il sopravvissuto accusa i caporali e denuncia lo sfruttamento nelle campagne – Il Desk


Due cittadini pachistani fermati per omicidio plurimo. Il racconto dell’unico superstite riapre il dibattito su caporalato, lavoro nero e diritti dei migranti tra Calabria e Basilicata

Quattro uomini bruciati vivi dentro un minivan. Un solo sopravvissuto che riesce a salvarsi sfondando un finestrino a colpi di testa. Una testimonianza agghiacciante che parla di minacce, sfruttamento, mancati salari, coltelli, pistole e di una presunta rete criminale che controllerebbe il lavoro dei migranti nelle campagne del Sud Italia.

La strage di Amendolara, sulla costa ionica calabrese, non è soltanto un fatto di cronaca nera. È il volto più feroce di una realtà che da decenni attraversa l’agricoltura italiana: il caporalato, lo sfruttamento della manodopera straniera e la progressiva trasformazione di migliaia di lavoratori in soggetti privi di tutele, ricattabili e invisibili.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, due cittadini pachistani sono stati fermati con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza e le dichiarazioni del sopravvissuto costituiscono elementi centrali dell’indagine coordinata dalla Procura di Castrovillari.

Il racconto dell’unico uomo scampato all’inferno è devastante. I due accusati avrebbero preteso denaro per il trasporto dei lavoratori. Di fronte al rifiuto delle vittime, avrebbero versato benzina all’interno del veicolo e poi appiccato il fuoco. Quattro persone sarebbero morte intrappolate tra le lamiere mentre lui, ustionato, riusciva a fuggire.

Ma il suo racconto va oltre la singola notte di sangue. Parla di salari non pagati. Di minacce armate. Di lavoratori costretti ad accettare condizioni disumane. Di una presunta organizzazione criminale che controllerebbe il reclutamento dei braccianti. Parla soprattutto di un sistema.

Le campagne del Sud e l’esercito invisibile dei braccianti

Tra Calabria, Campania, Basilicata, Puglia e Sicilia, migliaia di lavoratori stranieri garantiscono ogni anno raccolti per milioni di euro.

Fragole, agrumi, pomodori, pesche, uva, olive: una parte importante dell’agroalimentare italiano si regge sul lavoro di migranti provenienti da Afghanistan, Pakistan, India, Bangladesh, Africa subsahariana e Nord Africa. Molti sono regolari. Molti hanno permessi di soggiorno. Molti pagano contributi e tasse. Eppure continuano a vivere in una condizione di estrema vulnerabilità.

Il meccanismo è noto: il caporale recluta la manodopera, organizza il trasporto, spesso fornisce alloggio e gestisce il rapporto con l’azienda agricola. In cambio trattiene parte dei salari o impone costi aggiuntivi per trasporto, vitto e alloggio. Chi protesta rischia di perdere il lavoro. Chi denuncia rischia l’emarginazione. Chi è irregolare rischia l’espulsione.

In alcuni casi, come dimostrano numerose inchieste giudiziarie degli ultimi anni, il sistema assume caratteristiche assimilabili a forme moderne di schiavitù.

La responsabilità non può fermarsi ai caporali

Ogni volta che emerge una tragedia simile, l’attenzione pubblica si concentra sui singoli responsabili. È giusto che sia così. Ma fermarsi ai caporali significa guardare soltanto l’ultimo anello della catena. Una domanda inevitabile riguarda il ruolo della filiera produttiva. Chi seleziona e assume la manodopera? Chi beneficia del lavoro dei braccianti? Chi controlla realmente le condizioni in cui vengono raccolti i prodotti destinati ai supermercati italiani ed europei?

Le aziende agricole rispettose della legge esistono e rappresentano una parte importante del settore. Tuttavia, quando emergono situazioni di sfruttamento sistematico, è inevitabile interrogarsi sull’efficacia dei controlli interni, delle certificazioni etiche e della tracciabilità del lavoro.

Le grandi catene della distribuzione organizzata e le multinazionali dell’agroalimentare chiedono standard elevati di qualità, sicurezza alimentare e sostenibilità ambientale. Sempre più spesso i consumatori si chiedono se lo stesso rigore venga applicato anche ai diritti dei lavoratori.

Dove sono i controlli?

L’Italia dispone di strumenti normativi avanzati contro il caporalato. La legge 199 del 2016 ha rappresentato una svolta importante, introducendo il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e rafforzando le misure di contrasto.

Tuttavia le domande restano aperte. Quanti ispettori del lavoro sono realmente presenti nelle aree agricole più esposte? Quante aziende vengono controllate ogni anno? Quanti lavoratori sfruttati riescono effettivamente a denunciare?

Le organizzazioni sindacali denunciano da tempo carenze negli organici ispettivi e difficoltà nel monitoraggio di territori vastissimi, spesso caratterizzati da una forte presenza di lavoro stagionale.

Anche le forze dell’ordine conducono regolarmente operazioni contro il caporalato, ma il fenomeno continua a riemergere, segno che la repressione da sola non basta.

Il silenzio della politica e della società

Le immagini dei corpi carbonizzati scuotono l’opinione pubblica per qualche giorno. Poi l’attenzione si sposta altrove. Eppure il problema riguarda tutti. Riguarda il prezzo della frutta sugli scaffali. Riguarda la concorrenza tra aziende. Riguarda il modello agricolo fondato sulla compressione dei costi. Riguarda i diritti umani.

Se un lavoratore viene minacciato con un’arma per raccogliere fragole, non siamo di fronte soltanto a una violazione delle norme sul lavoro. Siamo di fronte a una questione di civiltà.

Le associazioni dei consumatori e il potere delle scelte d’acquisto

Anche le associazioni dei consumatori potrebbero svolgere un ruolo più incisivo nel promuovere trasparenza e responsabilità lungo tutta la filiera.

In molti Paesi europei stanno crescendo campagne che chiedono certificazioni indipendenti sulle condizioni di lavoro, verifiche periodiche e pubblicazione dei risultati dei controlli. Sempre più cittadini vogliono sapere non soltanto dove è stato prodotto un alimento, ma anche in quali condizioni.Il mercato può diventare uno strumento di pressione importante quando premia le imprese virtuose e penalizza quelle coinvolte in pratiche scorrette.

Una vicenda che non può essere archiviata

Ad Amendolara quattro uomini hanno perso la vita in modo atroce. Uno si è salvato per miracolo. Le indagini stabiliranno responsabilità, movente e dinamica definitiva dei fatti. Ma qualunque sarà l’esito processuale, resta una verità che nessuna sentenza potrà cancellare.

Se bastano pochi euro per trasformare un furgone in una tomba di fuoco, significa che il problema non riguarda soltanto due presunti assassini. Riguarda le zone d’ombra in cui prosperano sfruttamento, ricatti e lavoro senza dignità. Riguarda un sistema che da troppo tempo continua a produrre invisibili. E riguarda un Paese che, ancora una volta, si ritrova a interrogarsi su chi raccoglie il cibo che arriva sulle nostre tavole e a quale prezzo umano venga prodotto.

Ciro Crescentini


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