cos’è, chi la concede e cosa c’entra con il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato


Il verdetto della Cassazione, poi l’istruttoria aperta dal ministero della Giustizia e la precisazione del Quirinale. Il caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori dopo l’assalto alla sua attività, ha riacceso il dibattito sulla grazia. Un provvedimento di clemenza individuale previsto dalla Costituzione e disciplinato da specifiche norme: chi può chiederlo, come si svolge la procedura e, soprattutto, chi ha davvero il potere di concederlo?

Cos’è la grazia e quali effetti produce

La grazia è un atto di clemenza individuale con il quale può essere condonata, in tutto o in parte, la pena inflitta a una persona condannata. Può inoltre comportare la commutazione della pena, cioè la sua trasformazione in una sanzione diversa: una pena detentiva può essere sostituita ad esempio da un’altra meno grave, nei limiti consentiti dall’ordinamento. 

A differenza dell’amnistia e dell’indulto – che hanno portata generale e si applicano a categorie di reati o di condannati (famosa è l’amnistia Togliatti, adottata nel difficile passaggio dal fascismo alla Repubblica, con l’obiettivo di favorire la pacificazione politico-sociale e la ricostruzione del Paese) – la grazia riguarda un singolo soggetto: viene valutata caso per caso e presuppone una sentenza irrevocabile di condanna.

Chi può chiedere la grazia? Tutto l’iter

La base dell’istituto si trova nell’articolo 87 della Costituzione, che attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di concedere la grazia e commutare le pene. La procedura è invece regolata dall’articolo 681 del Codice di procedura penale. La grazia può essere concessa d’ufficio, senza una domanda o una proposta formale; normalmente, però, l’iter prende avvio da un’istanza. A sottoscriverla può essere il condannato oppure, anche senza il suo consenso, un suo prossimo congiunto, il convivente, il tutore, il curatore o un avvocato.


Se il condannato è detenuto o internato, la domanda può essere depositata al magistrato di sorveglianza. In presenza di particolari meriti, la proposta può inoltre partire dal presidente del consiglio di disciplina dell’Istituto penitenziario. Fondamentale è lo svolgimento dell’istruttoria prevista dalla legge, durante la quale vengono raccolte tutte le informazioni utili a valutare la posizione del condannato. Tra gli elementi esaminati possono rientrare la sua situazione giuridica, la condotta tenuta durante l’esecuzione della pena, le condizioni personali e familiari.

Ma anche le informazioni fornite dalle forze di polizia, le valutazioni dei responsabili dell’Istituto penitenziario e l’eventuale perdono delle persone danneggiate dal reato. Sulla domanda o sulla proposta esprimono il proprio parere il procuratore generale presso la Corte d’appello e, nei casi previsti, il magistrato di sorveglianza. Acquisiti i pareri e completati gli accertamenti, il ministro della Giustizia trasmette al Capo dello Stato la domanda o la proposta, insieme agli atti dell’istruttoria e al proprio avviso, favorevole o contrario.

Chi decide sulla grazia e il caso Roggero

La decisione finale spetta al Presidente della Repubblica. Sebbene il ministro della Giustizia svolga un ruolo essenziale nell’istruttoria e nella trasmissione degli atti, non è titolare del potere di concedere o negare la grazia. A chiarirlo è stata la Corte costituzionale con la sentenza numero 200 del 2006, pronunciata in seguito al conflitto sorto tra l’allora Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi e il ministro della Giustizia Roberto Castelli sulla richiesta di grazia per Ovidio Bompressi, condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Secondo la Consulta, la grazia è un potere proprio del Presidente, finalizzato a mitigare o eliminare la pena in presenza di eccezionali ragioni umanitarie. Il ministro è tenuto a svolgere e concludere l’istruttoria, a comunicare il proprio parere e, qualora il Capo dello Stato decida di concedere il provvedimento, a predisporre e controfirmare il decreto. Non può però impedire la decisione presidenziale opponendo una diversa valutazione di merito.

È in questo quadro che si inserisce il caso di Mario Roggero, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per omicidio volontario. Il 28 aprile 2021, dopo una rapina nella sua gioielleria di Grinzane Cavour, l’uomo inseguì i tre malviventi in fuga e sparò contro di loro, uccidendone due e ferendo il terzo. Dopo il verdetto della Cassazione, Matteo Salvini ha rivolto un appello a Sergio Mattarella e i gruppi parlamentari del centrodestra hanno avviato una raccolta firme a sostegno della grazia. 


Il ministro Carlo Nordio ha quindi disposto l’apertura dell’istruttoria necessaria a raccogliere gli elementi utili per l’eventuale provvedimento. Dopo il suo annuncio, il 16 luglio è stato ricevuto al Quirinale da Mattarella. In una nota, la Presidenza della Repubblica ha spiegato che l’incontro è servito a

puntualizzare i limiti delle attribuzioni del Ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica.

Una precisazione che non equivale a un rifiuto né a un’apertura alla grazia per Roggero, sulla cui vicenda ogni discorso è “assolutamente prematuro”, hanno precisato fonti del Quirinale, non essendo ancora note le motivazioni della Cassazione. Ma che specifica il metodo e le competenze, per evitare che l’annuncio del Ministro possa far apparire la grazia come un procedimento avviato o indirizzato dal governo. Secondo quanto riporta l’Ansa, durante il colloquio Mattarella avrebbe richiamato le parole di Luigi Einaudi, per il quale

virgolette

è dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce.



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 Sara D’Aversa

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