Quando il presidente americano Donald Trump ha firmato il 29 gennaio 2026 un ordine esecutivo che minacciava dazi doganali su qualsiasi Paese avesse rifornito di carburante Cuba, la motivazione addotta era tanto grave quanto, pare, infondata. Il documento dichiarava che Cuba rappresenta una «emergenza nazionale» e una «minaccia insolita e straordinaria» per gli Stati Uniti, accusando l’isola di ospitare «la più grande struttura di intelligence segnaletica russa all’estero», che cerca di rubare informazioni sensibili sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Per due mesi, l’accusa è rimasta nell’ombra. Poi, il 24 marzo, il New York Times ha pubblicato un articolo del giornalista Michael Crowley che non solo dava credito a quella versione priva di ogni fondamento, ma la arricchiva di dettagli: la base russa, nota come Lourdes, sarebbe «piena di antenne e altre apparecchiature di intercettazione», in grado di spiare il Comando Centrale degli Stati Uniti, le rampe di lancio di Cape Canaveral e persino la residenza di Mar-a-Lago di Trump. C’è solo un problema: quella base non esiste.
Un campus universitario al posto dei radar
Come ha documentato in esclusiva la testata Drop Site News, in collaborazione con Belly of the Beast, l’area indicata dal Times come sede della base spia russa – Lourdes, alla periferia dell’Avana – è oggi l’Università di Scienze Informatiche (UCI) di Cuba. La squadra di Belly of the Beast ha trascorso due giorni interi a percorrere il campus, parlare con studenti, docenti e personale, senza trovare alcuna traccia di una base russa attiva o delle attrezzature descritte dal giornale newyorkese.
«Ho l’aria di una spia russa?», ha scherzato Malcolm Jarrozai, professore d’arte 40enne che insegna all’UCI e vive in una residenza nel campus dal 2006. «È davvero ridicolo che vengano fatte queste affermazioni e che testate come il New York Times diano loro spazio, permettendo che vengano usate per giustificare politiche contro Cuba».
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La storia vera di Lourdes: dalla Guerra Fredda all’innovazione
La struttura di intelligence sovietica a Lourdes fu costruita a partire dal 1962, addirittura prima della crisi dei missili cubani. Negli anni Ottanta, l’intelligence americana la definiva «la più grande e preziosa base dell’URSS al di fuori dell’Unione Sovietica per la raccolta di intelligence contro gli Stati Uniti». Nel 1983, il presidente Ronald Reagan la citò in un discorso televisivo per opporsi ai tagli alla spesa per la difesa, descrivendo una struttura di 72 chilometri quadrati con 1.500 tecnici sovietici.
Anche dopo il crollo dell’Urss, la base rimase attiva. Nel 1998, Jane’s Intelligence Review scriveva che Lourdes era «il più grande asset del GRU (intelligence militare russa) all’estero», fornendo il 60-70% dei dati di intelligence russa sugli Stati Uniti. Ma il 17 ottobre 2001, il presidente russo Vladimir Putin annunciò l’abbandono della base. Il presidente americano George W. Bush si congratulò con Putin per aver smantellato una «reliquia della Guerra Fredda». Nell’agosto 2002, gli ultimi russi lasciarono Lourdes e il mese successivo l’Università di Scienze Informatiche tenne le sue prime lezioni.
Cosa resta dell’ex base
Oggi il campus è un fiorente centro di innovazione tecnologica. L’ingegnere cubano Rafael Torralbas, che ha visto con i propri occhi lo smantellamento della base russa, ha raccontato a Belly of the Beast e Drop Site News: «C’erano enormi antenne [paraboliche] e ho assistito al processo di smantellamento. Le attrezzature tecnologiche collegate alle antenne non le abbiamo mai viste. I funzionari russi le avevano smantellate tutte e ci hanno consegnato gli edifici completamente vuoti».
I russi portarono via «assolutamente ogni antenna» e persino mobili e tende, caricando il tutto in sei voli di aerei cargo Antonov An-124. Gli edifici residenziali per il personale russo sono oggi residenze per studenti e professori; un asilo è diventato un centro per la tecnologia medica; un supermercato è stato trasformato in biblioteca. L’unico resto dell’antica base che i giornalisti hanno potuto vedere è una torre di guardia fatiscente, con la scala di metallo arrugginita e inagibile. Per quanto riguarda le antenne, ne hanno trovate solo due, ma appartengono alla compagnia telefonica statale cubana ETECSA.
La macchina della disinformazione
L’inchiesta di Drop Site News non si ferma a smentire la presenza russa. Essa rivela anche un meccanismo di disinformazione più sofisticato, che coinvolge politica, think-tank e testate. Il rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis) del 2024, che aveva individuato quattro presunti siti cinesi di spionaggio a Cuba, è stato citato come prova dalle autorità americane. Ma lo stesso CSIS ha recentemente ammesso che non esiste «alcuna chiara prova disponibile al pubblico» che dimostri la presenza cinese.
Fulton Armstrong, ex analista della Cia ed ex funzionario dell’intelligence per l’America Latina, ha definito il rapporto Csis «una brutta analisi» che «tira voci e speculazioni in una sola direzione, per sostenere la sua conclusione precostituita».
La bugia della presunta base russa e delle basi cinesi ha avuto conseguenze devastanti per la popolazione cubana (Vedi il nostro REPORTAGE). Il blocco petrolifero ha paralizzato i trasporti pubblici, costringendo le università a sospendere le lezioni in presenza. Il campus dell’Uci, che conta oltre 2.500 studenti, era quasi deserto quando i giornalisti lo hanno visitato. «È un peccato che oggi i nostri studenti non ci siano», ha detto Aylín Estrada, laureata all’Uci e oggi preside, mostrando le aule vuote. «Normalmente questi corridoi sono pieni di studenti, sorridenti, che imparano».
Come già accaduto in passato, la disinformazione di governo e media è servita a giustificare una strategia di «massima pressione» contro Cuba, scaricando sulla popolazione il peso di accuse infondate e paralizzando il suo già fragile tessuto sociale ed economico, mentre le presunte minacce alla sicurezza nazionale si dissolvono davanti all’evidenza di un campus universitario e di aule vuote.
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Roberto Vivaldelli
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