La violenza informatica non ha genere. Ma le giovani europee risultano sproporzionatamente esposte agli abusi online. Per molte di loro gli attacchi sono diventati parte della vita quotidiana. Tra cyber-stalking, molestie online, condivisione non consensuale di immagini, deepfake e nudificazioni di foto generate dall’Ai, il mondo digitale si è trasformato in un campo di battaglia attiva più che un (non)luogo di socializzazione. Al punto che sono tantissime le adolescenti e giovani donne a iniziare la loro giornata guardando le notifiche sul cellulare o i social, preoccupate che manipolazioni, pettegolezzi o messaggi offensivi siano apparsi nella notte.
Si tratta di «una pandemia», ha commentato recentemente Carlien Scheele, direttrice Eige (European Institute for gender Equality). Spesso silenziosa, si propaga velocemente. E prende forme che, in molti casi, nemmeno gli adulti vicini a quelle ragazze posseggono gli strumenti di comprensione sufficienti.
La cyber violenza è tornata al centro del dibattito e delle iniziative comunitarie anche grazie all’ultimo studio dell’istituto europe “From lived reality to policy action: Combating cyber violence against girls in the Eu” (Dalla realtà vissuta all’azione politica: la lotta contro la violenza informatica sulle ragazze nell’UE). Pubblicato a fine giugno il report ha fornito la base per l’approvazione della conclusione del Consiglio dell’Unione europea sul tema. Con il voto della riunione del 29 giugno, intanto i ministri dei Paesi Ue sollecitano formalmente i 27 membri e la Commissione a migliorare la protezione delle ragazze e giovani europee nella sfera digitale. Inoltre, questa raccomandazione rappresenta il primo standard internazionale ad interessarsi specificamente della questione.
Un quadro generale sempre più allarmante
La conclusione europea appena approvata mostra la consapevolezza ormai arrivata in sede istituzionale della velocità con cui la violenza nel mondo cyber sta espandendosi. Velocità che è almeno pari a quella con cui si sviluppa la tecnologia delle piattaforme. E, tra l’altro, si manifesta sempre prima nella vita dei giovani. Per dare una parziale idea della sua diffusione, guardiamo ad alcuni dati riportati nel più recente Hbsc*. Lo studio, effettuato in collaborazione con l’organizzazione mondiale della sanità, ha mappato salute e benessere negli adolescenti nordamericani ed europei. E l’analisi delle rilevazioni mostra che il 17% delle tredicenni è stata vittima di bullismo digitale nei due mesi precedenti alla raccolta dati. Con i picchi massimi registrati in Lettonia (29%), Polonia (28%) e Ungheria (26%). Arriva poi al 16% la media delle undicenni che hanno subito questo tipo di abuso, con incidenze massime, in questo caso, riscontrate in Inghilterra (30%), Lituania (26%) e Svezia (23%).

A queste statistiche possiamo oggi affiancare il quadro tratteggiato dallo studio Eige che, in quasi 140 pagine, disegna la situazione comunitaria. Delimitandola con lo studio di dati ufficiali. Ma mettendo anche in luce casi nazionali specifici. Si scopre allora che, per esempio, secondo dati 2024 dell’Ufficio di statistiche dei Paesi Bassi, il 22% 16-18enni residenti in una delle 12 province olandesi è stato vittime di molestie sessuali online. Nella stessa fascia d’età, lo è stato il 7 / 8% dei ragazzi. Le osservazioni raccolte per il ClickOFF! Project, poi, indicano che, in Slovenia, oltre il 50% delle giovani dai tredici anni, ha subito violenza informatica. E il 57% tra le 15-16enni ha subito qualche forma di vittimizzazione.
E, altrettanto impressionanti, i numeri rilevati in Francia: qui già nel 2022 l’84% delle vittime di violenza cyber erano donne.
Dal report Eige al Consiglio dell’Unione europea
Oltre alle osservazioni quantitative, lo studio dell’istituto europeo ha dato poi rilievo alle esperienze vissute direttamente dalle ragazze tra i 13 e i 18 anni. In questo modo il testo, partendo dalle indagini, propone raccomandazioni di intervento precise per gli Stati Ue. La portata e la velocità di crescita degli attacchi digitali richiedono infatti interventi che superano i confini nazionali.
Nelle proposte di intervento emergono necessità come: l’attivazione di un supporto sempre più accessibile e diffuso, sia in termini di cura alla persona che al benessere mentale delle vittime. Il perfezionamento dell’assistenza legale con un’attenzione specifica per età, condizioni psico-fisiche e orientamenti sessuali delle interessate di quante subiscono abusi. E la definizione delle aree di azione e delle responsabilità che ricadono sulle piattaforme stesse. A tutto questo si devono affiancare anche, indica Eige, programmi di educazione degli adulti – anche quelli preposti ad intervenire direttamente contro i reati. Capita ancora spesso infatti che manchino a molti sia gli strumenti di comprensione del fenomeno sia la sensibilità nell’affrontare le segnalazioni da parte delle vittime.
