Hanno fatto un ottimo affare le grandi famiglie del capitalismo italiano nello scommettere sul cuore del sistema bancario. Accomodandosi prima nell’ex salotto buono di Mediobanca e seguendo poi l’onda del risiko del credito con la scalata di Montepaschi a Piazzetta Cuccia, i Del Vecchio, i Benetton, Francesco Gaetano Caltagirone e la famiglia Doris hanno totalizzato un rendimento medio di quasi il 150%, considerando capital gain potenziali e dividendi incassati. Con i soldi messi, in sostanza, hanno fatto due volte e mezzo il capitale investito. Un rendimento che nelle prossime settimane crescerà ulteriormente con l’adesione all’offerta di Intesa Sanpaolo su Rocca Salimbeni, attesa al via per fine anno.
L’impatto dell’offerta di Intesa Sanpaolo
Sul piatto per le quattro blasonate dinastie imprenditoriali ci sono in tutto 1,26 miliardi di euro cash promessi da Ca’ de Sass a cui si sommeranno, se verranno mantenuti gli impegni di sottoscrizione annunciati nei giorni scorsi, i pacchetti di azioni Intesa post-conversione delle quote Montepaschi. Sulla carta nascerà la terza banca europea per capitalizzazione di mercato.
Famiglia Del Vecchio. Le maggiori soddisfazioni le hanno avute i litigiosi soci di Delfin, la finanziaria lussemburghese che Leonardo Del Vecchio ha lasciato in mano al consiglio presieduto dal delfino Francesco Milleri. La holding era entrata in Mediobanca con il blitz del settembre 2019. E in 18 mesi si era portata al 19,8% della merchant bank spendendo circa 1,6 miliardi di euro, fra acquisti diretti e derivati. Un investimento che avrebbe potuto crescere ancora se la Bce nel maggio 2022 non avesse imposto uno stop agli acquisti della cassaforte che per procedere avrebbe dovuto invece trasformarsi in capogruppo bancaria.
Oltre tre anni dopo, a sorpresa, Delfin ha allargato il suo portafoglio bancario che comprende anche la storica partecipazione in Unicredit (2,7%) prendendo parte all’ultimo collocamento di azioni Mps voluto dal Tesoro. A Siena gli acquisti della cassaforte lussemburghese sono continuati fino ad aprile 2025, quando l’ops su Mediobanca era già stata lanciata da un paio di mesi. La scalata è costata alla famiglia Del Vecchio quasi 770 milioni.
Insomma, per Delfin il costo dell’avventura bancaria sull’asse Milano-Siena è stato di 2,3 miliardi, ma l’investimento ha ripagato ampiamente. Complessivamente, fra capital gain potenziali, dividendi incassati e proventi cash dell’offerta Montepaschi il total shareholder return (tsr) per i Del Vecchio è stato del 209%. In sostanza, un euro investito in Mediobanca-Mps ne ha reso oltre tre. Per Delfin gli incassi però non sono finiti: l’adesione già annunciata all’opas di Intesa porterà nelle casse della holding quasi 670 milioni, ritrovandosi in Ca’ de Sass con il 3,8%, il quarto azionista.
La posizione di Caltagirone
Meno generosi ma comunque non disprezzabili i rendimenti realizzati invece dal costruttore romano, entrato in Mediobanca a febbraio 2021 in una manovra di accerchiamento che metteva nel mirino in primis la partecipata Generali e l’ex numero uno della merchant bank, Alberto Nagel.
Gli acquisti erano proseguiti per quattro anni fino al giugno 2025 e gli ultimi rastrellamenti nella primavera di quell’anno erano avvenuti con il titolo ai massimi storici vicino a 20 euro, grazie ai quali era stata consolidata una quota finale di poco sotto il 10% per un investimento complessivo di quasi 1,2 miliardi.
