Il Consiglio comunale si prepara a scegliere il nuovo Garante delle persone private della libertà personale. Una figura di terzietà chiamata a tutelare diritti fondamentali in un sistema carcerario segnato da criticità profonde. Quattro le candidature per un ruolo che non è una semplice nomina politica
Ogni incarico pubblico racconta il valore che un’istituzione attribuisce a se stessa. Quello del Garante comunale delle persone private della libertà personale dice qualcosa in più. Riflette il modo in cui una città interpreta l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena non può ridursi a mera custodia ma conservare una finalità rieducativa.
Perché la questione ci interessa? Il Consiglio comunale sarà chiamato a scegliere nelle prossime settimane il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Lo scorso 11 giugno, infatti, è scaduto il termine per la presentazione delle candidature. Secondo indiscrezioni sarebbero quattro i nomi in lista: gli avvocati penalisti Fabrizio Lamanna ed Egidio Albanese, l’assistente sociale Maria Grazia Marangi e il docente universitario Gianluca Tracuzzi.
È proprio il regolamento approvato dallo stesso Ente, tuttavia, a ricordare che non si tratta di una nomina come le altre. Il Garante opera in piena autonomia e indipendenza. Non rappresenta il Comune, non rappresenta l’amministrazione penitenziaria e nemmeno i detenuti. Rappresenta il diritto.
È una figura di garanzia, istituita per vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali della popolazione carceraria, dialogare con amministrazione penitenziaria, magistratura, enti locali, servizi sanitari, mondo del volontariato e raccogliere segnalazioni, promuovere interventi presso le istituzioni e contribuire, nel rispetto delle competenze di ciascuno, al percorso di reinserimento sociale previsto dalla Costituzione. A supporto dunque sussistono requisiti particolarmente rigorosi.
Nello specifico è lo stesso Comune di Taranto ad averne delineato il profilo con il Regolamento di istituzione e disciplina delle funzioni del Garante (approvato con deliberazione del Consiglio comunale n. 6 del 28 gennaio 2026).
Dunque non un semplice consulente dell’amministrazione, ma presidio di legalità costituzionale. Particolare attenzione viene dedicata al tema della incompatibilità, proprio per preservare l’autorevolezza della funzione. Lo stesso articolo 6 infatti, stabilisce che risultano incompatibili con la carica “i soggetti che esercitano l’attività forense, limitatamente al patrocinio di persone private della libertà personale nello specifico territorio comunale”.
In sostanza il Garante deve essere percepito come un soggetto terzo rispetto a tutti gli interessi coinvolti. Un ruolo che si fonderebbe anche sull’assenza di possibili interferenze tra attività professionale e funzione istituzionale.
C’è da chiedersi se chi esercita da anni la professione forense in ambito penale possa essersi trovato, nell’ordinario svolgimento della propria attività, a ricoprire ruoli processuali in vicende che hanno riguardato persone oggi detenute. Una circostanza che non può essere trascurata se vogliamo preservare la terzietà.
Qualora fosse confermata la rosa dei nomi, ci aspettiamo che lo stesso Esecutivo, prima ancora dell’elezione, verifichi la sussistenza dei requisiti e se ricorrano le condizioni di incompatibilità previste dalla norma.
Tra i criteri di sbarramento, infine, figura una comprovata e specifica esperienza, (idealmente decennale), nell’ambito della tutela dei diritti umani, delle politiche sociali o del settore penitenziario. Se questa selettività basata sulla storicità e sulla lunga esperienza sul campo venisse applicata, quanti potrebbero effettivamente vantarne una così solida e documentata alle spalle?
La questione, però, va oltre il dato formale. L’Italia attraversa una delle fasi più difficili della propria storia penitenziaria. Basti leggere i rapporti annuali dell’Associazione Antigone per delineare un quadro fosco dell’attuale sistema carcerario, segnato da cronico sovraffollamento, crescita del disagio psichico, dipendenze, aumento dei suicidi in carcere e progressiva riduzione delle opportunità trattamentali. Ovvio che in quest’ottica la funzione del Garante assuma un valore esponenzialmente più complesso.
Anche Taranto conosce queste stesse criticità. La casa circondariale “Carmelo Magli” vive da tempo condizioni di disagio profonde e di carenze strutturali. I dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 2026 indicano per Taranto una “capienza regolamentare di circa 500 posti, mentre le presenze hanno oscillato nei primi mesi dell’anno tra oltre 800 e punte vicine ai 900 detenuti”. Una forbice che denuncia sovraffollamento ben oltre i limiti fisiologici dell’istituto.
Si tratta di condizioni che incidono profondamente sulla dignità della persona. Si parla di celle progettate per quattro persone che finiscono per ospitarne sei, spazi ridotti all’essenziale, servizi igienici ricavati all’interno della stessa stanza e privi di un’effettiva separazione, con inevitabili ripercussioni sulla riservatezza e sulla quotidianità della vita detentiva. Anche gesti ordinari, come consumare un pasto o utilizzare il bagno, finiscono per sovrapporsi, alimentando una promiscuità che poco si concilia con il rispetto della persona.
Oltre a ciò si aggiunge la sofferenza detentiva, non meno impattante o trascurabile. Nel corso del 2025, secondo i dati diffusi dalla Polizia penitenziaria, nel carcere tarantino sono stati registrati 15 tentativi di suicidio sventati e 69 episodi di autolesionismo. E’ evidente fino a che punto sia palpabile la tensione quotidiana vissuta all’interno della struttura.
Il tema dei suicidi in carcere, del resto, rappresenta una delle emergenze più drammatiche del sistema penitenziario italiano. Al 31 marzo 2026 le persone detenute in Italia erano quasi 64 mila, a fronte di una capienza effettiva molto inferiore, con un tasso di affollamento vicino al 140%.
Il quadro nel quale dovrà operare il futuro Garante è dunque particolarmente delicato, e talvolta compromesso. Dovrebbe essere interlocutore credibile, con competenze giuridiche ma anche con specifica sensibilità in tema di detenzione e in direzione dei detenuti.
La scelta che attende Palazzo di Città dovrà ragionare attorno a severe esigenze di regolamento e altrettante e maggiori considerazioni di segno squisitamente umano. Vigilanza e attenzione sul fronte dei diritti fondamentali (talvolta oscuri agli stessi titolari), capacità di ascolto e mediazione particolare tra gli ospiti della struttura e le istituzioni di riferimento.
Vedremo quali sviluppi avrà questa vicenda. Ma è il caso di rammentare a chi oggi governa le nostre amministrazioni che lo spessore che esse esprimono è dato, in gran parte, dalle persone che sono in grado di scegliere per difendere chi una voce non ce l’ha.
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Paola Fornaro
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