Il Perù rappresenta oggi uno dei casi più emblematici della crisi della sovranità politica in America Latina. Un Paese formalmente democratico, ma attraversato da una lunga instabilità istituzionale, dove il conflitto tra volontà popolare, poteri economici, apparati dello Stato e interessi geopolitici esterni ha impedito negli ultimi decenni una piena autodeterminazione nazionale.
La vicenda dell’ex presidente Pedro Castillo si inserisce in questo quadro complesso. Eletto nel 2021 con un forte sostegno delle fasce popolari, rurali e indigene del Paese, Castillo è stato rimosso dal potere nel dicembre 2022 dopo il tentativo di sciogliere il Congresso e governare per decreto, un atto giudicato illegittimo dalle istituzioni peruviane. Da allora è detenuto e sottoposto a un procedimento giudiziario che ha suscitato forti critiche a livello internazionale.
Una nuova importante presa di posizione è arrivata dal Gruppo di lavoro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, che ha concluso che la detenzione dell’ex presidente peruviano è stata arbitraria e ha chiesto al governo di Lima il suo rilascio immediato.
Secondo gli esperti dell’ONU, nel caso Castillo sarebbero state violate diverse garanzie fondamentali previste dal diritto internazionale: il diritto a un processo equo, la presunzione di innocenza, il diritto a essere giudicato da un tribunale competente e il diritto a una adeguata difesa legale. Il Gruppo di lavoro ha inoltre evidenziato che l’arresto e il mantenimento della custodia cautelare non avrebbero avuto una sufficiente giustificazione giuridica e che l’ex presidente non avrebbe avuto accesso tempestivo a un avvocato di sua scelta.
Il ritorno del fujimorismo e l’ombra dell’eredità di Alberto Fujimori
In questo scenario di profonda crisi istituzionale si colloca anche il possibile ritorno al potere del fujimorismo attraverso Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, una delle figure più controverse della storia recente del Perù.
Keiko Fujimori ha costruito la propria carriera politica rivendicando parte dell’eredità del padre, presidente dal 1990 al 2000, ma la sua figura resta fortemente segnata dal passato del regime fujimorista. Alberto Fujimori, dopo anni di potere caratterizzati da una forte concentrazione autoritaria delle istituzioni, fu condannato nel 2009 a 25 anni di carcere per violazioni dei diritti umani, tra cui i massacri di Barrios Altos e La Cantuta, operazioni compiute da reparti militari speciali legati agli apparati dello Stato.
La giustizia peruviana e gli organismi internazionali per i diritti umani hanno riconosciuto quei fatti come gravi violazioni dei diritti fondamentali e come crimini contro l’umanità. La condanna di Alberto Fujimori rappresentò un passaggio storico perché stabilì il principio secondo cui anche un capo di Stato può essere chiamato a rispondere davanti alla giustizia per crimini commessi attraverso apparati governativi.
Il passato del fujimorismo non riguarda soltanto la repressione militare, ma anche la trasformazione del sistema politico ed economico peruviano negli anni Novanta: liberalizzazioni radicali, privatizzazioni, riduzione del ruolo dello Stato e un forte allineamento con gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Per i suoi sostenitori, Alberto Fujimori resta colui che sconfisse il terrorismo di Sendero Luminoso e stabilizzò l’economia; per i suoi critici, il suo governo rappresentò una deriva autoritaria accompagnata da gravi violazioni dei diritti umani e da pratiche di corruzione.
La figura di Keiko Fujimori si colloca dunque dentro questa contraddizione: da una parte la promessa di stabilità e continuità istituzionale rivendicata dai suoi sostenitori, dall’altra il peso di una storia politica segnata da accuse gravissime e da una memoria ancora profondamente divisa nella società peruviana.
Un Paese tra crisi interna e condizionamenti esterni
La crisi peruviana non può essere letta soltanto come uno scontro tra fazioni politiche interne. Essa va inserita nel più ampio contesto latinoamericano, segnato da decenni di interventi, pressioni diplomatiche ed economiche da parte degli Stati Uniti, interessati a mantenere una forte influenza strategica nella regione.
Washington ha storicamente considerato il Perù un alleato fondamentale nell’area andina e nel Pacifico, sia per la sua posizione geopolitica sia per le sue immense risorse naturali, in particolare minerarie. Nel corso degli anni, i governi più vicini agli orientamenti economici neoliberali hanno trovato maggiore spazio internazionale, mentre i progetti politici orientati verso una maggiore redistribuzione sociale, una più forte presenza dello Stato nell’economia e una maggiore autonomia rispetto agli interessi stranieri hanno spesso incontrato forti resistenze.
La vicenda di Pedro Castillo, proveniente dal mondo rurale e portatore di una domanda di cambiamento sociale, è stata interpretata da molti settori della società latinoamericana come l’ennesimo esempio della difficoltà, per forze popolari e progressiste, di trasformare il consenso elettorale in reale capacità di governo.
Il problema dell’autodeterminazione peruviana riguarda quindi non solo la dimensione istituzionale, ma anche quella economica e geopolitica. Il controllo delle risorse, il ruolo delle multinazionali, gli accordi economici internazionali e la presenza di forti legami militari e diplomatici con gli Stati Uniti continuano a influenzare profondamente gli equilibri del Paese.
Il caso Castillo e il possibile ritorno del fujimorismo mostrano una delle contraddizioni più profonde dell’America Latina contemporanea: Paesi formalmente indipendenti, ma spesso costretti a muoversi dentro margini ristretti determinati da rapporti di forza internazionali.
La decisione delle Nazioni Unite sulla detenzione dell’ex presidente riapre dunque una questione fondamentale: la democrazia non può essere valutata soltanto sulla base delle procedure elettorali, ma anche sulla capacità effettiva dei popoli di scegliere il proprio modello politico, economico e sociale senza condizionamenti esterni.
Per il Perù la sfida resta quella di costruire una sovranità reale, capace di superare tanto le eredità autoritarie del passato quanto le pressioni geopolitiche che da decenni limitano il pieno esercizio dell’autodeterminazione nazionale.
Irina Smirnova
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