#Finsubito news – Europa tra debito, elezioni e crescita: la sfida per Italia e Francia


L’Europa si avvicina a un anno decisivo, il 2027, tra debiti pubblici elevati, costi di finanziamento in aumento, crescita fragile e un calendario politico fitto di elezioni. Francia e Italia rappresentano i due casi da manuale della sfida che attende la zona euro: mantenere la credibilità dei conti pubblici senza comprimere investimenti e crescita. A rendere il quadro più complesso contribuiscono l’incertezza geopolitica e il prossimo ricambio ai vertici della Bce.

 

In questo articoli: 

 

  • Il debito è tornato al centro dell’attenzione
  • Francia e Italia, gemelle diverse
  • L’altra metà del problema, la crescita
  • I rischi di un 2027 elettorale
  • Lagarde a fine mandato, anche la Bce di fronte al cambiamento

 

Il debito è tornato al centro dell’attenzione

La questione dei conti pubblici è tornata al centro dell’attenzione degli investitori. L’aumento dei rendimenti obbligazionari da un lato e quello dei prezzi dell’energia dall’altro stanno modificando il contesto nel quale i governi devono gestire debito e deficit.

Nel primo trimestre del 2026 il debito pubblico in rapporto al Pil ha raggiunto il 143,5% in Grecia, il 138,9% in Italia, il 117,6% in Francia, il 109,1% in Belgio e il 101,6% in Spagna. Questi numeri assumono un peso maggiore in un contesto nel quale il costo del denaro non è più quello della lunga stagione dei tassi prossimi allo zero.

Secondo Carsten Brzeski, responsabile globale Macro di ING, la Francia è il caso più evidente. Il suo rapporto debito/Pil è destinato, secondo le previsioni della Commissione europea, a salire oltre il 120% nel 2027. Senza interventi sulla spesa, il deficit dovrebbe raggiungere il 5,1% del Pil nel 2026 e il 5,7% nel 2027.

“Non stiamo pensando che la Francia possa andare incontro a una crisi del debito – ha spiegato l’esperto – ma il Paese ha un problema di bilancio persistente. Credo che da quando è arrivato l’euro ci siano stati solo due anni in cui la Francia ha effettivamente rispettato il limite del 3% di deficit/Pil”.

I politici francesi “non riescono a trovare un accordo su alcuna misura di austerità e sono riluttanti ad attuare le riforme che potrebbero portare sollievo alle finanze pubbliche”. Il problema è che quando deficit elevati si combinano con rendimenti più alti, il rischio è che si inneschi una spirale nella quale maggiori emissioni alimentano i rendimenti, i rendimenti aumentano la spesa per interessi e quest’ultima rende ancora più difficile stabilizzare il debito.

Francia e Italia, gemelle diverse

La situazione francese evidenzia una difficoltà comune a tutta l’Europa: ridurre il disavanzo senza compromettere gli investimenti necessari per infrastrutture, transizione digitale, difesa e trasformazione demografica. L’invecchiamento della popolazione rende inoltre più difficile comprimere la spesa, soprattutto nei settori della sanità e delle pensioni.

Rispetto alla Francia, l’Italia parte da un livello di indebitamento più elevato in rapporto al Pil. Tuttavia la traiettoria dei suoi conti pubblici è differente. Come ha illustrato Paolo Pizzoli, senior economist di ING, la gestione delle finanze pubbliche durante la corrente legislatura è stata prudente. Il Paese ha registrato un avanzo primario dello 0,8% e il deficit è rimasto vicino alla soglia del 3%, contribuendo a sostenere la credibilità italiana sui mercati. Questa differenza aiuta a spiegare la diversa evoluzione dello spread rispetto alla Francia.

Certo, anche “i rendimenti dei titoli italiani sono aumentati, ma meno di quelli francesi. Il mercato sembra quindi distinguere tra i due diversi profili fiscali: l’Italia continua a essere penalizzata dall’elevato stock di debito, ma il percorso di correzione del deficit rappresenta un elemento di sostegno”.

