il mito di Calipso e il vero effetto dei fiori di loto


L’arrivo nelle sale cinematografiche del visionario film Odissea di Christopher Nolan sta spingendo milioni di spettatori a riscoprire le tappe più affascinanti e psicologiche del viaggio di Ulisse. Il regista britannico, da sempre ossessionato dai temi del tempo, della memoria e della percezione, ha trovato nel poema omerico un terreno perfetto per dare vita a una narrazione visivamente maestosa.

Tra i personaggi più magnetici del kolossal spicca senza dubbio la figura di Calipso – la splendida ninfa interpretata nel film da Charlize Theron – che incarna la tentazione della fuga dalla realtà. Tuttavia, l’adattamento cinematografico e il dibattito sul web hanno riacceso l’attenzione su alcuni dei passaggi più enigmatici dell’opera, portando a volte a curiose sovrapposizioni mitologiche, come quella che lega la ninfa al celebre e pericoloso effetto dei fiori di loto.

Chi era Calipso, la ninfa che trattenne l’eroe a Ogigia

Nell’universo mitologico di Omero, Calipso è una figura complessa e malinconica. Figlia del titano Atlante, il suo nome deriva dal verbo greco kalyptein, che significa letteralmente “nascondere” o “celare”. Un nome che è già un destino: Calipso vive infatti sull’isola di Ogigia, un luogo paradisiaco ma situato ai confini del mondo conosciuto, una sorta di limbo geografico ed esistenziale fuori dal tempo.

Quando Ulisse naufraga sulle sue sponde, stremato dalle tempeste e dalla perdita dei compagni, la ninfa lo accoglie e se ne innamora perdutamente. Per ben sette anni, Calipso trattiene l’eroe di Itaca offrendogli una tentazione a cui nessun mortale saprebbe resistere: l’eterna giovinezza e l’immortalità. Eppure, la prigionia di Ulisse non è fatta di catene, ma di amore, bellezza e lusso sfrenato.


La tragedia della ninfa risiede nel comprendere che, nonostante i suoi doni divini, non potrà mai possedere l’anima del guerriero, il quale trascorre le sue giornate sulla spiaggia a piangere, con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, consumato dalla nostalgia di casa.

Ritratto di Calipso (Foto: Wikimedia Commons/George Hitchcock) – Newscinema.it

Il grande malinteso mitologico: chi fa mangiare i fiori di loto?

Quando si parla delle tappe dell’Odissea, è facile fare un piccolo e comune pasticcio mitologico, complice anche l’atmosfera onirica che Nolan ricrea nel suo film. Molti infatti associano a Calipso l’inganno dei fiori di loto, pensando che sia stata proprio la ninfa a nutrire l’eroe con questa pianta magica per fargli dimenticare la patria.

In realtà, la storia originale scritta da Omero ci racconta una verità diversa: l’episodio dei mangiatori di loto (i Lotofagi) avviene molto prima dell’arrivo di Ulisse a Ogigia, in una terra identificata storicamente con le coste del Nord Africa, probabilmente l’odierna Tunisia.

Non è dunque Calipso a offrire questo cibo insidioso, ma una popolazione pacifica e ospitale che Ulisse e i suoi compagni incontrano durante una delle primissime tappe del loro tormentato viaggio di ritorno. La ninfa di Ogigia non ha bisogno di droghe o filtri per ammaliare il suo ospite; le basta la sua straordinaria bellezza e la promessa di un’esistenza divina, priva della vecchiaia e della morte.

Chi sono i Lotofagi e cosa succede nell’Odissea di Omero

I Lotofagi, ovvero i “mangiatori di loto”, sono un popolo pacifico che Ulisse incontra nel Libro IX dell’Odissea dopo essere stato spinto fuori rotta dai venti presso capo Malea e aver vagato in mare per nove giorni; la loro terra, che storici e geografi identificano tradizionalmente con la costa nordafricana — in particolare con la Cirenaica nell’odierna Libia o con l’isola di Djerba in Tunisia —, diventa il palcoscenico di uno degli episodi più emblematici del poema omerico.


Sbarcato su queste coste, l’eroe invia tre uomini in perlustrazione che vengono accolti amichevolmente dagli abitanti e invitati a cibarsi del loto, un frutto dolcissimo e narcotico che provoca un’immediata e totale amnesia, cancellando in chi lo consuma la volontà e il desiderio di fare ritorno in patria.

Accortosi della loro scomparsa, Ulisse scende a terra, trova i compagni in uno stato di stordita felicità e, per salvarli dal potere dell’oblio, si vede costretto a trascinarli via a forza e a legarli saldamente a bordo, ordinando al resto dell’equipaggio di salpare immediatamente prima che l’incantesimo colpisca gli altri marinai.

fiori di loto Odissea
La terra dei Lotofagi nell’Odissea (Foto: Shutterstock/Morphart Creation) – Newscinema.it

L’effetto dei fiori di loto e il potere distruttivo dell’oblio

Se Calipso rappresenta la prigionia sentimentale e dorata, i Lotofagi e il loro fiore misterioso incarnano un pericolo ancora più subdolo per la spedizione greca. Una volta sbarcati su quell’isola misteriosa, Ulisse invia tre dei suoi compagni in avanscoperta per esplorare il territorio. Gli abitanti del luogo offrono loro il fiore di loto, un cibo dal sapore dolcissimo che ha un effetto immediato e devastante sulla psiche dei marinai: la perdita totale della memoria e della volontà.

Chiunque si nutra del loto dimentica istantaneamente il proprio passato, la propria famiglia e, soprattutto, il nostos, ovvero il sacro desiderio del ritorno a casa. L’effetto di questa pianta non è violento, ma induce uno stato di totale apatia ed estasi vegetativa, in cui l’unica aspirazione diventa quella di rimanere per sempre in quel luogo a consumare il fiore magico. Per salvare i suoi uomini, Ulisse è costretto a trascinarli a forza sulla nave piangenti, legandoli sotto i banchi di voga per impedire loro di fuggire nuovamente verso quel paradiso artificiale.

L’eredità di Calipso e dei Lotofagi nel cinema di Nolan

Non è difficile comprendere perché un autore come Christopher Nolan sia rimasto affascinato da questi due specifici episodi dell’Odissea. Sia l’amore eterno di Calipso sia l’estasi indotta dal fiore di loto affrontano lo stesso nucleo tematico: la tentazione di arrendersi all’illusione e all’oblio pur di sfuggire al dolore della realtà. L’isola di Ogigia e la terra dei Lotofagi sono due facce della stessa medaglia psicologica, zone d’ombra in cui l’essere umano rischia di smarrire la propria identità storica.


Nel film attualmente nelle sale, questo conflitto tra la dolcezza dell’illusione e la durezza del risveglio viene tradotto con la consueta maestria visiva e sonora. Ulisse diventa così il simbolo dell’uomo moderno che, pur circondato da paradisi artificiali e promesse di fuga dal tempo, sceglie deliberatamente la propria mortalità, la sofferenza e la fatica del viaggio pur di rimanere fedele a se stesso e a ciò che ama davvero.


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 Redazione Digital

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