattro anni la Coppa del Mondo di calcio consacra un ct, ma ne travolge molti altri. Il 2026 non ha fatto eccezione: ancora prima della finale, il torneo panamericano ha già prodotto una lunga lista di dimissioni, esoneri e addii. Cambiano le modalità, non il risultato: il commissario tecnico continua a essere il primo a pagare il conto di un fallimento, una tendenza ormai consolidata nel calcio internazionale.
Uno dopo l’altro
L’ultimo addio, in ordine di tempo, è stato Roberto Martínez: il ct del Portogallo ha annunciato in conferenza stampa che la sconfitta per 0-1 contro la Spagna agli ottavi di finale è stata la sua ultima partita sulla panchina lusitana: «Sono 45 partite, i migliori risultati in termini di gol e punti nella storia della Nazionale. Ricordi della vittoria nella Nations League, di aver stabilito dei record. Ringrazio la Federazione e lo staff tecnico, che hanno lavorato duramente per aiutare i nostri giocatori. Mi porto via un ricordo incredibile e ringrazio il popolo portoghese», ha detto.
Prima era stato il turno di Julian Nagelsmann, 38 anni appena, ex enfant prodige del calcio tedesco, sulla panchina della National Mannschaft dal 2023, strappato dalla Federcalcio tedesca al Bayern Monaco perché riportasse la Germania ai fasti del 2014, a quel trionfo in Brasile che resta ancora il punto più alto della storia recente. E invece, dopo i rigori fatali contro il Paraguay – prima eliminazione dal dischetto in assoluto in un grande torneo – l’opinione pubblica tedesca ha alzato la voce, e anche gli opinionisti dei quotidiani più prestigiosi si sono spinti a chiedere un passo indietro al tecnico bavarese, che era arrivato negli States alla guida di una squadra che, secondo la maggior parte degli osservatori, era destinata se non al successo quantomeno ad andare molto lontano. Sicuramente non a tornare a casa al primo mata-mata. Ora toccherà a Jurgen Klopp ricostruire. Di nuovo.
Il divorzio simbolo, invece, è probabilmente quello tra Marcelo Bielsa e l’Uruguay, eliminato al primo turno. Ma l’estrema povertà del risultato sportivo è soltanto una parte della storia del “Loco” sulla panchina della Celeste, tra foto ufficiali con gli occhi bassi, monologhi in spogliatoio – sempre guardando a terra – di quasi 50 minuti di fila e tensioni con i giocatori, il capitano Valverde in testa, che avrebbero chiesto una gestione meno rigida e meno ossessiva della preparazione. Bielsa, però, fedele al proprio credo calcistico, non ha mai rinunciato ai suoi principi, fino alle inevitabili dimissioni inevitabili.
Destino diverso, ma identica conclusione, per Ronald Koeman. L’eliminazione dei Paesi Bassi ai rigori contro il Marocco ha segnato la fine della sua seconda esperienza alla guida degli Oranje, anche se in questo caso hanno pesato anche le motivazioni personali: il tecnico ha spiegato di voler dedicare più tempo alla moglie malata, scegliendo una strada che restituisce anche la dimensione umana di un mestiere che spesso sconta soltanto risultati e classifiche.
Anche Steve Clarke e Hong Myung-bo hanno lasciato dopo le eliminazioni premature di Scozia e Corea del Sud. Gli scozzesi erano tornati alla Coppa del Mondo dopo quasi trent’anni, e con aspettative importanti, come dimostrava la gioiosa invasione di Boston da parte della Tartan Army, i coloratissimi tifosi. E invece, l’uscita ai gironi ha sancito l’addio del ct, alla guida della nazionale dal 2019 e fresco di rinnovo contrattuale fino al 2028: le sue dimissioni testimoniano quanto il peso morale della sconfitta superi ormai anche quello degli accordi firmati. L’ex capitano della Corea del Sud, invece, è stato travolto non solo dai risultati negativi, ma anche dal clima politico e mediatico sviluppatosi attorno alla nazionale. Le critiche pubbliche delle istituzioni sportive e della politica hanno trasformato l’eliminazione in una questione nazionale, rendendo praticamente inevitabile il suo passo indietro.
La miseria di un punto appena raccolto in tre partite ha portato anche Miroslav Koubek a rassegnare le dimissioni da ct della Repubblica Ceca, nonostante un contratto ancora lungo, a dimostrazione che nel calcio delle nazionali la durata degli accordi conta sempre meno, perché il giudizio arriva ogni due o al massimo quattro anni, e raramente concede appelli.
Diverso, invece, l’addio di Sebastián Beccacece, il tecnico argentino che ha salutato l’Ecuador dopo l’eliminazione contro il Messico. Il suo contratto era in scadenza, ma Beccacece, che nel periodo trascorso sulla panchina della Tricolor aveva conquistato l’intero paese, vincendo la naturale diffidenza degli ecuadoriani nei confronti degli argentini, ha trasformato l’addio in una riflessione emotiva, parlando della nazionale come di una famiglia, lui che dalla famiglia – le figlie e la moglie, che lo ha sempre difeso dalle critiche, soprattutto all’inizio – ha sempre tratto la forza.
Quest’anno, poi, si è visto addirittura un cambio di guida in pieno Mondiale, evento rarissimo nella storia della competizione, con la Federcalcio tunisina che dopo il pesantissimo 5-1 contro la Svezia nella prima giornata ha esonerato Sabri Lamouchi, affidando la squadra a Hervé Renard, senza peraltro ottenere risultati apprezzabili.
Il ct come capro espiatorio
Nell’ultimo periodo, insomma, il commissario tecnico è diventato il principale parafulmine delle delusioni nazionali. Perché le federazioni investono su programmi quadriennali, ma finiscono spesso per giudicare tutto sulla base di 90 minuti, di un rigore sbagliato o di una qualificazione mancata. Il tempo della progettazione si è drasticamente ridotto, sostituito dalla necessità di offrire subito una risposta all’opinione pubblica. Un meccanismo che stritola anche allenatori di enorme prestigio, ai quali non bastano più l’autorevolezza costruita nei club, i trofei conquistati o il credito accumulato negli anni.
Per questo motivo il Commissario tecnico rimane la figura più esposta del calcio contemporaneo. Non può comprare giocatori, li ha a disposizione, quando va bene, per poche settimane all’anno ma deve comunque rispondere di tutto: gioco, risultati, ambiente, comunicazione e perfino stato emotivo del gruppo.
Così il Mondiale, che continua a essere il torneo dei grandi campioni, è diventato anche il tribunale più severo per gli allenatori. Celebrati per un mese come strateghi, psicologi e leader, basta una partita sbagliata, o un rigore sul palo, perché diventino gli unici responsabili di un sogno infranto. È il prezzo della panchina più prestigiosa del calcio: la gloria è immortale, la fiducia dura novanta minuti.
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Valerio Iafrate
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