Fatta l’operazione, ora bisogna portarla a termine. E non è così facile come sembra. Dopo la riuscita dell’Ops di Unicredit su Commerzbank, con il raggiungimento di una soglia pari al 44,37 per cento, che diventa il 47,59 con l’utilizzo di strumenti convertibili in azioni pari al 3,22 per cento, il ceo Andrea Orcel dovrebbe dormire sonni tranquilli. Anche se non è stata raggiunta la maggioranza assoluta del 50 per cento più 1 azione, in verità Unicredit controlla già di fatto Commerzbank. Inoltre, il 47,57 per cento corrisponde al 49,65 perché include una quota di oltre il 2 per cento di capitale proprio di Commerzbank che però non può votare in assemblea. Non appena il regolatore esaminerà il risultato dell’Ops, cosa che in Germania avviene a posteriori, dovrà chiedere a Unicredit di consolidare Commerzbank linea per linea.
Ma Unicredit ha tempo per farlo. Bisognerà probabilmente attendere fino alla fine di quest’anno per le autorizzazioni, compresa quella della Bce. E poi ci saranno almeno due anni (ma c’è chi dice almeno tre) per portare a termine l’operazione così immaginata da Orcel, ovvero far raggiungere a Commerzbank 5,1 miliardi di utile e integrarla con l’altra banca tedesca già di proprietà di Unicredit, ovvero Hvb.
Dunque da qui in avanti il tempo, per Orcel, si dilata e lo obbliga a dimostrare nuove qualità come esecutore di una complessa fusione intra-europea, forse la più grande mai avviata finora.
Finora Orcel aveva dimostrato le sue eccezionali qualità soprattutto nella finanza. Prima di diventare ceo di Unicredit, nel 2021, aveva costruito la sua carriera in Merrill Lynch come il “Re dei merger”. Tra le operazioni da lui seguite: l’incorporazione in Mps di Antonveneta nel 2007; l’Ipo da 3,3 miliardi di dollari di Vtb Bank per il governo russo nel 2011; l’aumento di capitale di Unicredit da 8,5 miliardi di dollari nel 2012; la fusione Merrill Lynch-Bank of America nel 2013.
Ma un conto è immaginare tecnicamente e realizzare un’operazione di merger, un altro invece è implementarla nel corso del tempo, con le mille difficoltà che si incontreranno, come accadrà con Commerzbank. Quindi l’Uomo della Finanza, qual è fin qui stato Orcel, dovrà far posto all’Uomo della Ristrutturazione. E, anche, un po’, all’Uomo della Mediazione. Perché il governo tedesco, che detiene tuttora una quota del 12 per cento di Commerzbank, non ha mai approvato quest’Ops ostile di Unicredit, e si è affrettato a far sapere che nulla è cambiato dopo che la banca italiana è arrivata al controllo di fatto di quella tedesca. È evidente che il governo tedesco continuerà a esercitare una sua moral suasion contrastando i piani di Orcel, anche se di fatto non avrà alcun potere. Trovare un minimo accordo anche con il governo sarà consigliabile anche se non strettamente necessario. Del resto, se Orcel avesse dato retta all’esecutivo tedesco, non si sarebbe mai imbarcato in questa operazione ostile, limitandosi – come fece – a detenere il primo nucleo azionario (il 4,49 per cento) comprato dallo stesso governo che l’aveva messo in vendita nel 2024. A questo primo nucleo Orcel unì un altro acquisto del 4,5 per cento sul mercato, seguito da altri. Come si vede, l’acquisizione di Commerzbank viene da lontano e andrà lontano, almeno sino alla fine del 2028-inizio 2029, occupando buona parte della vita di Unicredit. Forse, per Orcel, l’operazione della vita, la più grande avvenuta cross-border in Europa nel settore bancario e che resterà nei libri di Storia della Finanza.
Tuttavia, anche se Orcel è andato avanti finora come un treno senza fermarsi da nessuna parte, un po’ di prudenza d’ora in avanti non guasterà. È vero che, con la maggioranza di cui dispone, all’Assemblea del prossimo anno potrà far eleggere la metà dei membri del Consiglio di Sorveglianza, compreso il presidente il cui voto vale doppio in caso di parità fra due fazioni contrapposte. È vero anche che lo stesso Consiglio di Sorveglianza potrà eleggere il prossimo Consiglio d’amministrazione con una maggioranza a favore di Unicredit. Ma è anche vero che è sempre prudente cercare convergenze, perché non può essere tutto e sempre una prova di forza. Del resto nel Consiglio di Sorveglianza ci sono anche i sindacati.
L’attuale Consiglio di sorveglianza e il Consiglio d’amministrazione di Commerzbank, del resto, hanno già fatto sapere di “rimanere disponibili a un dialogo costruttivo con Unicredit”, anche dopo l’Ops di quest’ultimo. “Realizzare le sinergie derivanti – fanno ancora sapere da Commerzbank – da un’aggregazione in misura significativa ed entro un lasso di tempo ragionevole è realistico solo attraverso una soluzione consensuale che coinvolga la direzione della banca, i dipendenti, nonché il governo federale tedesco”. Unicredit, dal canto suo, ha ribadito in una nota che “continuerà a ricercare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, proseguendo al contempo i necessari iter regolamentari e autorizzativi connessi al proprio investimento”.
Si vedrà presto se alle intenzioni benevole di entrambe le banche seguiranno i fatti. Intanto Unicredit dovrà risolvere il problema del livello di patrimonializzazione. L’operazione di acquisizione di Commerzbank abbasserà il Cet 1 ratio di Unicredit, oggi al 14,8 per cento, di 280-300 basis points, intorno alla soglia del 12 per cento, considerata comunque valida per banche di grande importanza. Ma comunque, come si è visto, c’è tempo perché Unicredit ponga rimedio con alcune mosse che sono alla sua portata. Ad esempio, 35 basis point sono recuperabili dalla vendita della banca russa anche se la cedessero a zero euro. Altri 60 basis point possono essere liberati nel terzo trimestre del 2026. Inoltre, piano piano emergeranno anche i benefici dell’aggregazione.
Insomma il tempo è dalla parte di Orcel. E poi, una volta iniziato questo lungo cantiere di fusione e ristrutturazione, il ceo di Orcel potrà tenere lontane eventuali critiche. “Non c’è niente di meglio per un ceo – racconta un consulente strategico – che avere in casa gli ‘operai’ per un biennio in un’operazione cross-border oggettivamente lunga e complessa, per starsene tranquilli”. E poi, chissà, magari qualcuno chiederà a Orcel di intervenire nella partita sul Banco Bpm – dove i francesi del Credit Agricole arriveranno presto alla soglia del 30 per cento – che lui sta guardando, divertito, dalla finestra. Ma questa è un’altra storia, dell’Italia minore.
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di Adriano Bonafede
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