Quando il diritto diventa cancerogeno
Il web è semplicemente inondato da quel tifo da stadio, tipicamente italiano, polarizzato sulla vicenda di Mario Roggero, il gioielliere che, secondo la legge, dovrà scontare i prossimi 14 anni in prigione.
La vicenda mi ha incuriosito parecchio, soprattutto perché se da un lato è evidente che, secondo l’odierno ordinamento, è impossibile invocare la legittima difesa, dall’altro mi è parso subito assurdo che si pretenda, da un uomo in una situazione di stress estrema come quella, la perfetta e razionale applicazione del codice penale.
Specifico che, prima di stilare questo pezzo, ho interpellato degli esperti sia in campo legale che psichiatrico; per quanto il mio scritto sarà molto semplice e discorsivo, i concetti espressi sono reali, oggettivi e verificati.
Partiamo da dei presupposti: non mi interessa lo scontro politico, né esprimere un’opinione se dei criminali violenti meritino o meno di essere giustiziati al momento, abbiamo un diritto e, che ci piaccia o meno, viene seguito quello.
Tutto quello di cui mi interessa discutere è se le leggi a cui ci si riferisce in casi del genere siano oggettivamente sensate oppure no.
Dato importante: il gioielliere era stato già vittima di altre rapine; in una, avvenuta nel 2015, era stato pestato a sangue, un’aggressione brutale, che aveva messo in pericolo la sua vita.
Quest’informazione ci fa capire che ci troviamo di fronte a un individuo già gravemente traumatizzato e ipersensibilizzato a eventi del genere. In tali casi, il senso di “pericolo attuale” può rimanere per anni. Chiunque abbia un minimo di pratica clinica può supportare quest’ipotesi.
L’ultima rapina è stata particolarmente brutale a livello psicologico: la figlia del condannato sarebbe stata fatta inginocchiare e minacciata pistola alla testa.
Stiamo parlando, quindi, della peggiore delle minacce esistenziali, quella alla propria progenie. Non credo vi sia da discutere sugli effetti che può avere a livello psicologico una situazione del genere.
Dobbiamo assolutamente tenere conto di questi presupposti e analizzarli sotto il punto di vista oggettivo.
I filmati esterni, poi, mostrano molte informazioni interessanti: se da un lato è indubbio che un criminale in fuga non sia un pericolo attuale, facendo cadere qualunque ipotesi di legittima difesa, vediamo anche il comportamento del gioielliere che non solo scarica tutti i colpi, ma, addirittura, prende a calci uno dei rapinatori a terra e, tutto questo, sotto l’occhio delle telecamere, la cui presenza era a lui nota.
Ragioniamo: una persona perfettamente inserita in un contesto sano e legale esce fuori dal suo negozio, affronta tre criminali armati, comincia a sparare, prende pure a calci una persona oramai inerme, mettendo a rischio la vita sua e quella di chiunque passasse e tutto questo sotto delle telecamere, di cui conosceva l’esistenza, che, come poi è effettivamente successo, lo avrebbero tranquillamente incastrato.
Tutto questo non ha senso; nessuno sano di mente avrebbe fatto una sciocchezza del genere ed è proprio qui che la legge si scontra con la realtà fattuale.
La questione del “pericolo attuale” è estremamente importante. La legge ha l’esigenza di dover stabilire delle verità giuridiche basandosi su fatti oggettivi e il fatto oggettivo è uno: un criminale in fuga non è più un pericolo attuale e la legittima difesa si basa, oltre che su altri concetti discutibili come la proporzionalità della stessa, proprio su questo concetto e, repetita iuvant, un criminale in fuga non è oggettivamente un pericolo attuale.
Il problema è la percezione soggettiva: è verità scientifica che un soggetto sottoposto a un tale stress, con un substrato traumatico importante, può, con una certa facilità, cadere in uno stato che, seppur cosciente, è inevitabilmente guidato dalle pulsioni più basilari di sopravvivenza, non una semplice “rabbia” o “vendetta”, che è completamente volontaria e razionale, ma una reazione a una minaccia esistenziale, che viene ancora percepita come attuale.
La legge si basa sul presupposto scientificamente errato che l’essere umano sia homo rationalis, un soggetto capace di pesare i costi e i benefici delle proprie azioni in ogni istante; tuttavia, la biologia ci insegna che, in condizioni di stress acuto, i circuiti della corteccia prefrontale, la sede del ragionamento logico, possono essere temporaneamente “bypassati” dai circuiti dell’amigdala e dal sistema limbico, che governano le risposte di sopravvivenza.
Il comportamento del Roggero, che è assolutamente irrazionale, viene spiegato estremamente meglio con questo meccanismo piuttosto che con “vendette” o “propensione alla violenza”.
La domanda è: perchè se è ben conosciuto questo fenomeno, ed è anche abbastanza palese che sia questo il caso, la legge non ha riconosciuto non imputabile l’aggredito?
La risposta è semplice: il nostro sistema legale non considera quest’eventualità come una scusante.
L’Articolo 90 Stati emotivi o passionali del Codice Penale recita:
Gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità.
Inoltre, come abbiamo già capito, la legge si basa su due presupposti completamente errati: che la percezione oggettiva sia, in casi del genere, uguale a quella soggettiva e che l’uomo, in ogni istante, debba sempre essere nel pieno controllo delle proprie facoltà.
