La crisi tra il Canada e l’alleanza di intelligence Five Eyes


La cooperazione di intelligence occidentale si fonda in larga parte sui cosiddetti “Five Eyes”, una partnership informale tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Le sue origini risalgono alla collaborazione tra Washington e Londra durante la Seconda guerra mondiale, quando esperti dei due Paesi riuscirono, dopo lunghi tentativi, a decifrare i messaggi cifrati del regime nazista.

Il 5 marzo 1946 Winston Churchill pronunciò al Westminster College di Fulton, nel Missouri, il celebre discorso sulla “Cortina di ferro”. Nello stesso giorno, a Washington, fu firmato l’Accordo Regno Unito-USA sulla cooperazione di intelligence nella Guerra fredda, cui pochi anni dopo aderirono anche Canada, Australia e Nuova Zelanda.


Alla base di questa cooperazione vi era la fiducia reciproca tra Paesi con sistemi democratici simili e tra le rispettive élite, convinte che le informazioni riservate sarebbero rimaste tali. Durante la Guerra fredda, Londra e Washington collaborarono così strettamente che gli Stati Uniti finanziarono metà dei costi della base britannica di Akrotiri, a Cipro, utilizzata per monitorare il Medio Oriente.

Non sorprende, quindi, che nessun Paese dell’Europa continentale sia mai entrato nei “Five Eyes”. Gli Stati Uniti diffidavano della riservatezza e dell’affidabilità dei servizi francesi e italiani; quanto alla Germania Ovest, pur disponendo durante la Guerra fredda di un servizio di intelligence di alto livello, il BND, era un territorio fortemente esposto ad attività di spionaggio, soprattutto a Berlino Ovest. Anche oggi, nonostante gli sforzi per modernizzare il BND e rafforzarne le capacità, in particolare nel settore cibernetico, l’ingresso della Germania nei “Five Eyes” appare improbabile.

La crisi tra il Canada e l’alleanza di intelligence dei Five Eyes nasce dalle tensioni geopolitiche con l’amministrazione Trump e dal timore che Ottawa possa essere esclusa, o comunque marginalizzata, all’interno della rete. Secondo quanto emerso, funzionari della Casa Bianca, tra cui il consigliere per il commercio Peter Navarro, avrebbero discusso più volte la possibilità di rimuovere il Canada dall’accordo. Pur in presenza di smentite ufficiali, la minaccia appare utilizzata come leva politica ed economica, anche nel quadro della pressione sui dazi.

Le tensioni sono state aggravate dalle dichiarazioni provocatorie di Trump, che ha ironizzato sull’annessione del Canada definendolo il “51° Stato americano” e riferendosi all’allora primo ministro come al possibile governatore di quello Stato. In questo contesto, Washington sembra considerare il Canada un partner almeno in parte “spendibile”, anche perché gli Stati Uniti sostengono la quota maggiore dei costi e delle risorse di intelligence dell’alleanza.

A ciò si aggiunge una critica ricorrente: Ottawa sarebbe accusata di investire troppo poco nella propria difesa, secondo una logica simile a quella già utilizzata dagli Stati Uniti nei confronti di diversi alleati NATO. La questione, dunque, non riguarda soltanto la cooperazione di intelligence, ma anche il più ampio equilibrio politico e militare tra Washington e i partner occidentali.


Di fronte all’imprevedibilità di Washington, il governo canadese ha avviato piani di riforma interna dei propri servizi di intelligence, con l’obiettivo di accrescere l’autonomia informativa del Paese e ridurre la dipendenza dal partner statunitense. La sfiducia appare ormai profonda: le Forze armate canadesi avrebbero persino simulato scenari difensivi legati a un’ipotetica invasione americana.

Nonostante la crisi politica tra Ottawa e Washington, la cooperazione tecnica tra le agenzie dei Five Eyes continua sui dossier globali più urgenti. L’alleanza ha recentemente lanciato un allarme congiunto sui rischi di cybersicurezza legati all’intelligenza artificiale: secondo i servizi dei cinque Paesi, la diffusione di modelli avanzati di IA generativa sta rendendo le minacce informatiche più rapide e sofisticate, con un’evoluzione misurabile ormai in mesi più che in anni.

