L’arte abita le isole della Sicilia: da Lipari a Pantelleria


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Immaginate di infilarvi una maschera, di scendere qualche metro sotto la superficie del Mediterraneo, e di trovarvi davanti una figura umana in cemento, immobile sul fondale sabbioso delle Eolie. Un’opera nata per stare lì, per cedere lentamente al mare, per diventare reef. È questo il tipo di arte che, da decenni e con intensità crescente, ha scelto le isole minori della Sicilia come scenario e come interlocutore.

I posti più difficili da raggiungere — quelli che richiedono un traghetto, quelli che d’inverno si svuotano, quelli dove internet va a sprazzi — stanno diventando i laboratori più fertili per certa ricerca artistica. La marginalità geografica, da limite, si trasforma in risorsa. L’isola, proprio perché isola, offre quello che nessuna città può offrire: l’attrito, la lentezza, la materia vera. E l’arte della Sicilia ne è un esempio.

Oggi sembra un fenomeno, ma è una storia lunga, quella fatta di artisti che arrivano per caso e non ripartono, di mostre allestite nelle celle di ex carceri, di fotografie piantate sui fondali marini, di illustrazioni che traducono in immagine l’anima di ogni singola isola. Una storia che merita di essere raccontata con precisione, isola per isola, nome per nome.


Le Eolie: l’arcipelago più attraversato dall’arte

Delle isole minori siciliane, le Eolie sono quelle che hanno avuto il rapporto più lungo, più stratificato e più documentato con l’arte contemporanea. Un rapporto che inizia non con un evento culturale ma con un film. Era il 1949 quando Roberto Rossellini porta Ingrid Bergman a Stromboli per girare il suo film – set neorealista su un’isola di pescatori – al seguito c’è Federico Patellani, uno dei più grandi fotoreporter italiani del dopoguerra. Sul set di Stromboli (Terra di Dio) Patellani non si limita a documentare le riprese: fotografa le case dei pescatori, i vicoli bianchi di calce, le eruzioni notturne, il rapporto fisico degli abitanti con il vulcano. Quelle fotografie, pubblicate su Tempo, restano un documento straordinario di un’isola prima del turismo. È il primo artista visivo di rilievo nazionale a usare Stromboli non come sfondo esotico, ma come soggetto a pieno titolo.

2014–2015: La Biennale Mare Eolie e l’ex carcere di Lipari

Il salto nell’arte contemporanea istituzionale arriva sessant’anni dopo, con il progetto biennale Mare Eolie, promosso dal Museo Archeologico Luigi Bernabò Brea di Lipari e finanziato con fondi europei e regionali per un totale di 2,5 milioni di euro. L’idea è ambiziosa: trasformare l’ex carcere mandamentale del Castello di Lipari — chiuso nel 1915, già colonia penale e luogo di confino per dissidenti politici — in un centro permanente di arte contemporanea.

L’anteprima della mostra Eolie 1950/2015. Mare Motus apre nel settembre 2014, con opere nelle celle stesse. Tra gli artisti: Igor Mitoraj e Fabrizio Plessi, già protagonisti di grandi mostre in siti UNESCO; Tahar Ben Jelloun — scrittore marocchino di fama internazionale, qui nelle vesti di pittore con tele dai colori mediterranei accesi; Piero Pizzi Cannella e Maurizio Savini, che trasformano gli spazi di dolore in visioni pittoriche oniriche; Ettore de Conciliis con Alex Caminiti; e il cileno Samy Benmayor, con la sua rilettura astratta e trasfigurata di Lipari.

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La versione definitiva della mostra apre nel luglio 2015 nella ex chiesa di Santa Caterina, con un programma fotografico di caratura internazionale: Martin Parr, Elger Esser, Nan Goldin, Gioberto Noro, Carlo Gavazzeni Ricordi, Raffaela Mariniello, Alice Pavesi Fiori e Veronica Nalbone. Un cast che in condizioni normali trovereste a Londra o a Parigi, non in un’isola raggiungibile solo via traghetto.

2024: La Materia delle Isole e il modello della residenza

La logica dell’evento lascia il posto a quella della residenza con La Materia delle Isole, progetto ideato da Giulia Restifo e promosso da That’s Contemporary con il contributo della Regione Siciliana. La prima residenza si svolge nel dicembre 2024 — intenzionalmente in inverno, per osservare la vita autoctona delle Eolie lontana dai ritmi estivi.

