Accordo tra Israele e Libano: tra pace e guerra civile


L’accordo tra Libano è Israele rischia di esacerbare le divisioni comunitarie. Ma lo Stato libanese non ha la forza di agire contro Hezbollah.

INTRODUZIONE

La firma dell’accordo di riconoscimento tra Israele e Libano, avvenuta il 26 giugno dopo oltre due mesi di trattative mediate dagli Stati Uniti, sembra porre fine al conflitto nel sud del Paese dei Cedri, ma allo stesso tempo presenta una serie di criticità intrinseche alla loro Storia. A non funzionare non è l’accordo in sé, quanto la possibilità di applicarlo al contesto storico e culturale libanese, segnato da decenni di conflitti intestini, invasioni israeliane e divisioni comunitarie interne. L’accordo raggiunto prevede il riconoscimento reciproco tra i due Stati, il disarmo completo di Hezbollah a opera dell’esercito libanese e solo successivamente il progressivo ritiro delle truppe israeliane dal sud del Paese. Nei dialoghi il Partito di Dio risulta come un corpo estraneo al contesto del Libano, da estirpare come un cancro, ignorando completamente la base culturale e sociale del movimento, fortemente radicato nei territori meridionali abbandonati dallo Stato centrale. Di fatto, questa situazione rende la soluzione pacifica estremamente complicata.

IL TRIANGOLO HEZBOLLAH, STATO LIBANESE E ISRAELE

Storicamente provincia dell’Impero Ottomano, l’emirato del Monte Libano accolse molte delle comunità più marginalizzate del califfato, tra cui i cristiani maroniti, i drusi e gli sciiti. L’influenza francese sul territorio a partire da metà Ottocento e si pose come protettrice dei cristiani del paese portò i maroniti al vertice del potere. Le esistenti differenze religiose cominciarono a creare divisioni comunitarie territorializzate, con dei propri capi eletti su base confessionale. Le nascenti strutture sociali a base confessionale e il sistema del Millet, che concedeva autonomia alle minoranze in cambio della sottomissione al sovrano, creeranno il tessuto sociale e culturale che ancora oggi caratterizza il Libano. Il sistema istituzionale adottato con l’indipendenza rispecchia in pieno la base culturale del Paese, in cui le cariche istituzionali principali sono divise per confessione religiosa, con il Presidente della Repubblica cristiano maronita, il Primo ministro sunnita e il Presidente del Parlamento sciita. Proprio l’esacerbarsi delle diffidenze tra le varie comunità e l’ostilità di parte della popolazione contro la diaspora palestinese in Libano porterà allo scoppio della guerra civile (1975-1990), nella quale si inseriscono le ingerenze siriane e israeliane.

Figura 1: mappa delle confessioni religiose in Libano. https://brilliantmaps.com/lebanon-religion/,


La genesi del Partito di Dio può essere ricondotta alla seconda invasione israeliana del Libano nel 1982. Nel paese già dilaniato dalla guerra civile, l’intervento di Tsahal per colpire i campi dell’OLP nel sud porta un’ondata di distruzione impareggiabile. La popolazione del sud del Paese – a maggioranza sciita e storicamente marginalizzata dai centri di potere e dai servizi di welfare dello Stato e che inizialmente vide di buon occhio l’intervento israeliano contro la scomoda presenza palestinese – cominciò a organizzarsi in sacche di resistenza armata specifica contro l’occupazione israeliana.[1] Queste, col supporto della sezione Quds dei Pasdaran iraniani, nel 1985 troveranno unità politica e militare nel 1985 con il nome di Hezbollah attraverso pubblicazione della “Lettera aperta agli oppressi in Libano e nel mondo”.