Do una brutta notizia al legislatore: l’essere umano non è assolutamente un animale razionale, la stragrande maggioranza dei nostri comportamenti sono dettate da impulsi estremamente basilari, filtrati da quella che viene definita “corteccia prefrontale”, e poi adattati in modo che siano socialmente accettabili per non incorrere in guai.
Insomma, la nostra parte razionale non è superiore al sistema limbico, ma, al contrario, è una sovrastruttura che serve a rendere quest’ultimo più efficiente e adatto all’ambiente circostante.
Che ci piaccia o meno, la ragione non è il pilota, ma un mero strumento.
Quando la situazione si fa estremamente grave, l’essere umano entra in “modalità sopravvivenza” e, pur essendo cosciente, è incapace di rispettare qualunque legge che non sia un imperativo categorico: neutralizza il pericolo.
E il sistema limbico non va per il sottile.
Di fronte alla cascata di ormoni e neurotrasmettitori, la legge è banalmente impotente, né più né meno di come lo sarebbe se ordinasse di vivere senza respirare.
L’attualità del pericolo rimane fin quando in circolo abbiamo tutte queste sostanze; il fatto che l’aggressore stia fuggendo non ci interessa, perché l’unico ordine che il nostro cervello ci dà è di neutralizzarlo, la sua stessa esistenza è una minaccia alla nostra.
Che ci piaccia o meno, funzioniamo esattamente così.
Di qui, tutta una serie di considerazioni, a cascata, che potranno apparire eretiche ma che smontano interi pezzi del nostro diritto.
La legge non punisce Roggero per l’atto in sé, ma perché il sistema giuridico esige un “Uomo Ideale” che non esiste. Questo Uomo Ideale deve possedere una capacità di controllo razionale sovrumana, tale da inibire qualsiasi risposta limbica, a prescindere dal livello di pressione, trauma o minaccia subita.
Bisogna essere militari super addestrati secondo questa postura.
Punire Roggero significa punire un essere umano perché non è riuscito a comportarsi come una macchina, ed è un’imposizione ideologica che ignora completamente la nostra natura biologica, considerandola alla stregua di un difetto di fabbrica.
La legge, il diritto, deve essere qualcosa di costruito dalla società, intesa come insieme di individui, per la società, e non basarsi su dogmi che risultano scientificamente superati.
Un sistema che esige che io resti razionale mentre mi puntano una pistola alla tempia e mi punisce se la mia biologia prende il sopravvento, prende le parti della minaccia, a maggior ragione se la mia protezione è subordinata al fatto che non perda il controllo.
In questo modo l’ordine costituito protegge se stesso a scapito dell’individuo e il criminale agisce sapendo che, finché la vittima è “legata” da tale dovere di razionalità, ha un vantaggio tattico.
Il vero danneggiato, quindi, viene colpevolizzato non per quello che ha fatto, ma per non essere stato in grado di subire passivamente in modo “composto”.
È palese che un tale comportamento del sistema è completamente scollegato dalla realtà.
Arriviamo, infine, a un altro punto dolente, e qui la mia vena eretica si farà sentire potente.
Le famiglie delle vittime avranno diritto a un risarcimento danni. Secondo la nostra legge è giusto, poiché un crimine non ne cancella un altro e se si riconosce colpevole Ruggero è ovvio che poi i parenti dei criminali godano di un indennizzo.
È uno scandalo sotto qualunque aspetto eccetto che sul piano legale, che, se da un lato è l’unico piano che conta in questo frangente, dall’altro dovrebbe garantire la giustizia e non la conservazione delle proprie follie.
È giusto che chi viene spinto al limite, non di sua volontà, debba poi risarcire chi quella situazione l’ha provocata?
Attenzione, qui non si parla di un tamponamento o di un’ingiuria, situazioni facilmente affrontabili, ma di un uomo portato mentalmente allo stremo e che per questo ha ceduto psicologicamente.
Se vengo drogato e commetto un omicidio, sono punibile?
Per la legge no.
Perché, quindi, viene accettato il principio se la causa è organica, mentre vi è il vuoto se è psicologica?
Qualcuno pensa che le nostre reazioni non obbediscano a delle dinamiche biologiche? La mia mente non può cedere al terrore né più né meno di quanto il cervello a della droga?
Il diritto non deve nascere dalla morale di un’élite ancorata a dei dogmi, ma deve emergere dalle consuetudini e avere come base la realtà fattuale, non ideologie scritte in una fantasiosa pietra.
Alla fine, ricordiamoci sempre: il pericolo non è chi partecipa alla crescita del sistema ma chi ne aumenta l’entropia e la legge deve servire proprio a tutelare il benessere dei primi, anche a scapito dei secondi, ottenendo, così, un guadagno netto.
Pensiero eretico? Certamente, ma poniamoci la domanda: qual è l’organismo che tratta allo stesso modo le celle sane e quelle che favoriscono l’entropia del corpo?
La risposta è semplice: quello affetto da tumore.
Se un sistema produce cellule cancerogene, se non addirittura le favorisce, è dovere di tutti cambiarlo, anche se questo andasse contro ogni nostra convinzione precedente: possiamo illuderci quanto vogliamo, ma se favoriamo le metastasi, la nostra società morirà.
E noi con lei.
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Ambrogio Di Renzo
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