L’altra metà del problema, la crescita

Anche la crescita ha favorito l’Italia negli ultimi anni. Grazie anche al Pnrr, non si può negarlo. Ora, tuttavia, il passaggio si fa delicato perché la crescita dovrà essere perseguita per vie autonome. “L’economia italiana – ha proseguito Pizzoli – ha mostrato una resistenza superiore alle attese. Nel secondo trimestre il Pil è cresciuto dello 0,2%, sostenuto dai consumi delle famiglie e dagli investimenti. La tenuta dei consumi è stata particolarmente significativa perché si è verificata nonostante la riduzione del potere d’acquisto causato dall’aumento dei prezzi al consumo”.

Secondo Pizzoli, gli indicatori di fiducia e i dati Pmi del Belpaese lasciano intravedere una crescita moderata ma ancora presente nel terzo trimestre. La stima complessiva di crescita per l’intero anno si attesta allo 0,9%, un dato dignitoso e al di là delle attese, ma che rimane comunque contenuto. Verso la fine dell’anno, tuttavia, potrebbe emergere un rallentamento. La conclusione del Pnrr, la presenza del vincolo posto dall’indebitamento alla spesa pubblica e la riduzione del potere d’acquisto concorreranno alla frenata.

I rischi di un 2027 elettorale

I responsabili politici trovano difficoltà ad adottare le riforme necessarie a far funzionare meglio l’economia e a ridurre il peso del deficit. Nel 2027 sarà ancora peggio. Brzeski individua nel prossimo calendario elettorale uno dei principali elementi di vulnerabilità per l’Europa. Perfino la Germania potrebbe essere esposta a una maggiore instabilità dell’esecutivo, mentre la Spagna ha già indetto elezioni anticipate e Francia e Italia si avviano al termine della legislatura.

“Il problema sta nella capacità di assumere decisioni impopolari in un momento nel quale la crescita resta debole e il costo del finanziamento è più elevato” ha sottolineato Brzeski. La riduzione della spesa, l’aumento delle entrate e le riforme strutturali richiedono tempo e consenso. In prossimità delle elezioni, invece, l’incentivo dei governi può essere quello di rinviare le misure più difficili.

Governi più fragili e coalizioni più difficili da costruire riducono la continuità delle politiche, rallentano le riforme e aumentano l’incertezza percepita dagli investitori. Per l’Italia il tema è particolarmente rilevante nell’ultimo anno del governo Meloni. Pizzoli sottolinea come “il quadro programmatico mantenga una traiettoria compatibile con le nuove regole europee sulla spesa. L’impostazione prevista per il 2027 resta moderatamente espansiva, anche grazie alle clausole previste dal nuovo quadro fiscale europeo”. L’Italia dovrà sostenere gli investimenti anche quando il sostegno europeo diminuirà, preservando al tempo stesso la disciplina di bilancio.

Lagarde a fine mandato, anche la Bce di fronte al cambiamento

A complicare ulteriormente il quadro europeo sarà il ricambio ai vertici della Bce. Il mandato di Christine Lagarde terminerà nell’ottobre del prossimo anno. Anche Isabel Schnabel, rappresentante tedesca fautrice dell’austerità e del rialzo dei tassi di interesse, e il capo economista Philip Lane lasceranno i rispettivi incarichi.

“Il cambiamento simultaneo di tre figure di primo piano introduce un ulteriore elemento di incertezza nella definizione della politica monetaria” ha commentato Brzeski.

Secondo l’esperto la questione non riguarda soltanto il percorso dei tassi di interesse. In caso di nuove tensioni sui titoli di Stato, “sarà importante capire quale ruolo la Bce potrà e vorrà svolgere nel contenere eventuali frammentazioni dei mercati finanziari”. “Per l’Italia il rischio resta legato soprattutto al livello del debito. Un nuovo shock esterno, accompagnato da rendimenti più elevati, potrebbe aumentare il costo di rifinanziamento e ridurre ulteriormente lo spazio fiscale” ha aggiunto Pizzoli.

Il prossimo anno metterà quindi alla prova la capacità dei governi di conciliare vincoli finanziari e consenso politico. Francia e Italia saranno osservate con particolare attenzione, ma la questione riguarda l’intera area euro. In un contesto di tassi più elevati e maggiore incertezza, la credibilità dei conti pubblici tornerà a essere uno degli strumenti principali per preservare la stabilità finanziaria e lo spazio necessario alle politiche di crescita.


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