Fim, Fiom e Uilm proclamano la mobilitazione in tutti gli stabilimenti del gruppo dopo l’incontro con il Governo a Palazzo Chigi. I sindacati denunciano l’assenza di un piano industriale e contestano la prospettiva della fermata degli impianti di Novi Ligure e Genova entro il 15 novembre.
Lunedì 12 ottobre sarà sciopero nazionale di 24 ore in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva. La mobilitazione è stata proclamata dalle organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm al termine dell’incontro dell’8 ottobre a Palazzo Chigi con il Governo, durante il quale è emerso uno scenario particolarmente preoccupante per il futuro di Acciaierie d’Italia e dei suoi lavoratori.
La protesta coinvolgerà anche lo stabilimento di Novi Ligure, sul quale pesa l’annuncio della fermata temporanea generale delle attività entro il prossimo 15 novembre, insieme a quello di Genova Cornigliano. Una decisione comunicata dall’azienda in amministrazione straordinaria e che rischia di avere conseguenze pesantissime sull’occupazione e sull’intera filiera siderurgica.
Nel comunicato unitario diffuso il 9 ottobre, i sindacati spiegano che dall’incontro con il Governo non sono arrivate risposte sulle prospettive industriali del gruppo. Al centro della discussione sarebbero stati soprattutto gli ammortizzatori sociali, senza indicazioni concrete sui tempi e sulle modalità di una ripresa produttiva.
Le organizzazioni sindacali ricordano di aver presentato già il 31 luglio un documento intitolato Piano straordinario nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva, nel quale chiedevano un progetto industriale complessivo per Taranto e per tutti gli altri stabilimenti del gruppo.
Il piano prevedeva anche misure sociali per accompagnare la trasformazione industriale, tra cui prepensionamenti, incentivi all’esodo, percorsi di riqualificazione professionale e strumenti di tutela per i lavoratori esposti ai rischi delle produzioni siderurgiche.
Ma, secondo Fim, Fiom e Uilm, durante il confronto a Palazzo Chigi non sono arrivate risposte adeguate né sulla salvaguardia dell’occupazione né sul risanamento ambientale.
Particolarmente importante per Novi Ligure è la questione dell’approvvigionamento di semilavorati. I sindacati avevano chiesto di valutare l’acquisto di materiali necessari a mantenere operative le linee di lavorazione a freddo degli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, evitando che il blocco della produzione nell’area a caldo di Taranto si traducesse automaticamente nella paralisi degli altri siti produttivi.
Anche su questa richiesta, denunciano le organizzazioni sindacali, non sarebbe arrivata una risposta positiva.
Il Governo, attraverso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, ha annunciato l’intenzione di predisporre un decreto per garantire le tutele sociali ai lavoratori, con l’obiettivo dichiarato di mantenere una prospettiva di continuità aziendale. Per i sindacati, tuttavia, gli ammortizzatori sociali non possono sostituire un vero piano industriale.
Intanto a Taranto è iniziata il 9 ottobre la sospensione delle attività produttive dell’area a caldo, conseguenza del provvedimento della Corte d’Appello di Milano. Gli impianti vengono mantenuti in condizioni di riscaldo, in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione prevista per il 20 ottobre. In assenza di una decisione favorevole, l’azienda ha prospettato lo spegnimento definitivo dell’area a caldo entro il 25 ottobre.
Una situazione che si ripercuote direttamente sugli stabilimenti del Nord, legati alla produzione di Taranto per l’approvvigionamento dei materiali da lavorare.
La prospettiva della fermata degli impianti di Novi Ligure e Genova ha già provocato la dura reazione dei rispettivi sindaci, Rocchino Muliere e Silvia Salis, che in un comunicato congiunto hanno definito inaccettabile la decisione aziendale, sottolineandone le conseguenze per i lavoratori, le città interessate e l’intera siderurgia italiana.
Alla preoccupazione delle istituzioni si è aggiunta anche quella della Chiesa, con l’intervento congiunto dell’arcivescovo di Genova Marco Tasca e del vescovo di Tortona Guido Marini, che hanno richiamato la necessità di salvaguardare i posti di lavoro, tutelare le famiglie e mantenere aperto il dialogo tra tutte le parti coinvolte.
Lo sciopero di lunedì rappresenta dunque un nuovo passaggio della vertenza, ma potrebbe non essere l’ultimo. Fim, Fiom e Uilm hanno infatti annunciato di non escludere ulteriori iniziative di mobilitazione nei giorni successivi, anche con modalità definite a livello territoriale.
Per Novi Ligure la posta in gioco è particolarmente alta. Dopo anni di incertezze sul futuro dell’ex Ilva, la prospettiva di una fermata generale dello stabilimento apre una fase ancora più delicata, nella quale il problema non è soltanto garantire un sostegno economico ai lavoratori, ma soprattutto assicurare la continuità produttiva e il futuro industriale del sito.
È proprio questo il punto sul quale insistono i sindacati: senza un piano industriale credibile, la cassa integrazione rischia di diventare soltanto l’anticamera della chiusura.
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