Megan Gale può cambiare. Operatore, spot, universo narrativo: quello che le pare. Il Giurì dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) ha infatti stabilito che la campagna Iliad con la modella australiana non viola il Codice di Autodisciplina. Quindi, Iliad può continuare a usare Megan Gale nei suoi spot. E Fastweb, che aveva contestato la campagna perché ironizzava sulla vecchia pubblicità Omnitel, deve accettare che l’ironia non è plagio. E che la notorietà di Megan Gale è un suo asset, che può prestare al migliore offerente.
Ma andiamo per gradi.
Megan Gale, Iliad e quella memoria collettiva chiamata Omnitel
Il motivo per cui questa storia ha fatto rumore è semplice: Megan Gale non è una testimonial qualsiasi per la pubblicità italiana. Per molti spettatori, soprattutto quelli che ricordano i cellulari con Snake, le ricariche comprate dal tabaccaio e gli SMS da 160 caratteri, il suo volto rimanda immediatamente agli spot Omnitel, poi Vodafone, dei primi anni Duemila.
I più giovani probabilmente faticheranno a capire l’impatto che la pubblicità con Megan Gale ebbe nel 1999. All’epoca, tutti (o quasi) conoscevamo le pubblicità in TV, perché quasi tutti guardavamo almeno una volta al giorno qualche programma, fosse anche solo il TG. E la modella australiana, con il suo vestito rosso, sfruttò quella notorietà appieno. Girò i “cinepanettoni” con Boldi e De Sica, presentò Sanremo con la Carrà. Rischio persino di diventare Wonder Woman.
Ma, per tutti, il suo ruolo pubblicitario era quello più riconoscibile. E quindi Iliad ha deciso di giocare proprio su questo, sul marketing che incontra la memoria emotiva. Nella campagna “Poche cose sono per sempre”, Megan Gale attraversa la città, viene riconosciuta, entra in uno store Iliad e pronuncia la frase chiave: “Ho deciso di cambiare”.

La campagna, firmata da Leo Italia e pianificata da Initiative, è la prima in cui Iliad usa un volto noto al grande pubblico nella propria comunicazione. Una scelta creativa abbastanza evidente: non serve dire “vi ricordate di quando Megan Gale faceva le pubblicità di Omnitel?”. Chiunque avesse più di 10 anni nei primi anni Duemila si ricorda di lei. E se Megan Gale cambia operatore, perché non dovremmo farlo anche noi?
Perché Fastweb ha contestato lo spot Iliad con Megan Gale
Fastweb, società in cui è confluita Vodafone Italia, che a sua volta raccoglie l’eredità di Omnitel, ha però deciso di contestare lo spot. Ma non è andata come Fastweb aveva previsto. La pronuncia è la n. 11/2026 del 26 maggio 2026 e lo IAP è abbastanza diretto: le pubblicità con Megan Gale non sono in contrasto con il Codice di Autodisciplina. E quindi Iliad può continuare a farle.
Il punto della contestazione era chiaro: secondo Fastweb, Iliad avrebbe sfruttato in modo indebito la notorietà di Megan Gale, costruita anche grazie alle storiche campagne Omnitel/Vodafone, agganciandosi così all’immaginario pubblicitario di un concorrente. A rendere tutto ancora più televisivo, c’erano anche gli elementi visivi: il rosso, il messaggio sul cambiamento. E, in Italia, non si possono fare spot che “denigrino” un concorrente.
Ma il Giurì ha chiarito che la popolarità costruita da Megan Gale nel corso della sua carriera non può essere considerata un patrimonio aziendale dei brand per cui ha lavorato in passato. L’immagine pubblica della modella resta nella sua disponibilità una volta conclusi i rapporti contrattuali.


Ed è qui che la vicenda diventa più interessante del solito “spot contestato”. Perché il tema non è solo se Iliad abbia fatto una pubblicità furba. Il tema è se un’azienda possa rivendicare una sorta di proprietà emotiva su una persona che, anni prima, ne ha incarnato l’immaginario pubblicitario.
La risposta del Giurì, semplificando, è: no. Megan Gale non è asset aziendale. È una persona, una professionista, una testimonial che può lavorare con altri marchi se non ci sono vincoli contrattuali attivi.
Il rosso non basta per fare Vodafone
Altro punto centrale: il Giurì non ha ravvisato riferimenti espliciti a Vodafone o Fastweb, né una vera comparazione pubblicitaria. La campagna, secondo la ricostruzione delle motivazioni, resta centrata sul concept del cambiamento e sul posizionamento Iliad legato al “per sempre”, senza costruire un confronto diretto con i competitor.
Anche gli elementi evocativi richiamati da Fastweb, come il vestito rosso della testimonial o alcune dinamiche narrative considerate vicine alle vecchie campagne, sono stati ritenuti insufficienti.
Questo non significa che Iliad non abbia giocato con la memoria degli spettatori. Anzi, il punto creativo è proprio quello. Ma lo ha fatto in un modo che per lo IAP è incontestabile. Ha richiamato un vecchio spot e ha invitato a cambiare, il tutto semplicemente usando una modella che chiunque sopra i 35 anni riconosce immediatamente. Ha giocato con furbizia e ironia, due cose che a quanto pare non si possono contestare per legge.
Iliad rilancia con un nuovo spot per gli 8 anni
La storia, tra l’altro, non si chiude qui. Dopo il via libera dello IAP, Iliad ha annunciato un nuovo capitolo della campagna con Megan Gale per celebrare gli 8 anni dell’operatore in Italia. Il nuovo spot sarà in TV da domenica 31 maggio, nei formati da 30 e 15 secondi, con pianificazione anche su CTV, radio, digital audio, piattaforme digitali e social (come spiega Brand News).
La pronuncia dello IAP dice qualcosa che va oltre Iliad, Fastweb e Megan Gale. Dice che la pubblicità può usare la memoria collettiva, purché non la trasformi in confusione o agganciamento illecito. Dice che un testimonial può portarsi dietro la propria storia professionale, anche quando quella storia passa da un brand all’altro. E dice anche che il pubblico ricorda, ma apprezza anche chi sa usare una punta di ironia: questo spot è il più discusso dell’anno. Forse non avrà il successo di quando tutti guardavamo Megan Gale in TV, ma nell’era del digitale ci è arrivato davvero vicino.
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Stefano Regazzi
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