Le prime protagoniste sono Rachele Maistrello e Virginia Zanetti. Maistrello lavora sui contrassegni incisi degli utensili preistorici nel Parco Archeologico di Lipari, e sul paradosso del parco giochi costruito sopra il sito di Contrada Diana, dove le altalene dondolano tra resti neolitici, greci e romani. Zanetti si concentra sulle Saline di Lingua a Salina, esplorando i depositi del laghetto e la stratificazione naturale e umana del territorio.

È un cambio di paradigma rispetto alla biennale: non si porta l’arte sull’isola per un mese, si lascia che l’isola entri nell’arte per settimane. La differenza, per chi la vive, è enorme.

EOLIè: il festival che ha scelto l’arte come linguaggio

Nel panorama degli eventi culturali eoliani, EOLIè occupa un posto a sé. È un esperimento di ibridazione tra arte visiva, letteratura, performance e spazio fisico che da qualche anno trasforma le Eolie in uno dei laboratori culturali più originali del Mediterraneo. L’edizione 2025 — tema Amore e tradimento — si è svolta nel chiostro benedettino di Lipari, uno spazio sacro e laico insieme, con sette artisti italiani contemporanei che hanno esposto installazioni in dialogo con l’architettura storica.

Un’anticipazione di quello che sarebbe arrivato l’anno dopo. Perché la sesta edizione, in programma dal 3 al 6 luglio 2026 sempre a Lipari, alza ulteriormente la posta. Il tema è Abisso e Mistero — e non è una metafora letteraria: è una dichiarazione di metodo. Scendere in profondità, sottrarsi alla superficie, guardare quello che non si lascia vedere a prima occhiata. Jason deCaires Taylor, lo scultore britannico che ha fondato i primi musei subacquei al mondo tra i Caraibi e il Messico, porta alle Eolie un’installazione site-specific: sculture in cemento biocompatibile destinate al fondale, progettate per diventare habitat marini, visibili solo sott’acqua. È la prima volta che le sue opere approdano in Italia.

EOLIè ha nel DNA l’idea che l’arte debba fare i conti con il luogo, non solo esporsi in esso. Ogni edizione sceglie un tema che risuona con la natura delle Eolie: il vulcano, il mare, il confine, il tempo geologico. E invita artisti che accettano la sfida di lavorare in un contesto che già da solo è visivamente travolgente. Il format è raro nel panorama italiano: quattro giorni di programmazione densa, con incontri, performance, residenze brevi e opere che rimangono sull’isola anche dopo la chiusura. Un modello che prende il meglio del festival e lo innesta sul territorio con la cura della residenza.

Carlo Duina: le Eolie tradotte in illustrazione

C’è un modo di portare le isole nel mondo che non passa per la mostra né per il festival, ma per l’immagine stampata, replicabile, distribuibile. È quello che fa Carlo Duina, illustratore e artista bresciano trapiantato tra Brescia e Palermo, con la sua serie Isuli Eoli. Duina lavora principalmente con la tecnica del collage: brandelli di carta, colla, taglierino, gouache. La sua è un’estetica riconoscibilissima — figure sospese, atmosfere senza tempo, un umorismo sottile che nasconde profondità — e il suo interesse per le Eolie non è turistico ma quasi antropologico. La serie Isuli Eoli è disponibile come stampe, poster e opere originali ed è diventata uno dei modi più riconoscibili con cui le Eolie circolano nell’immaginario contemporaneo. Non è arte da museo, è arte da parete: democratica, accessibile, capace di portare la materia di queste isole anche a chi non le ha mai viste.

Duina lavora anche sul tema del viaggio in senso più ampio — la sua produzione comprende serie legate all’Odissea, ai miti del mare, alle figure femminili colte di nascosto nelle spiagge. Le Eolie per lui non sono una destinazione ma una lingua: imparano a parlare attraverso il suo segno. Le illustrazioni di Duina non rappresentano le Eolie come cartoline: le traducono in archetipo, in simbolo, in sensazione.


Lampedusa: l’isola che ha generato un’iconografia intera

Se le Eolie sono l’arcipelago con la storia artistica più lunga, Lampedusa è quella con la più intensa. Un’intensità che nasce da una condizione geografica e storica unica: l’isola più a sud d’Europa, porta del Mediterraneo, simbolo di accoglienza e tragedia. Da questa condizione è nata un’iconografia potente, che ha attirato artisti di primissimo livello internazionale.

2008: Mimmo Paladino e la Porta d’Europa

L’opera più nota e più politica è la Porta d’Europa di Mimmo Paladino, inaugurata il 28 giugno 2008 sulla punta di Cavallo Bianco, l’ultimo promontorio dell’isola — il primo pezzo di terra visibile dall’Africa. Una scultura in ceramica refrattaria e ferro zincato, alta quasi cinque metri, che assorbe e riflette la luce diventando faro per chi arriva via mare.

