Ponte Morandi, le famiglie dopo la sentenza: «Oggi crolla la cortina di fumo, il ponte non è caduto per caso»


Il Comitato delle vittime accoglie con soddisfazione il verdetto di primo grado: «Individuate responsabilità precise nella concessionaria, nella società dei controlli e nel ministero». Ma Egle Possetti avverte: «Non siamo al capolinea, ci attendono ancora anni difficili»

Per alcuni minuti, nell’aula del Tribunale di Genova, le parole sono diventate numeri. Dodici anni, undici anni, dieci anni. Nomi, pene, assoluzioni, prescrizioni. Una lettura rapida, quasi impossibile da seguire per chi attendeva quel momento da quasi otto anni e portava sulle spalle il peso delle 43 persone morte nel crollo del ponte Morandi.

Quando il giudice ha terminato, i familiari delle vittime erano ancora frastornati. Avevano ascoltato la condanna a dodici anni per l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci, gli undici anni inflitti a Michele Donferri Mitelli, i dieci anni per Maurizio Ceneri ed Emanuele De Angelis, gli otto anni e otto mesi per Giampaolo Nebbia, gli otto anni e sei mesi per Riccardo Mollo e gli otto anni per Fulvio Di Taddeo.

Avevano sentito pronunciare anche le condanne a sette anni per Mauro Malgarini e Massimo Meliani, a sei anni e sette mesi per Marco Vezil, a sei anni per Gabriele Camomilla, a cinque anni e sei mesi per Paolo Berti e Antonino Galatà. Ma in quella sequenza serrata era difficile comprendere immediatamente la portata complessiva del verdetto.

Soltanto dopo essersi confrontati con i propri legali, i rappresentanti del Comitato hanno iniziato a leggere la sentenza per ciò che, secondo loro, significa davvero: il riconoscimento di responsabilità individuali dentro tutte le organizzazioni coinvolte nella gestione, nella sorveglianza e nel controllo pubblico del viadotto Polcevera.


È questa la valutazione espressa durante la conferenza stampa convocata dal Comitato delle vittime del ponte Morandi subito dopo la pronuncia della sentenza di primo grado.

«Non abbiamo mai mollato»

La presidente Egle Possetti ha ripercorso gli anni trascorsi dal 14 agosto 2018, segnati dal lutto, dalle udienze e dalla necessità di difendere la memoria delle vittime da ricostruzioni giudicate inaccettabili.

«Crediamo che il nostro lavoro sia stato importante. Non abbiamo mai mollato, abbiamo sempre tenuto alta l’attenzione e ci siamo mossi con tempestività quando era necessario dare il nostro contributo», ha detto Possetti.

Il Comitato, ha ricordato, è intervenuto per contrastare affermazioni ritenute false o fuorvianti e per impedire che la verità sulla tragedia venisse coperta da una continua sovrapposizione di teorie, giustificazioni e tentativi di spostare altrove le responsabilità.


«Pensiamo che tutto ciò che era umanamente possibile sia stato fatto. A volte ci siamo anche attrezzati per l’impossibile», ha proseguito la presidente.

Il verdetto chiude soltanto il primo capitolo giudiziario, ma per i familiari rappresenta un passaggio determinante. «Si apre uno spiraglio di luce sulla vicenda. Ora attendiamo il successivo percorso processuale, che sarà ancora lungo e faticoso».

Lo smarrimento durante la lettura

La presidente del Comitato ha raccontato anche lo stato d’animo vissuto durante la lettura del dispositivo. Si aspettava una pronuncia lunga e scandita, che consentisse alle famiglie di comprendere progressivamente le decisioni del collegio. Invece le pene sono state elencate in pochi minuti.

«Mi sono ritrovata frastornata. Ho sentito dodici anni a Castellucci e poi tutti gli altri dati. Rispetto ai ragionamenti fatti in questi mesi con gli avvocati, ho capito che tutto il lavoro poteva avere avuto un senso. Ma avevamo bisogno di confrontarci».

A rassicurarla, almeno in parte, è stato il sorriso dell’avvocato Raffaele Caruso al termine della lettura. «Quando l’ho visto sorridere, ho capito che stavamo andando bene».


Per il Comitato, la soddisfazione non deriva soltanto dall’entità delle pene. Il punto centrale è che il Tribunale abbia riconosciuto responsabilità precise, distribuite nei differenti livelli delle strutture coinvolte.

«È stato bocciato un sistema gestionale fallimentare»

«Con questa sentenza vengono sancite responsabilità precise in capo a figure specifiche», ha affermato Egle Possetti. Secondo la presidente, il verdetto boccia un intero sistema di gestione e controllo del ponte.

