Come saranno le pensioni del futuro? I dati e le cifre del Rapporto annuale dell’Inps fra speranze e preoccupazioni


Roma, 9 luglio 2026 – La denatalità, la penalizzazione delle madri, l’invecchiamento dei lavoratori, il peso crescente delle pensioni e il ruolo degli immigrati nel mercato del lavoro non sono capitoli separati. Sono parti dello stesso problema: la sostenibilità sociale ed economica dell’Italia dipende sempre più dalla qualità del lavoro, dalla partecipazione di donne e giovani e dalla capacità del welfare di accompagnare le scelte familiari. È questo il messaggio che emerge dal Rapporto annuale dell’Inps, presentato dal presidente Gabriele Fava. La sintesi politica è netta: non basta intervenire a valle, quando si arriva alla pensione o quando il crollo delle nascite è già avvenuto. Bisogna agire prima: sul primo contratto, sulla stabilità lavorativa, sui salari, sui servizi all’infanzia, sulla conciliazione tra vita e lavoro, sull’integrazione dei lavoratori stranieri e sul contrasto al sommerso.

Natalità: i bonus aiutano, ma non bastano

Il Rapporto Inps riconosce che gli incentivi economici alle famiglie, dall’assegno unico ai bonus alla natalità, possono favorire un aumento delle nascite, anche se contenuto. Ma avverte anche su un rischio: i trasferimenti monetari, se non accompagnati da servizi e strumenti di conciliazione, possono ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro. In altri termini, aiutano il reddito familiare ma non sempre rimuovono l’ostacolo principale: la difficoltà di tenere insieme cura dei figli e continuità professionale.

Il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, durante la presentazione del 25/mo rapporto annuale dell’Inps


Fava lo dice esplicitamente: “Il tema della natalità non può essere affrontato solo con trasferimenti monetari”. La scelta di avere un figlio, spiega il presidente dell’Inps, dipende anche «dalla stabilità del lavoro, dalla possibilità di conciliare tempi di vita e tempi professionali, dalla disponibilità di servizi per l’infanzia, dalla distribuzione dei carichi di cura tra madri e padri”. È un cambio di prospettiva importante. La natalità non è solo una questione demografica o familiare, ma una variabile del mercato del lavoro. Se una donna teme di perdere reddito, carriera o occupabilità dopo la maternità, il figlio viene rinviato o non arriva. Se invece esistono servizi, lavoro stabile e flessibilità organizzativa, la scelta diventa meno penalizzante.

Asili nido e lavoro da remoto

Due strumenti emergono come particolarmente efficaci: il Bonus asilo nido e il lavoro da remoto. Secondo l’Inps, l’accesso al Bonus asilo nido ha aumentato la probabilità di occupazione delle madri di circa 6 punti percentuali. È un dato molto rilevante perché mostra che un sostegno mirato ai servizi di cura non si limita ad aiutare la famiglia: favorisce anche la permanenza delle donne nel mercato del lavoro. L’utilizzo della misura è cresciuto fortemente: dal 4% dei potenziali beneficiari nel 2017 a oltre il 35% nel 2025. Ma anche qui Fava invita a leggere il dato fino in fondo. Le famiglie con Isee più basso usano spesso meno il bonus perché vivono in territori dove l’offerta di servizi è più debole, il lavoro più instabile e il ritorno economico dell’occupazione femminile più incerto. Una misura formalmente universale, quindi, può produrre effetti diseguali se non trova sul territorio asili, servizi e opportunità reali. Ancora più forte è il dato sul lavoro da remoto. Secondo il Rapporto, può ridurre fino all’87% la “child penalty”, cioè la penalizzazione di carriera e reddito che colpisce soprattutto le madri dopo la nascita di un figlio. Può inoltre aumentare le retribuzioni fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita e produrre effetti positivi anche sulla fecondità. Fava sottolinea che, quando ben utilizzato, il lavoro agile può “attenuare la frattura tra genitorialità e lavoro” e favorire una maggiore condivisione dei carichi familiari.