Per questo, pur in un clima di crescente diffidenza politica, Canada e alleati non possono interrompere del tutto il coordinamento operativo: la protezione delle infrastrutture critiche e delle reti di difesa occidentali richiede ancora un livello minimo di collaborazione, anche quando la fiducia strategica tra i partner risulta indebolita.

La crisi di fiducia che oggi attraversa le agenzie di intelligence occidentali, e in particolare il rapporto tra gli Stati Uniti e i loro alleati più stretti, non nasce con Donald Trump. Un primo punto di rottura risale al 2013, quando le rivelazioni dell’ex collaboratore della National Security Agency Edward Snowden portarono alla luce l’ampiezza dei programmi di sorveglianza elettronica condotti dagli Stati Uniti e dai partner dei “Five Eyes”. Quelle informazioni mostrarono come infrastrutture di intercettazione e raccolta dati, tra cui la rete ECHELON, fossero state utilizzate non soltanto contro Paesi ostili, ma anche per acquisire comunicazioni di cittadini, istituzioni e governi alleati. Il caso assunse una particolare rilevanza politica in Europa quando emerse che anche il telefono della cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe stato oggetto di intercettazioni da parte della NSA per un lungo periodo.

A distanza di dieci anni, nel 2023, un nuovo episodio ha confermato la fragilità dei meccanismi statunitensi di protezione delle informazioni classificate. Jack Teixeira, membro della Guardia nazionale aerea del Massachusetts e in servizio presso un’unità di intelligence, diffuse su Discord documenti riservati del Dipartimento della Difesa relativi alla guerra in Ucraina e ad altri dossier di sicurezza nazionale. La vicenda ebbe un impatto significativo perché mostrò come materiale altamente sensibile potesse uscire dai canali protetti e circolare in ambienti informali, frequentati prevalentemente da giovani utenti e appassionati di videogiochi. Dopo quel caso, Washington irrigidì ulteriormente le procedure di condivisione e classificò una quota crescente di informazioni come NOFORN, cioè non distribuibili a soggetti stranieri, compresi talvolta gli stessi partner dell’alleanza.


Il paradosso è che questa maggiore prudenza verso gli alleati è stata accompagnata, in più occasioni, da episodi interni di gestione disinvolta di informazioni sensibili. Durante il suo primo mandato, Trump fu accusato di aver condiviso nello Studio Ovale, con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e con l’ambasciatore Sergei Kislyak, informazioni altamente classificate provenienti da un alleato mediorientale e relative a una minaccia terroristica. Nel marzo 2025, inoltre, l’inclusione accidentale di un giornalista in una chat su Signal tra alti esponenti della sicurezza nazionale statunitense, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, rese pubblica una discussione su operazioni militari imminenti. Episodi di questo tipo hanno rafforzato nei partner la percezione di un sistema statunitense al tempo stesso più restrittivo verso l’esterno e non sempre sufficientemente rigoroso nella gestione interna delle proprie informazioni più delicate.

Su questo quadro si innesta anche la retorica politica dell’amministrazione Trump, spesso percepita dagli alleati come sprezzante e incline a ridimensionare il valore delle partnership tradizionali. Il trattamento riservato a diplomatici, funzionari e specialisti dell’intelligence come figure sostituibili o marginali ha contribuito a indebolire il presupposto essenziale su cui si fonda la cooperazione dei “Five Eyes”: la certezza che informazioni sensibili, fonti e metodi possano essere condivisi in un ambiente stabile, affidabile e reciprocamente rispettoso. Il problema è particolarmente grave perché giunge in una fase in cui gli stessi esperti di sicurezza dei “Five Eyes” segnalano rischi crescenti di attacchi informatici e operazioni basate sull’intelligenza artificiale da parte di Russia e Cina contro infrastrutture critiche e strutture di difesa occidentali. A ciò si aggiungono gli allarmi, sempre più frequenti, sulla possibilità che Mosca possa testare la tenuta della NATO lungo il fianco orientale, in Paesi come Polonia o Estonia. Proprio mentre la cooperazione di intelligence sarebbe più necessaria, la fiducia reciproca tra le due sponde dell’Atlantico appare dunque indebolita: ricostruirla è una priorità strategica urgente per la sicurezza occidentale.

Carlo Marino
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 Redazione Cultura2

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