La responsabilità non sarebbe stata circoscritta a un singolo ufficio o a un singolo tecnico. Il Tribunale ha riconosciuto condotte colpose all’interno della concessionaria autostradale, della società incaricata della sorveglianza e delle strutture pubbliche che avrebbero dovuto vigilare.

«Viene bocciato un sistema gestionale fallimentare e vengono bocciati i responsabili dei controlli pubblici, perché nessun controllore ha bloccato il manovratore».

Per il Comitato, ogni condanna corrisponde al diverso grado di coinvolgimento attribuito dal Tribunale nella tragedia. Non ci sarebbe stata una responsabilità indistinta, fondata soltanto sulla posizione ricoperta, ma una ricostruzione delle singole condotte, dei compiti e delle omissioni.


«Oggi crolla la cortina di fumo che fin dall’inizio ha aleggiato sulla verità», ha detto Possetti. «Ma non siamo ancora al capolinea».

La presidente ha indicato anche il significato più profondo che le famiglie attribuiscono al verdetto: la tragedia non sarebbe riconducibile a una fatalità imprevedibile né soltanto a un difetto nato durante la costruzione del ponte.

«Questo primo traguardo mette un punto fermo alle elucubrazioni tecniche: difetti costruttivi, bobine, fulmini. Ci sono state pesanti carenze nella gestione e 43 persone hanno pagato con la vita».

Le famiglie auspicano ora che le condanne possano essere confermate durante il processo d’appello e nell’eventuale successivo giudizio davanti alla Corte di cassazione.

«L’impianto della Procura ha tenuto»

L’avvocato Raffaele Caruso, che insieme alla collega Graziella Delfino ha rappresentato numerosi familiari delle vittime, ha spiegato che una prima lettura del dispositivo e del comunicato diffuso dalla Presidenza del Tribunale consente di affermare che l’impianto accusatorio ha superato la prova del giudizio.


«L’impianto della Procura ha tenuto», ha dichiarato. Una costruzione che i legali delle famiglie avevano fatto propria sia durante il dibattimento sia nelle conclusioni presentate al collegio.

Il risultato che i familiari consideravano essenziale era l’individuazione di responsabilità all’interno di ciascuna organizzazione coinvolta: Autostrade per l’Italia, la società incaricata della sorveglianza e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Secondo il legale, questo obiettivo è stato raggiunto. Le condanne avrebbero interessato sia articolazioni territoriali sia uffici centrali, individuando responsabilità soprattutto nei livelli apicali ed escludendole invece per diverse figure maggiormente operative.

L’avvocato invita comunque alla cautela: la lettura è ancora preliminare e sarà necessario attendere le motivazioni della sentenza per comprendere nel dettaglio il ragionamento del Tribunale.

Responsabilità anche negli anni Novanta

Un altro elemento ritenuto decisivo riguarda l’estensione temporale delle responsabilità. Il processo non ha esaminato soltanto ciò che accadde negli ultimi anni prima del crollo, ma ha ricostruito la storia del viadotto e della sua sorveglianza a partire dagli anni Novanta.


«Il dramma è che dal 1993 esistevano elementi che avrebbero potuto consentire di evitare questa tragedia», ha sostenuto Caruso.

La condanna di persone già operative in quel periodo viene interpretata dai legali come la conferma che la ricostruzione proposta dalla Procura abbia retto anche sotto il profilo cronologico. Il crollo non sarebbe dunque il risultato di un errore improvviso, ma l’ultimo passaggio di una vicenda durata decenni, durante i quali segnali, deterioramenti e necessità di intervento avrebbero dovuto essere esaminati e governati.

Perché le assoluzioni rafforzano le condanne

Nel dispositivo compaiono anche numerose assoluzioni. Per i legali del Comitato, tuttavia, questo non indebolisce necessariamente il significato delle condanne. Al contrario, dimostrerebbe che il Tribunale ha compiuto un’analisi puntuale di ciascuna posizione.

«La presenza delle assoluzioni ci parla del lavoro individualizzante svolto dal collegio», ha spiegato Raffaele Caruso. «È stata effettuata una valutazione specifica, continua e approfondita di ogni singola posizione personale».

Secondo l’avvocato, proprio questa selezione rende più solide e ponderate le responsabilità riconosciute. Non vi sarebbero condanne fondate esclusivamente sul ruolo aziendale, ma decisioni legate a comportamenti specifici tenuti nella gestione delle rispettive aree di rischio.


