di Rosa Elenia Stravato
Genesi, scandalo e immortalità de I fiori del male, l’opera che ha strappato il velo sul lato oscuro dell’anima e della metropoli contemporanea
Esiste un prima e un dopo nella storia della letteratura mondiale, e questo confine passa per l’anno 1857. In quel momento, mentre la società borghese celebrava i fasti del progresso e dell’industrializzazione, un libro sottile e incendiario squarciava il velo del perbenismo europeo: I fiori del male (Les Fleurs du mal) di Charles Baudelaire. Non era solo una raccolta di poesie; era un manifesto di ribellione, una discesa guidata negli inferi della psiche umana e, soprattutto, l’atto di nascita della modernità letteraria.
Per comprendere la portata di questo terremoto, dobbiamo immaginare la Parigi del Secondo Impero di Napoleone III. È una città in piena metamorfosi. Sotto la guida del barone Haussmann, i vecchi e pittoreschi quartieri medievali vengono rasi al suolo per fare spazio ai monumentali boulevard, a enormi prospettive geometriche e ai primi grandi magazzini. È il trionfo del capitalismo, della velocità, della folla anonima e della luce a gas che illumina le notti. Ma dietro questa facciata splendente di marmo e sfarzo, si allungano le ombre della miseria, della prostituzione, dell’alienazione e del vuoto d’anima.
In questa metropoli in transizione si muove Charles Baudelaire (1821–1867), la figura archetipica del dandy e del poeta maledetto. Uomo di straordinaria eleganza estetica ma perennemente sull’orlo del collasso economico ed emotivo, Baudelaire vive una vita segnata dal conflitto. Il trauma infantile della perdita del padre e il successivo, odiato matrimonio della madre con il rigido generale Aupick ne segnano indelebilmente la psiche, instillandogli un profondo senso di abbandono e di ribellione contro l’autorità e la morale borghese.
Baudelaire sperpera la sua eredità nei caffè e nei bordelli parigini, stringe legami complessi e tormentati, come quello con la “Venere nera” Jeanne Duval, sperimenta l’oppio e l’assenzio. Ma non è un semplice debosciato: è un esteta lucidissimo, un critico d’arte formidabile che comprende, prima di chiunque altro, come l’arte debba cambiare per poter raccontare il nuovo mondo. Egli inventa la figura del flâneur, lo spettatore colto e distaccato che cammina senza meta tra la folla della metropoli, catturandone la bellezza transitoria e i dettagli più sordidi.
Pubblicati nel giugno del 1857, I fiori del male subirono quasi immediatamente un processo per oltraggio alla morale pubblica e ai buoni costumi. L’esito fu una condanna penale, una pesante multa e la censura di sei poesie giudicate “oscene” che poterono essere reintegrate solo nel secondo Novecento. Ma cosa faceva così paura ai censori dell’epoca? La risposta risiede nel titolo stesso, un ossimoro folgorante. Tradizionalmente, la poesia era il regno del “bello”, del “puro”, della natura incontaminata; Baudelaire, al contrario, decide di estrarre la bellezza dal fango, dal vizio, dal dolore. Il male diventa la terra fertile da cui far germogliare la rivelazione artistica.
L’opera non è una semplice sequenza casuale di liriche, ma un vero e proprio viaggio iniziatico diviso in sezioni, un’architettura rigorosa che mappa il dramma dell’esistenza. Il motore immobile dell’intera raccolta è la tensione lacerante tra due forze opposte: l’Ideale, la sete di assoluto, di purezza e di divino, e lo Spleen, una parola inglese che Baudelaire adotta per descrivere una noia profonda, esistenziale, una depressione nera che schiaccia l’anima sotto un cielo di piombo.
L’uomo è intrappolato in questa dualità, diviso tra l’aspirazione al cielo e l’attrazione magnetica verso il fango.Si veda come il poeta descrive lo Spleen nell’omonima, celeberrima poesia:”Quando il cielo basso e cupo schiaccia come un coperchio / lo spirito che geme in preda a lunghi affanni, / e abbracciando l’intero cerchio dell’orizzonte / ci versa un giorno nero più triste delle notti; […] e lunghi funerali, senza tamburi né musica, / sfilano lentamente nella mia anima; la Speranza, / vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica, / conficca sul mio cranio chino la sua bandiera nera.” Il commento a questi versi non può prescindere dalla brutalità delle immagini.