In Rocca Salimbeni, il percorso di Caltagirone è stato parallelo a quello di Delfin: prima l’ingresso con il collocamento del Mef di novembre 2024 e poi gli acquisti fatti nel 2025 e quest’anno antecedenti all’assemblea senese di rinnovo del board ad aprile. Sempre con il titolo ai massimi post-aumento di capitale del 2022, Caltagirone complessivamente ha investito a Siena 1,64 miliardi e per lui l’esborso totale nelle due banche è stato di circa 2,8 miliardi.
Anche in questo caso, la scommessa bancaria ha pagato: il rendimento complessivo (tsr) finora è dell’89%. Il costruttore ha quasi raddoppiato il capitale, guadagno al quale andranno poi ad aggiungersi i 512 milioni di cash promessi da Intesa Sanpaolo di cui Caltagirone avrà post-offerta circa il 2,9%.
Edizione dei Benetton
La dinastia di Ponzano Veneto è un inquilino di Piazzetta Cuccia di più vecchia data. Il primo investimento della cassaforte nordestina risale addirittura al 2007, come frutto della diversificazione di Edizione targata Gilberto Benetton. Nel capitale della merchant la quota in capo al veicolo Ragione venne inclusa con il 2,17% nel gruppo «B» dei pattisti industriali, a fianco della Fininvest di Silvio Berlusconi.
Tra arrotondamenti e limature sempre attorno al 2%, nell’arco di quasi 20 anni l’investimento dei Benetton in Mediobanca è stato di 280 milioni. Buona parte della quota è stata poi convertita in azioni Montepaschi dove oggi la holding presieduta da Alessandro Benetton detiene l’1,45%.
Come Delfin e Caltagirone, anche Edizione ha ripagato ampiamente il proprio investimento con un rendimento del 136%. Tra 180 milioni di dividendi incassati nel corso degli anni e capital gain potenziali, i Benetton hanno più che raddoppiato il capitale iniettato in Mediobanca. E non è finita: il bilancio di Ponzano Veneto migliorerà ulteriormente grazie ai 55 milioni cash promessi dall’istituto guidato da Carlo Messina di cui la famiglia dei maglioncini colorati si ritroverà in tasca lo 0,7%.
La famiglia Doris e l’ingresso in Mediobanca nel ‘99
Anche la dinastia di Basiglio partita con il fondatore Ennio Doris è stata un’azionista storico di Mediobanca. L’ingresso nel capitale risale addirittura al 1999 con un iniziale pacchetto del 2%. Con Piazzetta Cuccia, l’alleanza non era soltanto finanziaria ma anche industriale: Mediobanca e Mediolanum, la banca dei promotori finanziari creata da Doris, avevano lanciato in joint venture Esperia, negli anni successivi poi totalmente integrata in Piazzetta Cuccia.
Tramite Mediolanum (al 3,5%) e la cassaforte di famiglia Finprog (allo 0,96%, più volte arrotondato in oltre 25 anni) i Doris avevano messo assieme complessivamente il 4,46% della merchat bank e avevano investito in tutto circa 400 milioni. In questo caso però, solo una parte del cospicuo pacchetto è stata apportato all’opas del banchiere di Montepaschi Luigi Lovaglio.
Con un incasso di 548 milioni nell’estate del 2025 Mediolanum aveva liquidato l’intero 3,5%, mentre la cassaforte Finprog aveva convertito lo 0,96% ritrovandosi in bilancio l’attuale 0,68% di Mps. Insieme ai dividendi staccati da Mediobanca e da Mps in primavera (un miliardo in tutto), l’incasso della mega-cessione e il capital gain potenziale sono valsi alla dinastia un rendimento complessivo del 150%.
La famiglia Doris è l’unico ex grande socio di Mediobanca a non aver scoperto le carte sull’offerta di Intesa. Nel caso in cui aderissero alla scalata di Ca’ de Sass, incasserebbe altri 25 milioni in contanti, collocandosi allo 0,15% del nuovo gruppo bancario. (riproduzione riservata)
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