Paladino, tra i grandi della Transavanguardia italiana, dichiarò fin dall’inizio che il deterioramento era previsto: l’opera doveva essere esposta all’erosione del vento e del sale, trasformandosi nel tempo. “L’artista non dovrebbe celebrare, ma narrare”, disse. E aggiunse che pensava ingenuamente, al momento della realizzazione, che la tragedia dei migranti potesse finire. Invece è ancora lì, necessaria come allora.

2016: Salvo Galano e la mostra fotografica sottomarina

Anni dopo, un’altra opera sceglie il mare come spazio espositivo. Il fotografo Salvo Galano installa nelle acque di Cala Croce, a quattro metri di profondità, dodici gigantografie di migranti — uomini e donne che ce l’hanno fatta. La mostra si chiama StarS: dodici ritratti disposti in cerchio sul fondale sabbioso, come le stelle della bandiera europea, visibili solo con maschera e pinne o in apnea.

È la prima mostra fotografica sottomarina sul tema della migrazione mai realizzata in Italia. Rimane in acqua dal 13 luglio al 3 ottobre 2016 — Giornata della Memoria delle vittime dell’immigrazione — poi viene trasferita a terra nel centro dell’isola. Le storie dei dodici protagonisti diventano poi un documentario Rai.

Il legno delle barche: Massimo Sansavini

Sempre a Lampedusa, lo scultore Massimo Sansavini lavora con i materiali più carichi di storia che l’isola offre: il legno delle imbarcazioni naufragate, recuperato dal cimitero delle barche della base Loran. Sansavini ricompone i resti in nuovi assemblaggi scultorei, i cui titoli ricordano le date delle traversate tragiche. Opere che poi vengono esposte al Parlamento europeo di Bruxelles — la materia dell’isola che viaggia verso il cuore dell’istituzione europea.

Vik Muniz alla Biennale di Venezia 2015

Non tutte le opere ispirate a Lampedusa sono nate sull’isola. Nel 2015, alla Biennale di Venezia, il brasiliano Vik Muniz costruisce una nave di legno di 45 piedi, la ricopre con articoli di cronaca sulle morti dei migranti e la chiama semplicemente Lampedusa. L’isola come titolo. Come parola che non ha bisogno di spiegazioni.


Pantelleria: l’isola che trattiene gli artisti

Pantelleria è il caso più interessante di quella che si potrebbe chiamare residenza involontaria: artisti che arrivano sull’isola nera come ospiti, turisti, curiosi, e finiscono per non ripartire più — o per tornare ogni anno, fino a quando Pantelleria diventa materiale del loro lavoro.

Paolo Buggiani: il pioniere della street art e il fuoco vulcanico

Il caso più straordinario è quello di Paolo Buggiani, pittore, scultore e fire performer fiorentino che ha vissuto a New York per oltre vent’anni ed è stato, insieme a Keith Haring, uno dei pionieri della Street Art. Buggiani ha scelto Pantelleria come sfondo per le sue performance e installazioni: i suoi rettili meccanici in alluminio scalano i muri di pietra lavica e si arrampicano sui dammusi, mentre le sue scale di fuoco — strutture metalliche incendiate — vengono portate attraverso la Valle delle Ghirlande riflettendo la genesi vulcanica dell’isola.

In un’intervista racconta: “Sono riuscito a fare una bellissima performance con la scala di fuoco a Pantelleria, dove ci sono sedici vulcani. C’erano le nuvole che scavalcavano la montagna come una cascata d’acqua. Ho incendiato la scala fissata a un carretto e ci sono andato incontro”. L’isola non è lo sfondo: è il co-autore dell’opera.

Gail Blacker: i mosaici nei dammusi

Accanto a Buggiani, un’altra storia di radicamento. Gail Blacker, artista newyorkese, arriva a Pantelleria per la prima volta nel 1974 e non smette più di tornarci. Da oltre 25 anni compone mosaici raffinatissimi che appaiono sulle volte dei dammusi come nuvole, tappeti che sembrano volteggiare sui pavimenti in cemento lucidato, superfici che avvolgono gli spazi umidi di cucine e bagni. L’architettura dell’isola — quella forma araba, quella cupola nata per resistere al vento — diventa il contenitore naturale di un’arte che con l’isola si fonde fino a diventarne parte.