Lo Spleen non è una malinconia romantica e dolce; è un carnefice. Il cielo diventa un “coperchio” di una bara, lo spazio mentale si restringe e l’Angoscia pianta fisicamente la sua bandiera nera nel cranio del poeta. È la resa totale della ragione e della speranza di fronte al vuoto.In questo mondo materialista e spietato, che fine fa l’artista? Baudelaire risponde con la celebre metafora de L’albatro:”Il Poeta è come il principe dei nembi / che abita la tempesta e ride dell’arciere; / esiliato in terra fra gli scherni, / le sue ali di gigante gli impediscono di camminare.”
L’albatro, re maestoso dei cieli, quando viene catturato dai marinai sulla terraferma diventa d’un tratto goffo, ridicolo, d’intralcio a se stesso. È il destino del poeta moderno: finché vola nei cieli dell’arte e dell’immaginazione è immenso, ma calato nella realtà pragmatica e utilitaristica della società borghese, le sue stesse doti superiori — le sue “ali di gigante”— lo rendono un inetto, un emarginato deriso dalla massa.Nelle sezioni successive, in particolare in Quadri parigini, la metropoli diventa il palcoscenico di questa tragedia. Baudelaire canta i mendicanti, i ciechi, i vecchi, le prostitute. Trova la poesia nel ritmo asfittico della città. E quando lo Spleen diventa insostenibile, l’autore cerca vie di fuga nel vino, nei “fiori del male” del vizio e dell’erotismo tormentato, fino alla ribellione finale contro Dio. Ma l’unica, vera e onesta conclusione del viaggio è la Morte, vista non come una punizione, ma come l’estrema avventura, l’ultimo barlume di speranza per trovare “qualcosa di nuovo” nell’ignoto.Perché abbiamo ancora bisogno di riscoprire Baudelaire oggi?
La risposta è semplice: perché i mostri contro cui lui combatteva sono gli stessi che abitano il nostro presente. Egli è stato il primo a comprendere la solitudine della folla. Nell’epoca dei social network, delle metropoli iperconnesse e dell’isolamento psicologico, l’esperienza baudelaireana del flâneur smarrito nell’oceano urbano è più attuale che mai. Egli ha profetizzato la nevrosi contemporanea, quel senso di inadeguatezza e di vuoto interiore che spesso cerchiamo di colmare con il consumo o con distrazioni artificiali.
Inoltre, la sua rivoluzione è stilistica e concettuale:spiega che la natura è un tempio di “foreste di simboli” in cui profumi, colori e suoni si rispondono in una profonda unità. È l’atto di nascita del Simbolismo e della poesia moderna, che non deve più descrivere logicamente la realtà, ma evocarla attraverso suggestioni sensoriali e analogie.Ha liberato l’arte dall’obbligo del “politicamente corretto” e del “moralmente edificante”. Baudelaire ci ha insegnato che l’arte non deve essere consolatoria, ma vera. Può e deve esplorare il macabro, l’orribile, l’angosciante, perché anche lì risiede una scintilla di verità umana.
Riscoprire I fiori del male non significa dunque fare un’operazione di nostalgia accademica. Significa guardarsi allo specchio senza filtri. Nella poesia d’apertura della raccolta, Al lettore, Baudelaire elenca i vizi umani -la meschinità, il rimorso, l’ipocrisia- e conclude indicando il mostro più grande di tutti: la Noia, capace di inghiottire il mondo in uno sbadiglio. E si rivolge direttamente a chi legge con un verso che è un abbraccio e, al tempo stesso, uno schiaffo fraterno:”— Ipocrita lettore, — mio simile, — mio fratello!”
In quel verso c’è tutta la grandezza di Charles Baudelaire. Non si mette su un piedistallo per giudicarci o istruirci; scende nel fango insieme a noi, ci prende per mano e ci ricorda che la sua disperazione, la sua ricerca di bellezza tra le macerie della vita, è esattamente la nostra.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
CP
Source link