«Riconosciamo che la violenza informatica contro le ragazze è reale, diffusa e in rapida evoluzione. E che proteggerle nell’era digitale è una responsabilità europea condivisa». Così Clea Papaellina, viceministra cipriota per il benessere sociale, intervenuta a seguito dell’approvazione della conclusione del Consiglio dell’Ue. Che, specificava ulteriormente, per rispettare l’invito sarà necessario «fornire alle scuole e ai genitori la consapevolezza e gli strumenti necessari per proteggere le giovani donne, garantendo al contempo una maggiore efficacia da parte delle forze dell’ordine, in modo che la violenza online abbia conseguenze reali».
Un sistema di protezione frammentato
Vediamo quotidianamente quanto sia sempre più facile manipolare immagini e diffonderle a pubblici enormi, anche con scopi malevoli. Un esempio particolarmente raccapricciante tra gli altri, è stato il caso di Grok, il chatbot di X. A inizio anno l’Ai del social di Musk aveva fatto notizia per la facilità con cui permetteva di nudificare foto di bambini e donne senza consenso. Quello che era un comportamento di gruppi marginali, in poco tempo è diventato uno strumento accessibile a tutti gli utenti della piattaforma. E altamente pericoloso, tanto da finire prestissimo accusato di sconfinare nella abilitazione della pedo-pornografia. Scriveva in proposito il Guardian a gennaio: «Quello che rende il tutto particolarmente inquietante non è soltanto la portata degli abusi, ma anche la rapidità con cui si sono trasformati da comportamenti marginali a qualcosa di visibile, searchable (“ricercabile”) e di fatto normalizzato su una delle più grandi piattaforme social del mondo».
Anche di fronte a casi come questo, l’Europa appare molto frammentata nella protezione legale delle vittime. Non solo, come evidenzia lo studio Eige, le pratiche di moderazione dei contenuti appaiono inconsistenti, tanto da permettere la circolazione rapida di contenuti dannosi. Ma anche l’anonimato offerto dal mondo digitale fornisce facili scappatoie agli autori di reato. Sono poi le stesse intervistate, tra l’altro, a segnalare come nemmeno le forze dell’ordine e altre autorità addette al contrasto degli abusi appaiono sempre sufficientemente reattive, propense o preparate a intervenire.
Tra esposizione precoce alla violenza e per peer pressure
Analizzando un po’ più nel dettaglio i confini della situazione, quali sono le pratiche di cui più frequentemente le ragazze europee indicano di finire vittime? Secondo Eige gli abusi hanno soprattutto la forma di messaggi indesiderati e contenuti espliciti. Tra 13-15enni sono molto comuni forme di aggressione tra compagni – dal gossip, al body-shaming all’esclusione sociale. Le 16-18enni, invece, subiscono maggiormente atti di coercizione sessuale ed estorsione, deepfake e condivisione non consensuale di immagini.

Se certo la tecnologia può e ancora in ampia misura resta uno strumento di connessione, di espressione creativa e di comunità, per molte ragazze, si legge nel rapporto dell’istituto europeo, le violenze cyber «fanno parte della vita digitale quotidiana, con messaggi dannosi, insulti, pettegolezzi e attenzioni indesiderate». Tanto che «l’esposizione ripetuta ad atteggiamenti di questo tipo contribuisce» a diffondere «un senso per cui la violenza digitale è inevitabile». E finisce per essere vista «come una parte del mondo digitale».
E per i ragazzi? Per quanto non siano loro il soggetto di questo specifico rapporto, Eige non tralascia di osservare anche le loro esperienze. Tra gli europei la tendenza a partecipare ad atti violenti online sarebbe motivata dal desiderio di ricevere l’approvazione sociale dei coetanei. «I giovani sottolineano come le norme di mascolinità dominanti formino il loro comportamento digitale. Atti come la condivisione non consensuale di immagini o le molestie di gruppo sono inquadrate come delle performance per impressionare gli altri. O per conformarsi le aspettative dei compagni».
Se servisse, ecco un’ulteriore conferma della necessità dell’affrontare una conversazione sui modelli (soprattutto maschili) predominanti a cui sono esposte le generazioni più giovani. Mentre si costruiscono ambienti e sistemi di protezione per le vittime (tutte, a prescindere dal sesso) diventa allora sempre più necessario lavorare anche sulla cultura in cui crescono i ragazzi. Anche per loro il mondo digitale può essere un ambiente con molte facce: attrattivo perché permette di sentirsi parte di un gruppo. Ma pericolosissimo per esempio nel definire e promuovere comportamenti aggressivi, violenti, misogini. Capaci di erodere le basi stesse di quella società più equa a cui – non solo l’Europa – punta da decenni.
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* Lo studio Hbsc, abbreviazione di Health Behaviour in School-aged Children, osserva, per esempio, come certe abitudini in adolescenza incidano sull’insorgere di problemi di salute, sul consumo di tabacco, sull’alimentazione o il consumo di alcol. E cerca di comprendere la salute dei giovani osservando anche i loro contesti sociali – la scuola, le famiglie di provenienza, i luoghi dove vivono.
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Maria Paola Mosca
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