quando a decidere non sono gli allevatori – Ruminantia – Web Magazine del mondo dei Ruminanti


Il mercato del latte continua a essere attraversato da forti squilibri, che riguardano non soltanto la formazione del prezzo riconosciuto alla stalla, ma anche i rapporti di forza all’interno della filiera, la crescente concentrazione del settore agroalimentare e la trasparenza sull’origine delle materie prime impiegate nei prodotti trasformati.

Su questi temi torna a intervenire Paolo Sali, imprenditore e amministratore di Euro Holstein Srl, con una nuova lettera inviata alla nostra redazione. Attraverso riflessioni, esperienze e spunti tratti dal dibattito degli ultimi mesi, il contributo richiama l’attenzione sulle possibili distorsioni del mercato e sulla necessità di tutelare il valore della produzione italiana, puntando sulla qualità, sull’identità territoriale e su una più equa distribuzione del valore lungo la filiera. Pubblichiamo integralmente di seguito la sua lettera.

Lettera alla redazione

Carissima Redazione,

eccoci qui di nuovo a parlare di latte, di mercati, di allevatori malcontenti e politiche europee che arrivano alle mie orecchie sempre molto deboli e fioche. Sarà la distanza da Bruxelles, o sarà che il brusio di sottofondo che si sente in Italia, spesso confuso e proveniente da troppe ugole, copre un po’ tutto, e quello che resta è un “rumore bianco” utile forse per far addormentare le coscienze.


Ti scrivo queste righe perché sono un’inguaribile rompiscatole, e penso che questo tu l’abbia capito, e perché credo fermamente nel confronto costruttivo, che nulla è mai perduto se solo lo si vuole, e se le idee vengono condivise, masticate, digerite (quando non troppo indigeste), riformulate e fatte circolare.

Mi è capitato ultimamente di imbattermi in modo casuale in una serie di notizie, post sui social e articoli che hanno risvegliato in me il concetto di “distorsioni del mercato”. Quelli che gli esperti chiamano Bias, e che nel caso specifico – vista la mia vocazione – riguardano il mercato del latte.

Per esempio, qualche giorno fa, navigando su Facebook, mi sono imbattuto in una intervista ad un allevatore bresciano; da una parte il giornalista azzimato, dall’altra questo uomo con una certa esperienza vissuta fra campi e stalla che, incurante delle regole base del Visual Marketing, si presentava con la tuta da lavoro, il cappello calcato alla meglio in testa e, da sotto un paio di considerevoli baffi bianchi, rispondeva – un po’ in italiano ed un po’ nel suo dialetto – alle domande riguardo lo stato di salute del mercato del latte, le problematiche connesse alla instabilità dei prezzi e robe del genere. E questo uomo di campagna, che sicuramente farebbe sorridere i dotti politici di Bruxelles ed affini, ad un certo punto se ne è uscito con la seguente affermazione rivolta al giornalista.

“Noi allevatori siamo l’unica categoria che quando compriamo il gasolio, il mangime, le sementi, aspettiamo la fattura che riporta il prezzo deciso dal venditore, e quando vendiamo il latte aspettiamo che l’industria ci comunichi a quale prezzo dobbiamo fare la fattura. Cioè in pratica non decidiamo nulla!”.

E io penso: se questa non è una distorsione, come possiamo chiamarla?

Passa qualche giorno e sempre sui social trovo il seguente articolo: Oligopoli nel piatto: come dieci giganti controllano la carne e il latte italiani – IrpiMedia, nel quale – in soldoni – viene analizzato il mercato alimentare italiano, e le relative posizioni dominanti di pochi grandi gruppi (altrimenti chiamato Oligopolio) che ne influenzano di fatto le dinamiche in modo determinante.


E ripenso: se anche questa non è una distorsione di mercato, per definizione fra l’altro, chi mi suggerisce una definizione alternativa?

E per finire, sempre questi benedetti social mi ripropongono la protesta di fine aprile al valico del Brennero, messa in piedi dagli allevatori italiani. Ma cosa volevano questi, al posto che stare a zappare la loro terra? Non reclamavano nulla di illegale; chiedevano solo che il latte importato dall’estero fosse classificato con un codice doganale differente a seconda del paese di provenienza. Già, perché ad oggi esiste un solo codice che identifica il “prodotto latte” durante la sua circolazione, ed è più precisamente 0401. Quattro numeri identici indipendentemente che il latte arrivi da una stalla italiana o estera.

Cioè, in pratica, il latte prodotto in paesi terzi, che ha un prezzo più basso di quello italiano in quanto non deve scontare i costi dei controlli stringenti che si applicano in Italia, i costi del mantenimento del benessere animale, della biosicurezza, del continuo monitoraggio qualitativo eccetera, può essere fiscalmente acquistato da una società tedesca, o francese o polacca, e – una volta che l’ultima ruota dell’autotreno ha varcato il confine italiano diventa indistinguibile da quello prodotto in Italia.

E quindi la differenza la fa il prodotto finale: confezionato in Italia, da ditta italiana, con denominazione italiana. Ma fatto con latte estero.

Ed io non penso più se anche questo sia un Bias, come dicono gli economisti, perché mi gira la testa di fronte a tante distorsioni.


E mi viene in mente la cultura gastronomica millenaria italiana che va a farsi benedire insieme al vantaggio competitivo che porta in seno, agli allevatori che pensano che la soluzione sia ingrandirsi sempre di più, senza pensare che la chiave di volta del settore è la qualità, e non la quantità, e che nella mente del consumatore finale l’etichetta “prodotto italiano” occupa ancora un posto di rilievo.

Non buttiamo via questo vantaggio, frutto di anni di sacrifici, di legame strettissimo con le caratteristiche del nostro territorio unico. Investiamoci, con costanza e convinzione; la strada da percorrere è già stata tracciata, basta dare una rapida lettura al interessantissimo libro di Mauro Rosati dal titolo La filosofia della DOP Economy per rendersene conto.

Non dimentichiamoci mai di essere noi stessi, ed alziamo la testa per provare a vedere oltre.

Con grandissima stima.

Paolo Sali



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