Il 27 luglio scorso, nientepopodimeno che il Telegraph ha titolato così: L’Italia sta esaurendo gli italiani. Una catastrofe demografica simile attende la Gran Bretagna. “Buongiorno Principessa!”, ci sarebbe da urlare a Mr Sean Thomas, autore del pezzo. Per gli inglesi è quasi uno sport nazionale. Quando c’è da spiegare cosa non funziona in Europa, l’Italia è sempre un ottimo punto di partenza. Il Telegraph lo ha rifatto con un articolo dedicato al crollo demografico italiano, dipingendo il Paese come il laboratorio del declino occidentale: pochi bambini, troppi anziani, salari stagnanti, industria in ritirata.
Fin qui, nulla da eccepire. I numeri sono quelli dell’Istat e nessuno li mette in discussione. Il problema è un altro. Il Telegraph sembra raccontare l’Italia come se fosse un caso patologico, una deviazione della storia economica europea. Una lettura rassicurante per il lettore britannico, ma decisamente meno convincente se si osservano i dati del Regno Unito. Perché il bello degli editoriali moralisti è che spesso invecchiano molto più rapidamente delle statistiche.
Prima lezione: la demografia non conosce la Brexit
L’articolo parte da una constatazione corretta: in Italia nascono sempre meno bambini. Peccato che il Regno Unito stia vivendo la stessa dinamica. Secondo l’Office for National Statistics, il tasso di fecondità britannico è sceso al minimo storico. Anche Oltremanica le donne fanno sempre meno figli, l’età del primo parto continua a salire e la popolazione invecchia rapidamente.
Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, mentre i decessi sono stati 652 mila. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, uno dei valori più bassi d’Europa, e la popolazione italiana continua a ridursi nonostante il contributo dell’immigrazione, che nel 2025 ha garantito un saldo migratorio positivo di circa 296 mila persone. L’Istat fotografa un Paese dove il problema non è più una semplice diminuzione delle nascite, ma una trasformazione strutturale della società: meno giovani, più anziani, meno lavoratori disponibili.
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Ma qui arriva il primo cortocircuito del racconto britannico. Perché la demografia non si ferma alla dogana di Dover. Anche il Regno Unito sta vivendo un forte calo delle nascite. In Inghilterra e Galles il tasso di fertilità è sceso a circa 1,4 figli per donna, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche moderne. Anche Londra deve fare i conti con una generazione più anziana, giovani che rimandano la scelta di avere figli per il costo delle case e della vita e una forza lavoro destinata a restringersi. La differenza è che Londra ha potuto mascherare il problema grazie all’immigrazione. Ed è qui che emerge la prima contraddizione. Per anni una parte consistente della politica britannica ha indicato proprio l’immigrazione come il principale problema nazionale. Poi è arrivata la Brexit, che avrebbe dovuto ridurre gli ingressi e restituire controllo alle frontiere.
Il risultato? Il Regno Unito oggi registra una delle più alte immigrazioni nette della sua storia recente perché senza lavoratori stranieri ospedali, assistenza agli anziani, agricoltura, edilizia e ristorazione semplicemente non riescono a funzionare. Insomma: il Paese che per anni ha promesso di fare a meno degli immigrati oggi scopre che senza immigrati rischia di fare la fine dell’Italia.
Seconda lezione: i salari italiani stagnano. Quelli britannici non stanno festeggiando
Il Telegraph ricorda che i salari reali italiani sono inferiori rispetto agli anni Novanta. Vero. Ma dimentica un piccolo dettaglio. Dal 2008 il Regno Unito registra una delle peggiori crescite dei salari reali tra le economie avanzate dell’OCSE. La cosiddetta “lost decade” britannica è stata analizzata dalla Bank of England, dall’Institute for Fiscal Studies e dalla Resolution Foundation come la più lunga fase di stagnazione salariale dell’era moderna. In altre parole, mentre Londra punta il dito contro Roma, milioni di famiglie britanniche affrontano una crisi del costo della vita che ha eroso potere d’acquisto, consumi e risparmio.
Il Telegraph colpisce un nervo scoperto quando parla dei salari italiani. È vero: l’Italia è il grande malato europeo della crescita salariale. Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora il 7,5% inferiori rispetto ai livelli precedenti alla fiammata inflazionistica del 2021, il peggior risultato tra le grandi economie dell’organizzazione. È un problema enorme: meno potere d’acquisto significa meno consumi, meno investimenti familiari e anche meno incentivi a costruire una famiglia.