Il Partito di Dio proseguirà la guerriglia contro l’occupazione israeliana fino alla vittoria culminata con la ritirata di Tsahal dal territorio libanese nel 2000, a eccezione delle “fattorie di Sheb’ā”. La milizia sciita si adatta perfettamente al nuovo contesto di pace che regna in Libano dal 2000, ponendosi come un attore politico e sociale ottimamente integrato nel tessuto libanese. Più capace dello Stato stesso nell’assistenza della popolazione marginalizzata nel sud, nell’allestimento di campi profughi e nella distribuzione di aiuti attraverso una serie di organizzazioni umanitarie e i fondi iraniani, la bravura di Hezbollah è stata quella di sapersi adattare alle esigenze della cittadinanza bisognosa, senza la pretesa di rovesciare il potere regnante. Dopo aver abbandonato in parte il Khomeinismo che ne caratterizzò i primi anni, come notato da Marco Di Donato, il Partito di Dio ha “interpretato un ruolo di contrapposizione costruttiva, una contestazione critica nei confronti del governo nel tentativo di perseguire un interesse generale”.[2] È bene comprendere come Hezbollah non sia quindi un corpo estraneo al tessuto sociale libanese, ma al contrario esso rappresenta e protegge una parte cospicua della popolazione, quella che vive la guerra sulla propria pelle tra un bombardamento e un esodo verso un destino ignoto. Sono proprio il sostegno della popolazione e la base di consenso a costruire la vera forza della milizia, dove armi e soldi iraniani rappresentano principalmente un aspetto tecnico.

La successiva e veloce vittoria contro la nuova invasione israeliana nel 2006 allargherà la base del consenso della milizia sciita, consacrando definitivamente la narrazione della resistenza (muqawama). Nonostante i successi, il suo coinvolgimento in Siria e la ripresa delle ostilità con Israele a seguito del 7 ottobre hanno segnato delle crepe nella base di consenso di Hezbollah, tra i quali alcuni sostenitori hanno lamentato la troppa influenza iraniana e l’aver riportato la guerra in Libano. Al netto di tutto, la base culturale e sociale del Partito di Dio al momento resta forte, la “resistenza” viene ancora vista come un elemento fondante del sud e come un valore non negoziabile, e il suo impegno a difesa dall’invasione israeliana rende Hezbollah l’unico vero attore credibile del Paese. La sua azione non è finora entrata in conflitto con lo Stato centrale proprio perché quest’ultimo non è mai stato presente per i cittadini del meridione del Paese, di fatto il Partito di Dio si è inserito nei vuoti dell’amministrazione ufficiale andando a formare uno “Stato in un non-Stato”.

LO STATO LIBANESE NELLA TATTICA ISRAELIANA

Nel corso dell’ultima invasione israeliana (la quinta) del Libano del sud, lo Stato ebraico ha portato avanti varie forme di guerra contro il Paese dei cedri. Dall’implementazione della Dottrina Dahieh (anche dottrina Gaza) radendo al suolo intere città, a forme di punizione collettiva volte a creare divisioni e odio nei confronti delle varie comunità interne alla nazione libanese. I messaggi indirizzati agli abitanti drusi e cristiani dei villaggi del sud nei quali si invitava a cacciare i propri concittadini sciiti in cambio della possibilità di restare, e i bombardamenti della capitale Beirut per dare a Hezbollah la colpa delle sofferenze dei cittadini al momento meno coinvolti seguono questo schema. Il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha dichiarato pubblicamente che per ogni soldato IDF ucciso dal Partito di Dio, Tsahal avrebbe abbattuto dieci edifici a Beirut, evidenziando un chiaro tentativo di mettere i libanesi della capitale contro i fratelli sciiti.


