Secondo i legali dell’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, il processo avrebbe dimostrato l’esistenza di un difetto costruttivo occulto e l’assenza di condotte personali capaci di giustificare la condanna. Giovanni Castellucci è già in carcere da oltre un anno per la tragedia del viadotto Acqualonga, costata la vita a 40 persone. Oggi è stato condannato ad altri 12 anni di reclusione

Il team legale di Giovanni Castellucci respinge le conclusioni della sentenza di primo grado sul crollo del ponte Morandi e annuncia il ricorso in appello. I difensori dell’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia affermano di rispettare la decisione del Tribunale di Genova, ma di non condividerne l’impostazione né gli esiti.

Secondo i legali, la lettura del dispositivo farebbe emergere una responsabilità costruita più sulla posizione gerarchica ricoperta che sull’individuazione di una specifica condotta personale. Una valutazione definitiva, precisano, potrà essere formulata soltanto dopo il deposito delle motivazioni.


«Una sentenza che non rende giustizia alla realtà dei fatti. Faremo appello», è la posizione espressa dalla difesa, che contesta il presupposto secondo cui l’amministratore delegato avrebbe dovuto rispondere dell’intero sistema aziendale indipendentemente dalle deleghe operative e dalla concreta gestione dei rischi.
Giovanni Castellucci si trova già in carcere da oltre un anno. Sta scontando la condanna definitiva a sei anni di reclusione per la tragedia del viadotto Acqualonga, in provincia di Avellino, dove nel 2013 un autobus precipitò provocando la morte di 40 persone. La nuova condanna pronunciata a Genova per il crollo del ponte Morandi non è invece definitiva e sarà impugnata dai suoi difensori.
Nel comunicato, i legali sostengono che durante il dibattimento sarebbe emersa l’esistenza di un difetto costruttivo occulto rimasto sconosciuto per oltre mezzo secolo. Un problema che, secondo la difesa, non sarebbe mai stato individuato da progettisti, costruttori, concessionari pubblici e privati, consulenti, università e organismi tecnici che nel tempo si erano occupati del viadotto.
Nessuno, affermano, avrebbe segnalato un rischio concreto per la sicurezza dell’infrastruttura. Il ponte sarebbe stato sottoposto negli anni a verifiche e monitoraggi continui e, nel 2016, una società specializzata avrebbe considerato adeguato il sistema utilizzato per controllare l’evoluzione dello stato degli stralli. Nello stesso periodo, aggiungono i difensori, esperti del settore avrebbero confermato la presenza di ampi margini di sicurezza.
La difesa ricostruisce anche la storia dell’opera, ricordando che il viadotto fu commissionato dallo Stato negli anni Sessanta, costruito da una società successivamente entrata nell’Istituto per la ricostruzione industriale e sottoposto a interventi negli anni Novanta. Dopo quei lavori, secondo i legali, il ponte sarebbe stato considerato sicuro almeno fino al 2030 e successivamente trasferito ai privati in condizioni presentate come pienamente affidabili.
Da qui la contestazione centrale: non sarebbe corretto attribuire una responsabilità penale personale a un amministratore delegato che, nella ricostruzione difensiva, si sarebbe affidato ai migliori tecnici disponibili e alle strutture operative competenti.
I legali criticano inoltre l’idea che il garante debba coincidere automaticamente con la figura apicale. A loro giudizio, il principio dovrebbe invece concentrarsi sul soggetto che gestisce direttamente il rischio concreto. Diversamente, il ruolo dell’amministratore delegato diventerebbe una posizione astratta chiamata a rispondere dell’intera organizzazione, svuotando di significato deleghe, controlli interni e responsabilità operative.
Secondo la difesa, una simile impostazione sarebbe incompatibile con i modelli di governo delle aziende complesse e con le regole adottate per la gestione interna dei rischi. Il processo, aggiungono i legali, avrebbe anche escluso l’esistenza di una politica aziendale orientata al risparmio a discapito della sicurezza.
Le risorse per la manutenzione, sostengono, non sarebbero mai state negate. Al contrario, Giovanni Castellucci avrebbe promosso gli interventi di rinforzo della struttura nonostante l’assenza, secondo i difensori, di richieste tecniche sufficientemente allarmanti provenienti dagli uffici operativi. Quegli interventi erano stati deliberati dal consiglio di amministrazione nel 2017.
Il comunicato richiama più volte il principio della responsabilità individuale. Per i legali, la gravità della tragedia e il dolore delle famiglie impongono ancora maggiore rigore nell’accertamento del nesso tra condotta, colpa ed evento.
«La sofferenza provocata dalla tragedia di Genova è immensa e merita rispetto», affermano i difensori. «Ma proprio la gravità dell’evento impone che la giustizia continui a fondarsi sull’accertamento delle responsabilità individuali e non sulla ricerca di un capro espiatorio. In uno Stato di diritto, il dolore non può trasformarsi in una presunzione di colpevolezza».
La difesa confida quindi che il giudizio di secondo grado possa ribaltare la condanna, riconoscendo che Giovanni Castellucci avrebbe operato nel perimetro delle proprie funzioni, sostenendo le iniziative considerate necessarie per la sicurezza del viadotto e senza limitare le risorse destinate alla manutenzione.
I legali annunciano infine che continueranno a sostenere l’innocenza dell’ex amministratore delegato in tutte le sedi previste dall’ordinamento. La battaglia giudiziaria sul crollo del ponte Morandi entra così in una nuova fase, mentre restano attese le motivazioni della sentenza di primo grado.
In copertina: foto di repertorio
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