Ma anche qui il quadro raccontato dal giornale britannico è curiosamente selettivo. Il Regno Unito non è esattamente il paradiso salariale che il confronto lascia immaginare. Dopo la crisi finanziaria del 2008, il Paese ha vissuto quella che molti economisti hanno definito una lunga fase di stagnazione dei redditi reali. L’inflazione energetica e alimentare degli ultimi anni ha colpito duramente le famiglie britanniche e la crescita dei salari reali è tornata positiva solo marginalmente. Secondo l’Office for National Statistics, nel 2026 la crescita reale delle retribuzioni regolari era appena dello 0,2-0,3% annuo.
L’Italia è immobile. Il Regno Unito non corre certo a velocità da Formula 1.
Parlare di industria italiana dal salotto della deindustrializzazione britannica
Il passaggio più curioso è quello dedicato all’industria. L’articolo osserva che la produzione automobilistica italiana è tornata ai livelli degli anni Cinquanta e che il Made in Italy ha perso terreno a favore della Cina. È un problema reale. Ma davvero questo arriva dalla patria che negli ultimi quarant’anni ha assistito alla chiusura di miniere, acciaierie, cantieri navali e di buona parte della manifattura pesante? La stessa Gran Bretagna che oggi discute quotidianamente di reindustrializzazione, sicurezza delle filiere e dipendenza strategica dalla Cina? L’Italia ha perso quote industriali. Il Regno Unito, in molti comparti, ha perso direttamente le industrie. Sono due problemi diversi.
Il Paese che ha dato i natali a marchi come Fiat, Alfa Romeo e Lancia oggi produce una frazione delle vetture che uscivano dalle fabbriche negli anni del boom economico. È un dato innegabile: la produzione automobilistica italiana è crollata rispetto ai livelli storici e negli ultimi anni la crisi del gruppo Stellantis ha riportato al centro del dibattito politico il futuro degli stabilimenti nazionali. Nel 2024 la produzione italiana di autoveicoli è scesa sotto le 600 mila unità, un livello che non si vedeva dagli anni Cinquanta. Un dato drammatico se confrontato con gli oltre 1,7 milioni di veicoli prodotti nel 1999 e con i quasi 2 milioni raggiunti nei periodi di massimo splendore della Fiat.
La Gran Bretagna è stata la prima potenza industriale del mondo. La rivoluzione industriale è nata nelle sue fabbriche, nelle miniere di carbone del Galles e dell’Inghilterra settentrionale, nei cantieri navali di Glasgow, nelle acciaierie di Sheffield. Poi è arrivato il lungo processo di trasformazione. Negli anni Settanta il settore manifatturiero rappresentava circa un quarto dell’economia britannica e occupava milioni di lavoratori. Oggi pesa poco più del 10% del valore aggiunto nazionale e impiega una quota molto più ridotta della forza lavoro.
Tra il 1970 e il 2020 il Regno Unito ha perso milioni di posti di lavoro industriali. La chiusura delle miniere voluta durante il governo di Margaret Thatcher negli anni Ottanta è diventata il simbolo di una trasformazione economica che ha privilegiato finanza e servizi rispetto alla produzione. Il caso dell’automobile è particolarmente emblematico. La Gran Bretagna, che un tempo aveva una delle industrie automobilistiche più importanti d’Europa, oggi non possiede più grandi marchi automobilistici nazionali indipendenti: Jaguar Land Rover appartiene al gruppo indiano Tata, MG è controllata dalla cinese SAIC, mentre altri marchi storici britannici sono scomparsi o sono stati assorbiti da gruppi stranieri.
La morale? Benvenuti nel club.
Il vero limite dell’articolo del Telegraph non è nei dati. È nel tono. Trasforma un problema comune a quasi tutte le economie avanzate in una specie di difetto antropologico italiano. Come se gli italiani avessero inventato l’invecchiamento. Come se la globalizzazione avesse colpito solo il distretto della Brianza.
Come se Londra fosse ancora la capitale di un’economia immune dai problemi che attraversano tutto l’Occidente. La realtà è molto meno consolatoria. L’Italia è arrivata prima. Ha sperimentato prima il crollo della natalità, la stagnazione della produttività, l’invecchiamento della popolazione e la pressione sul welfare. Il Regno Unito sta percorrendo una strada diversa, ma nella stessa direzione.
L’Italia è un paese complicato, ma non è il malato d’Europa. È semplicemente il paziente entrato in ambulatorio qualche anno prima degli altri. Il Telegraph ha scambiato la sala d’attesa per una platea. Peccato che il numero successivo, con ogni probabilità, sia proprio quello del Regno Unito.
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Francesca Salvatore
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