Quanto brevemente descritto sopra è il contesto socioculturale e politico del Libano in cui si dovrebbe realizzarsi l’accordo con Israele. A seguito della firma si sono succedute diverse manifestazioni da parte dei sostenitori di Hezbollah, che da parte sua considera ogni accordo che non preveda il ritiro israeliano come nullo. Queste proteste si sono scontrate con l’esercito, schierato per mantenere l’ordine interno, ma che segnala anche un primo accenno di iniziativa del governo libanese. Un reale intervento delle Forze Armate Libanesi per disarmare Hezbollah, obiettivo giuridicamente predisposto dal 2025 e fallito sotto ogni punto di vista, aprirebbe di fatto un nuovo capitolo dei conflitti intestini al Libano. Ma la scarsissima tenuta dello Stato e le pessime condizioni dell’esercito regolare, inferiore per armamenti e soprattutto motivazione, rendono l’intervento diretto del governo uno scenario decisamente remoto. Uno Stato e un esercito incapace di fronteggiare un’invasione nemica dimostrano impotenza nei confronti della propria popolazione e mettono in evidenza le lacune dell’apparato statale libanese. Negli accordi tra Israele e Libano, la graduale ritirata di Tsahal è prevista solo dopo l’avvenuto disarmo della milizia sciita, di fatto lo Stato ebraico manterrebbe una propria presenza nel Paese in attesa che lo scontro interno porti alla caduta di Hezbollah.

Figura 2: cartelloni con scritto “prima il Libano” che sostituiscono i precedenti che dicevano “grazie Iran!”, https://today.lorientlejour.com/article/1539595/lebanon-first-billboards-replace-thank-you-iran-signs-on-the-road-to-beirut-airport-and-set-on-fire.html;

A questo punto, l’intenzione israeliana è chiara, delegare sullo Stato libanese l’onere di combattere Hezbollah per circondare il nemico da due fronti e alleggerire il carico su Tsahal, il quale sta incontrando difficolta nell’avanzare. Le pressioni di Israele contro il Libano descritte sopra hanno avuto l’effetto di piegare la volontà dello Stato libanese almeno a livello diplomatico, costringendolo all’accordo sotto la minaccia delle bombe, ma saranno la determinazione e motivazione della popolazione civile e dei ranghi dell’esercito regolare a fare la differenza. Come mostrato da Middle East Eye, lo Stato ebraico sta compiendo una forte propaganda sui social e su canali come Al-Arabiya, dove con video in lingua araba sta cercando di normalizzare l’azione israeliana agli occhi della popolazione libanese. Tale propaganda risulta avere maggiore effetto proprio sulle fasce di popolazione più benestante e lontana dall’epicentro del conflitto.

La distruzione del Libano passa da queste azioni. Soffiare sul fuoco della divisione comunitaria interna diventa l’arma definitiva per Israele, rievocando il vecchio obiettivo di vedere il Paese dei Cedri a guida di un élite cristiano-maronita. La tattica israeliana che fino al 7 ottobre voleva “tagliare l’erba”, quindi colpire i propri nemici e ritirarsi velocemente è finita ed è stata soppiantata dalla ricerca della vittoria decisiva. Consapevole di non poter sconfiggere Hezbollah, che è un’idea prima che una milizia, l’obiettivo è minarne le fondamenta ideologiche agli occhi dei sostenitori e rivoltargli contro il resto della popolazione.

Tutto dipenderà dalla capacità del Partito di Dio di mantenere il consenso. La “piazza” viene ancora mobilitata con efficacia per imporre la propria visione e la funzione di Hezbollah come milizia protettrice del sud resiste. Di fatto, finché ci sarà occupazione israeliana, la base della milizia sciita rimane salda sui suoi principi, legittimata dalla lotta all’invasore. La chiave sarà l’azione dello Stato libanese, ad oggi impalpabile. Poco possono fare soldi e armamenti se manca il coraggio e la motivazione di usarli contro i miliziani sciiti. La minaccia israeliana fa paura, ma far ripiombare l’intero paese nel caos della guerra civile sarebbe un atto estremo che non converrebbe a nessuno (tranne a Israele). Lo Stato libanese non ha mai agito come Stato, abbandonando a sé stessa parte della popolazione e del territorio; quindi, manca di credibilità per agire come tale.



[1] Rosita Di Peri, “Il Libano contemporaneo. Storia, politica e società”, Carocci, Roma, 2021;  

[2] Marco Di Donato, “Hezbollah. Storia del Partito di Dio”, Mimesis, 2025, Milano, p.197;




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 Lorenzo Timitilli

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