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La previdenza nasce dal primo contratto

Il passaggio più politico del Rapporto riguarda le pensioni. Fava lega direttamente la solidità previdenziale alla qualità dell’occupazione: “Non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito”. La sostenibilità, avverte, non si costruisce soltanto modificando requisiti, finestre e coefficienti, ma «prima, dentro il mercato del lavoro”. La frase chiave è questa: “La previdenza non nasce al momento della pensione. Nasce nel primo contratto, nella prima retribuzione, nella continuità dei versamenti, nella qualità del lavoro, nella produttività, nella partecipazione delle donne e dei giovani al mercato del lavoro, nella capacità di contrastare il sommerso”. È una lettura che sposta il dibattito dalle sole regole di uscita alla base contributiva. Se i salari sono bassi, i contributi saranno insufficienti. Se giovani e donne restano ai margini, il sistema perde lavoratori, produttività e gettito. Se una parte dell’economia resta irregolare, la previdenza pubblica si indebolisce.


Pensioni più tarde e assegni diseguali

Negli ultimi trent’anni l’età media di pensionamento dei dipendenti privati è aumentata di oltre sette anni: dai 57 anni e 7 mesi del 1995 ai 64 anni e 10 mesi attuali. Se si considera l’insieme dei dipendenti pubblici e privati, nel 2025 l’età media è stata di 64 anni e 7 mesi, in aumento rispetto ai 64 anni e 5 mesi del 2024 e molto sopra i 61 anni e 7 mesi del 2012. Per le pensioni di vecchiaia l’età media è ormai stabilmente intorno ai 67 anni. Le pensioni anticipate seguono invece una dinamica più irregolare, influenzata dalle misure di flessibilità come Quota 100, Quota 102 e Quota 103. Nel 2025 l’età media delle anticipate si attesta a 61,7 anni. Il Rapporto fotografa anche una forte differenza di genere. A fine 2025 i pensionati erano circa 16,4 milioni: 8 milioni uomini e 8,4 milioni donne. Ma, pur rappresentando il 51% dei pensionati, le donne percepivano solo il 44% dei redditi pensionistici: 163 miliardi contro i 207 miliardi degli uomini. L’importo medio lordo mensile era di 1.885 euro, ma con una distanza marcata: 2.166 euro per gli uomini e 1.619 per le donne, circa il 34% in meno.

Il ruolo dei lavoratori stranieri

Un altro dato strutturale riguarda il lavoro straniero. Tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra Ue sono cresciuti di oltre il 35% e oggi un lavoratore dipendente su sette è straniero. Fava invita a leggere questo dato “con serietà, al di fuori di contrapposizioni ideologiche”. Una parte crescente della capacità produttiva e della base contributiva del Paese dipende anche dalla capacità di governare i flussi migratori, orientandoli verso i fabbisogni delle imprese e accompagnandoli con formazione, legalità, integrazione e lavoro regolare. Il punto è evidente: in un Paese che invecchia e fa pochi figli, il contributo dei lavoratori stranieri diventa essenziale. Ma perché sia sostenibile deve essere governato. Non basta l’ingresso nel mercato del lavoro: servono regolarità, competenze, integrazione e contrasto allo sfruttamento.

RAPPORTO ANNUALE INPS

L’intervento della ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone alla presentazione del Rapporto annuale dell’Inps

La conclusione

Il Rapporto Inps consegna una diagnosi chiara: la denatalità non si combatte con una misura sola, le pensioni non si salvano solo cambiando l’età di uscita, l’occupazione non si valuta solo contando i posti di lavoro. Serve un ecosistema, come dice Fava: lavoro stabile, salari adeguati, servizi per l’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere, accessibilità digitale, prossimità territoriale e cultura della condivisione. La vera sfida italiana è tenere insieme famiglia, lavoro e previdenza. Se una madre può continuare a lavorare dopo un figlio, se un giovane entra presto in un contratto regolare, se i salari crescono, se gli immigrati vengono integrati nel lavoro legale, allora anche il sistema pensionistico diventa più solido. Al contrario, precarietà, bassa natalità, inattività femminile e sommerso sono facce dello stesso declino. Per questo il messaggio dell’Inps va oltre la contabilità previdenziale. Dice che il futuro delle pensioni comincia molto prima della pensione: comincia nella qualità del lavoro di oggi e nella possibilità concreta di costruire una famiglia senza pagare una penalità economica e professionale permanente.



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