C’è un’ora, a Napoli, in cui il golfo smette di essere paesaggio e diventa domanda.
La luce si allunga senza fretta, il sole non tramonta ma si concede, indugia sull’acqua, si stira sui tetti, resta.
Non sono ancora in ferie, nella vita profana. Il lavoro continua, gli impegni pure.
Ma qualcosa in questi mesi cambia comunque: i ritmi rallentano anche per chi non si ferma e il buio arriva più tardi, come un regalo che nessuno ha chiesto ma che tutti accogliamo con la stessa gratitudine muta.
È in questa sospensione, non vacanza, non lavoro, qualcosa di mezzo che assomiglia a un respiro trattenuto e poi lasciato andare, che si colloca la pausa dai lavori di loggia.
Per me, ogni anno, questa pausa ha una fisionomia precisa ed è tutt’altro che vuota. È raccolta.
Durante “i lavori” scrivo, tutto l’anno. Annoto a margine di una tavola una parola che mi ha colpito, un rimando che non ho avuto tempo di seguire, un’intuizione lasciata a metà perché la vita profana bussava e bisognava rispondere.
Questi appunti si accumulano come sedimento, non disordinati, ma non ancora architettura.
La pausa estiva è il momento in cui torno su quel sedimento e provo a vedere se, sotto la polvere di un anno di fretta, c’è una forma.
Non tutti gli appunti diventano qualcosa. Alcuni restano tali, e va bene così: non ogni seme germoglia nella stessa stagione.
Ma rileggerli, dare loro ancora una possibilità prima di archiviarli, è già un piccolo atto rituale.
Una tornata solitaria, senza tempio, senza catena d’unione, eppure non meno seria. Sono i miei appunti dell’anno.
Sul comodino, sulla scrivania, impilati con quella colpa lieve di chi sa di aver comprato più di quanto abbia letto, ci sono i libri rimandati.
Quelli che durante l’anno mi hanno incuriosita: un concetto sfiorato in una tavola di un fratello, una citazione che ho voluto approfondire e non ho potuto, un autore nominato en passant e rimasto lì, in sospeso, come una promessa fatta a me stessa. L’estate è il tempo in cui quella promessa trova finalmente spazio.
Non è studio accademico, sia chiaro. È più vicino a quello che Cicerone chiamava otium cum dignitate: non l’ozio come assenza di impegno, ma la pausa dignitosa in cui il pensiero, liberato dall’urgenza, torna a muoversi per conto proprio.
Leggo perché la domanda che mi porto dietro da mesi merita ascolto, non perché devo consegnare una tavola entro una data.
Quella luce che non avevamo notato…
D’estate ci si ferma ad ammirare un’alba o un tramonto con un’attenzione diversa, credo per tutti, Massoni e profani, Iniziati e non iniziati.
Non è che il sole sorga o tramonti in modo diverso dalle altre stagioni. È che, finalmente, abbiamo il tempo, o ce lo prendiamo, per guardarlo davvero.
Ci piace quella luce lunga e dorata del tardo pomeriggio napoletano che si posa sul mare come se non avesse fretta di andare via.
Ci piace annusare l’aria, che d’estate porta odori diversi, salsedine, gelsomino, pietra calda, e fissare l’orizzonte, quel punto dove il mare smette di essere linea e diventa invito.
Guardare oltre l’infinito, in questi momenti, non è un modo di dire per me. Mi capita di fissare il mare finché smette di essere mare e diventa solo colore, solo movimento e, a quel punto, il pensiero si stacca dal contingente e vaga, senza un percorso tracciato.
Mi perdo, letteralmente. Non so bene dove vada la mente in quei minuti e, forse, è meglio non saperlo. Poi mi ritrovo, non uguale a prima. Qualcosa dentro si è riordinato da solo, senza che io ci mettessi mano.
Non lo chiamerei riposo mentale, sarebbe riduttivo. È più vicino a una manutenzione che passa dallo sguardo invece che dal ragionamento.
Chi non è Massone, immagino, pensa alla pausa estiva delle logge come a una parentesi vuota, un “chiuso per ferie” anche per il pensiero.
È comprensibile: fuori, per chi non ha mai messo piede in un tempio, la vita massonica esiste solo nelle sere di tornata, e se le tornate si fermano, si immagina che si fermi tutto.
Tra fratelli e sorelle, invece, quando se ne parla, le risposte sono tutte diverse e questo mi ha sempre colpita.
C’è chi in questi mesi non vuole sentire parlare di simbolismo, chiude i libri e cerca solo il mare e ha ragione: anche il riposo puro, senza secondi fini, è necessario, e non tutti devono trasformare ogni pausa in laboratorio.
C’è chi, invece, come me, non riesce a smettere del tutto e porta comunque con sé un quaderno, o una domanda rimasta aperta da una tavola di marzo.
E c’è chi usa proprio l’estate per un viaggio, per visitare un’altra officina, per portare a un fratello lontano un saluto che durante l’anno non ha mai trovato il tempo di fare di persona.
Non credo che una di queste modalità sia più autentica delle altre. Ma tra noi, a differenza di fuori, nessuno pensa davvero che la pausa sia un vuoto.
Cambia solo la forma che prende, di volta in volta.
La pausa dai lavori non è l’opposto del lavoro di loggia. Ne è la continuazione silenziosa, in una forma diversa.
Seneca, nel ‘De Otio’, osservava che chi si ritira dal mondo attivo non abbandona il proprio compito, ma lo trasforma.
Lavoriamo diversamente: senza scadenze, senza catena da rispettare, senza l’obbligo della tavola da consegnare.
Solo noi, gli appunti, il libro rimasto a metà e quella luce che, a un certo punto dell’estate, convince che aspettare, guardare, respirare, sia già una forma di lavoro.
Forse, la vera domanda non è cosa facciamo durante la pausa, ma se questa pausa sia davvero una sospensione o, piuttosto, un tempo diverso dello stesso cammino. Propendo per la seconda. Non riposo dal pensiero, riposo dalla sua fretta.
Pascal, nei ‘Pensées’, scriveva:
Tout le malheur des hommes vient de ne savoir pas demeurer en repos.
Tutta l’infelicità degli uomini nasce da una sola cosa: non saper restare fermi.
Lo diceva come una condanna, quasi una debolezza da correggere. Io lo leggo al contrario.
Se durante l’anno corriamo, tra lavoro profano e lavoro di loggia, la pausa estiva è proprio il tentativo di restare, per qualche settimana, fermi in quella stanza che Pascal temeva. Non per fuggire il mondo, ma per lasciare che qualcosa, dentro, si posi.
A settembre, quando i lavori riprenderanno, non porterò con me un vuoto colmato ma qualcosa che si è decantato da solo: gli appunti riletti, qualche libro finalmente chiuso, quella luce lunga d’estate ancora negli occhi.
Una tavola scritta senza carta, senza squadra, senza compasso, ma con la stessa attenzione di sempre.
Otium cum dignitate.
Non il nulla, ma la dignità di un tempo che non deve rendere conto a nessuno tranne che a se stesso.
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Rosmunda Cristiano
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