Effaçage, sovrapitture, artypo, retro d’affiche, blank, e dècollage sono solo alcuni dei termini che descrivono il lavoro di Mimmo Rotella. Per oltre sei decadi l’artista non ha mai smesso di riflettere sul consumo dell’immagine, sperimentando per primo lo “strappo”, un gesto nichilista, lacerante, che in realtà recupera la memoria della materia per rigenerarla.
Tutto inizia quando l’artista inizia a strappare i manifesti dai muri, portandoli nel suo studio dietro Piazza del Popolo. Qui li sovrappone, li disegna, li frantuma, lasciando emergere scritte, disegni e forme che seguono un suo senso e ne cambiano completamente il senso originario.
A vent’anni dalla scomparsa dell’artista, Palazzo Ducale di Genova – la città dove Rotella realizzò, nel 2004, l’ultima delle sue performance più celebri, “il rito della lacerazione”, strappando i manifesti della sua stessa mostra dai muri – lo celebra oggi con un grande retrospettiva. La mostra “Mimmo Rotella. 1945-2005”, a cura di Alberto Fiz, realizzata in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella e prodotta da MetaMorfosi Eventi, visitabile fino al 13 settembre, riunisce oltre cento opere ripercorrendo sessant’anni di attività. Il percorso parte dagli esordi figurativi e dalle sperimentazioni del linguaggio con le poesie epistalitiche che riprendono i suoni onomatopeici della campagna calabra in cui l’artista era cresciuto.
Il «radar mentale»
Considerato un protagonista indiscusso delle avanguardie della seconda metà del Novecento, Rotella ha anticipato lo scrolling. Merito della sua lungimiranza profetica, quel «radar mentale», come lo definiva lui stesso, che gli ha permesso di prevedere gli effetti della progressiva accelerazione prodotta della cultura di massa, in un’epoca in cui la pubblicità, i media, il cinema, la musica stavano ridefinendo l’immaginario collettivo.
«Rotella è stato un anticipatore: tutta la sua ricerca è legata alla stratificazione dei messaggi e per questo è molto vicino all’infosfera che ci riguarda: alla continua produzione di contenuti contraddittori, in continua interferenza tra cose banali e serie. Come l’artista scollava i manifesti dai muri, così noi oggi scrolliamo i feed», spiega il curatore, Fiz.
Accanto ai celebri dècollage, la mostra presenta i retro d’affiche, dove l’artista interviene sul retro dei manifesti. «Mi piaceva la materia sottoposta alle intemperie, prenderla così com’era e mostrarla, come un furto della realtà» spiegava l’artista. «Strappare i manifesti dai muri è l’unica rivalsa, l’unica protesta contro una società che ha perduto il gusto dei mutamenti e delle trasformazioni strabilianti», proseguiva Rotella. Cemento, carta, colla, colore, truciolato rimangono impressi nell’opera, a testimonianza di un’esistenza vissuta prima ancora di farsi opera d’arte.
La mostra, allestita in modo essenziale nel sottoporticato di Palazzo Ducale, che ospita anche una bellissima retrospettiva sul fiammingo Van Dyck, vissuto a Genova per trenta mesi, restituisce la complessità di un’artista che ha attraversato vari stili, dal Dada, al Nouveau Rèalisme, fino alla Pop Art e all’Arte Povera, con l’idea di una sperimentazione continua, senza identificarsi mai completamente con una di queste esperienze.
«Spesso Rotella viene paragonato alla Pop Art ma non è corretto, – precisa Fiz – mentre la Pop Art dà un messaggio assoluto, l’atteggiamento di Rotella è interrogativo rispetto alla società ed è fortemente trasgressivo nella sostanza. Il suo punto di partenza è piuttosto il futurismo: la sua è un’azione di carattere performativo, dinamica rispetto alla materia. È evidente che il riferimento non è ad una dimensione statica come quella del dadaismo, ma ad una dimensione movimentista come il futurismo. Il crepitio della materia è invece un elemento che lo avvicina più a Burri».
Stimoli e libertà
La libertà espressiva di Rotella lo ha spinto a raccogliere sempre nuovi stimoli: dagli effaçage, erosioni dell’immagine attraverso l’uso di solventi chimici, ai blank dove l’immagine pubblicitaria viene cancellata attraverso un grande foglio monocromatico che rappresenta la pausa creata dagli attacchini tra una campagna pubblicitaria e l’altra, fino agli artypo, realizzati a partire dai fogli usati per gli avviamenti di macchina nelle tipografie. Tutte tecniche di impoverimento dell’immagine che però la eternizzano andando oltre l’apparenza.
«Oggi avrebbe sicuramente usato l’intelligenza artificiale», afferma il curatore, ricordando l’ironia e l’autoironia del suo Autoritratto napoleonico, o gli immancabili occhiali alla Blues Brothers, e quell’attitudine americana che l’artista aveva ereditato dal soggiorno a Kansas City negli anni Cinquanta, che ispirò il personaggio di Nando Mericoni, interpretato da Alberto Sordi e scritto dall’amico Lucio Fulci, sceneggiatore di Steno.
Negli anni Sessanta compare la figura ma è sempre stratificata, mai celebrata. Nessuna icona viene risparmiata dallo strappo di Rotella, come accade in alcuni lavori del 1963 in cui “sotto la pelle” di Marilyn Monroe compaiono le immagini del film d’animazione Bambi; o ancora l’immagine del presidente Kennedy accostata ad una scritta di cordoglio tratta da un giornale e ad uno stecco di gelato già morso. Un gesto che potrebbe essere giudicato blasfemo, che invece mostra un linguaggio, un segno, una strategia comunicativa estremamente attuali.
Negli anni Settanta Rotella si confronta con l’immagine fotografica proiettata su tela fotosensibile nella serie dei reportage. Qui l’artista si appropria delle immagini diffuse dai media trasformandole in strumenti di critica politica e sociale. Dalla prigionia di Aldo Moro agli attentati, gli anni di piombo vengono raccontati attraverso il filtro dell’informazione. Dalla strada al sistema dell’informazione, Rotella ha continuato a indagare il potere delle immagini nella costruzione del reale, intuendo, con largo anticipo, quanto i media avrebbero finito per rimodellare la realtà stessa.
© Riproduzione riservata
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonella Bartoli
Source link