Le assoluzioni relative ai reati di falso erano state in parte considerate prevedibili dai legali. Diversa è la questione dell’esclusione dell’aggravante legata all’ambiente di lavoro, che la Procura aveva cercato di sostenere attraverso un’interpretazione più estesa rispetto alla giurisprudenza maturata nel processo per il disastro ferroviario di Viareggio.

Il Tribunale non ha seguito quella ricostruzione. Tuttavia, secondo la lettura proposta dai legali, l’esclusione dell’aggravante non dovrebbe avere effetti decisivi sulla prescrizione, perché restano contestati l’omicidio stradale e, per le condotte precedenti all’entrata in vigore di quella fattispecie, l’omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale.

«Il ponte non è crollato per caso»

Il significato generale della sentenza, secondo l’avvocato, può essere riassunto in una frase: «Questo ponte non è crollato per caso».

Il Tribunale avrebbe individuato responsabilità personali e specifiche, collegate alle aree di rischio affidate a ciascun imputato. Anche il difetto costruttivo dello strallo della pila 9, uno degli elementi centrali del processo, sarebbe stato esaminato senza essere considerato sufficiente a escludere le responsabilità nella gestione e nella sorveglianza.

Per spiegare il punto, l’avvocato ha ricostruito la storia delle tre pile strallate del viadotto: la pila 11, la pila 10 e la pila 9, quella crollata.


Nel 1992 era stata individuata nella parte sommitale della pila 11 una cavità riconducibile a un difetto costruttivo. La struttura era stata sottoposta a un intervento complessivo di rinforzo. Problemi simili erano stati riscontrati anche nella pila 10, sulla quale era stato effettuato un intervento parziale.

La pila 9, invece, non sarebbe stata oggetto di un controllo e di un risanamento analoghi.

«Il difetto era stato scoperto e curato sulla pila 11, era stato scoperto e parzialmente curato sulla pila 10. Nessuno è andato a verificare se fosse presente anche sulla pila 9. E sulla pila 9 c’era».

Il legale ha precisato che il meccanismo del crollo sarebbe comunque collegato alla corrosione dei cavi e al mancato monitoraggio della sua evoluzione. Il difetto costruttivo avrebbe avuto un’influenza, ma ciò che rendeva il problema concretamente prevedibile era la presenza di tre sistemi strutturali gemelli e la conoscenza delle criticità emerse sugli altri due.

La pila 9, secondo questa ricostruzione, sarebbe stata lasciata senza gli interventi adottati altrove, mentre la corrosione procedeva senza essere adeguatamente analizzata, controllata e governata.


Le motivazioni e il possibile appello

Il Comitato attenderà ora il deposito delle motivazioni, previsto entro novanta giorni con la possibilità di un’ulteriore proroga. Solo leggendo il testo completo sarà possibile comprendere le ragioni di ciascuna condanna e delle diverse assoluzioni.

I legali valuteranno se alcune decisioni debbano essere impugnate. Anche la Procura potrà ricorrere contro le assoluzioni o contro le pene ritenute insufficienti, mentre le difese degli imputati condannati hanno già annunciato la prosecuzione della battaglia giudiziaria.

Per i familiari si apre dunque una nuova fase. Il primo grado ha fornito una risposta, ma non una conclusione definitiva. Il rischio è che il procedimento continui ancora per anni, riportando ogni volta le famiglie davanti ai documenti, alle perizie e alle immagini di quella mattina.

Il dibattito sulle responsabilità degli amministratori

Raffaele Caruso ha annunciato inoltre l’intenzione del Comitato di partecipare al dibattito pubblico sulla responsabilità personale degli amministratori e dei vertici delle grandi organizzazioni.

Secondo il legale, l’idea che in Italia sia necessario proteggere maggiormente gli amministratori delegati dalle conseguenze penali delle proprie decisioni sarebbe basata su una lettura sbagliata della giurisprudenza.


Le sentenze maturate dopo i casi ThyssenKrupp, Viareggio e Avellino avrebbero infatti sviluppato criteri sempre più garantisti e selettivi. Per condannare un amministratore delegato non sarebbe sufficiente il ruolo ricoperto: occorrerebbe dimostrare una responsabilità individuale, personalizzata e direttamente collegata al fatto.

«La giurisprudenza sta andando nella direzione opposta rispetto a quella descritta nel dibattito pubblico», ha osservato l’avvocato.