Isola delle Femmine: Stefania Galegati e l’isola come dispositivo collettivo

Al largo della costa palermitana, a pochi chilometri dal comune che porta il suo nome, c’è un isolotto di roccia e macchia mediterranea. Da sempre carico di simbologie e racconti popolari. È da qui — da questo lembo di terra osservato più che vissuto — che nel 2017 un gruppo di donne decise di fare una cosa strana: comprarlo. Simbolicamente, ovviamente. Ma l’atto bastò a far nascere uno dei progetti artistici più radicali degli ultimi anni: Isola delle Femmine di Stefania Galegati.

L’artista ravennate, classe 1973, ha costruito nel corso di oltre un decennio un’opera che si sottrae a quasi ogni categoria. Non è una mostra, non è una performance, non è un’installazione nel senso tradizionale del termine. E’ un dispositivo relazionale: un progetto che ha collegato Palermo con Jakarta, Jatiwangi e Makassar in Indonesia, con Dar es Salaam in Tanzania, con Venezia e la Fundacion TBA21. In ogni luogo, Galegati ha lavorato con gruppi di donne per costruire un manifesto aperto e poetico — il Manifesto infinito — attorno a una domanda sola: cosa succederebbe se si realizzassero i desideri delle donne? Il progetto è vincitore dell’Italian Council 2024 — il programma del Ministero della Cultura per la promozione internazionale dell’arte contemporanea italiana — ed è promosso dall’Ecomuseo Urbano Mare Memoria Viva di Palermo, con la curatela di Cristina Alga.

La mostra conclusiva è stata inaugurata il 28 maggio 2026 nella sede dell’ex deposito locomotive di Sant’Erasmo: un luogo già di per sé significativo, archeologia industriale diventata centro culturale e ambientale, che lavora da anni sulla memoria della costa palermitana e sul rapporto tra città e mare. Nell’esposizione si materializza un’opera multimediale complessa: ologrammi, video, terracotte, tessuti kanga, diari di viaggio e il Manifesto infinito. Non un’opera da guardare: una pratica di relazione da abitare.

La mostra resterà aperta fino al 28 novembre 2026 e alla sua chiusura l’opera entrerà nelle collezioni della Civica Galleria d’Arte Moderna del Comune di Palermo, diventando parte permanente dell’Ecomuseo. Nel frattempo, il public program continuerà a espandersi: workshop con il collettivo HD+ dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, prosecuzione della scrittura del Manifesto nelle isole piccole siciliane — con il coinvolgimento diretto delle donne delle comunità locali — e il convivio Our Sea of Islands in settembre, dedicato all’artivismo e alle geografie post-esotiche.


Quattro modi di entrare nella Sicilia dell’arte

A guardare questa mappatura nel suo insieme, emergono quattro modalità distinte con cui l’arte contemporanea ha scelto le isole minori siciliane come luogo di lavoro e di senso.

  • La prima è quella dell’evento: il festival, la mostra, la biennale. Porta grandi nomi, dura settimane, genera attenzione mediatica, lascia qualcosa nello spazio fisico ma poi si chiude. La Biennale Mare Eolie, StarS, EOLIè appartengono a questa categoria — con gradazioni diverse di profondità rispetto al territorio.
  • La seconda è quella dell’opera permanente: la scultura, il murale, l’installazione fissa. Trasforma l’isola stessa in luogo dell’arte, cambia la percezione dello spazio, diventa simbolo. La Porta d’Europa di Paladino a Lampedusa è il caso più potente: un’opera che non si può ignorare, che si erode con l’isola, che ha una vita propria.
  • La terza è quella del radicamento: l’artista che resta, che integra il luogo nel lavoro fino a che non si riesce più a separare l’uno dall’altro. Buggiani e Blacker a Pantelleria, le residenze de La Materia delle Isole alle Eolie, il lavoro di illustrazione di Duina che traduce l’arcipelago in un linguaggio visivo riconoscibile. È la forma più feconda.
  • La quarta è quella del dispositivo: un luogo reale che diventa strumento per connettere altri luoghi, altre storie, altre donne. L’Isola delle Femmine di Palermo non viene raccontata, né documentata, né trasformata da un intervento artistico sul territorio. Viene usata come punto di partenza per una conversazione globale sul desiderio, sull’appartenenza, sulla cura dei luoghi che non si possono possedere ma solo immaginare insieme. 

Senza gerarchia, com’è tipico dell’arte, queste quattro modalità definiscono una cornice preziosa per l’arte contemporanea nelle isole, e ritorna la riflessione iniziale: difficili da raggiungere, vanitose e senza pietà per chi ha fretta: le Isole, seducono. Seducono non più solo per i colori e la natura, ma per essere laboratori di pensiero, arte e poesia. 

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 Alexia Messina

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