Nel caso del ponte Morandi, l’accusa avrebbe contestato ai vertici di Autostrade per l’Italia comportamenti concreti: scelte strategiche che avrebbero influenzato le modalità della sorveglianza e dei controlli svolti dalla società incaricata, oltre alla conoscenza diretta delle criticità del viadotto.

Secondo la ricostruzione sostenuta nel processo, Giovanni Castellucci sarebbe stato informato almeno dal 2009 delle condizioni problematiche del ponte. La condotta contestata sarebbe stata quella di avere rinviato decisioni e interventi, nonostante la consapevolezza delle criticità.

«Lo Stato doveva controllare e non ha controllato»

Una parte centrale della conferenza stampa ha riguardato il ruolo della vigilanza pubblica. Sin dai giorni successivi al crollo, Egle Possetti aveva denunciato il senso di abbandono provocato dall’assenza di un controllo efficace dello Stato sul concessionario.


La sentenza ha riconosciuto responsabilità anche tra le figure della struttura ministeriale incaricata della vigilanza. Per il Comitato questo rappresenta un passaggio fondamentale: non soltanto chi gestiva e sorvegliava materialmente l’autostrada, ma anche chi avrebbe dovuto controllare il concessionario è stato chiamato a rispondere.

«Lo Stato doveva controllare e non ha controllato, rendendo possibile questa tragedia», ha ricordato Raffaele Caruso.

Le condanne riguardanti una figura apicale del ministero e un rappresentante dell’articolazione territoriale vengono interpretate come un richiamo alla responsabilità pubblica. Il Comitato chiede che lo Stato torni a esercitare pienamente il proprio ruolo di controllore sulle concessioni.

Quando un soggetto privato ricerca legittimamente un profitto maggiore, ha osservato il legale, deve esistere una struttura pubblica capace di verificare che la redditività non comprometta la manutenzione, la sicurezza e la tutela dei cittadini.

Qualora gli uffici pubblici non dispongano di personale o competenze sufficienti, lo Stato dovrebbe dotarli di risorse adeguate. La speranza del Comitato è che le responsabilità riconosciute dal Tribunale diventino anche un segnale per le amministrazioni, spingendole a chiedere strumenti più efficaci per controllare le infrastrutture affidate ai concessionari.


Lo squilibrio tra concedente e concessionario

Secondo il Comitato, la causa remota del crollo deve essere cercata anche nello squilibrio tra il concessionario privato e lo Stato concedente. Da una parte una società dotata di risorse economiche, tecniche e organizzative; dall’altra strutture pubbliche incapaci di esercitare una vigilanza altrettanto forte.

Lo squilibrio avrebbe riguardato non soltanto la manutenzione e la sicurezza del ponte, ma anche gli aspetti economici e finanziari della concessione.

Per anni il Comitato ha studiato e denunciato questo rapporto, sostenendo che l’assenza di un controllo pubblico incisivo avesse consentito alla logica del profitto di prevalere sulla necessità di intervenire tempestivamente sull’infrastruttura.

La sentenza, nella lettura delle famiglie, non riguarda quindi soltanto il passato. È anche un avvertimento per il futuro: le concessioni non possono trasformarsi in deleghe senza controllo e lo Stato non può limitarsi a osservare le decisioni del gestore.

«Non è ancora il capolinea»

Alla fine della conferenza stampa rimane la consapevolezza che nessuna condanna potrà restituire le 43 persone morte il 14 agosto 2018. La soddisfazione per il verdetto convive con la fatica di un percorso che ripartirà dalle motivazioni, proseguirà in appello e potrebbe arrivare nuovamente davanti alla Corte di cassazione.


Il primo grado ha però consegnato alle famiglie un punto fermo. Il ponte non sarebbe crollato soltanto per un difetto nato negli anni Sessanta. Non sarebbe caduto a causa di un evento improvviso e inconoscibile. Secondo la sentenza, esistevano aree di rischio che qualcuno aveva il compito di governare e che non furono governate adeguatamente.

Per Egle Possetti, questo significa che la cortina di fumo comincia finalmente a dissolversi. Ma la presidente sa che la strada è ancora lunga.

«Siamo soddisfatti delle condanne pronunciate. La parte più importante è l’individuazione di precise responsabilità nei singoli ruoli. Ma non è ancora il capolinea».

Dietro quelle parole restano i nomi delle 43 vittime. Restano le famiglie che non hanno mai smesso di chiedere verità. E resta una convinzione che, dopo la sentenza, il Comitato pronuncia con ancora maggiore forza: quella tragedia poteva essere evitata.


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali





#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 GenovaQuotidiana

Source link

Di