Cybersecurity, il mercato vale 2,78 miliardi. In Italia il 9,6% degli incidenti mondiali


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Ogni volta che paghiamo con lo smartphone, prenotiamo una visita online, apriamo l’app della banca o riceviamo un pacco acquistato sul web, lasciamo dietro di noi una traccia digitale. È su questa rete invisibile, ormai intrecciata alla vita quotidiana, che si gioca una partita sempre più costosa. Nel 2025 il mercato italiano della cybersecurity ha raggiunto 2,78 miliardi di euro, con una crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Aziende e pubbliche amministrazioni stanno quindi investendo di più per proteggere dati, sistemi e servizi essenziali. Ma gli attacchi corrono ancora più velocemente: nello stesso anno, gli incidenti gravi censiti in Italia dal Rapporto Clusit sono saliti a 507, il 42% in più rispetto al 2024.

Il confronto non misura fenomeni identici — da una parte c’è il valore del mercato, dall’altra il numero degli episodi noti e riusciti — ma restituisce comunque uno squilibrio evidente: la crescita degli incidenti è oltre tre volte superiore a quella della spesa per la difesa. E il dato appare ancora più significativo se confrontato con l’andamento generale dell’innovazione: nel 2025 la spesa digitale complessiva italiana è aumentata appena dell’1,5%. La sicurezza informatica non è più una voce tecnica: è diventata una necessità economica e quotidiana.

Il peso dell’Italia nel quadro globale è diventato sempre più rilevante. Nel 2021 gli incidenti cyber gravi rilevati nel nostro Paese erano 70; sono saliti a 188 nel 2022, a 310 nel 2023, a 357 nel 2024 e infine a 507 nel 2025. In quattro anni, quindi, il numero dei casi è aumentato di oltre sette volte. Solo nell’ultimo anno si sono registrati 150 incidenti in più, pari a una crescita del 42%.

Secondo il Rapporto Clusit 2026, nel 2025 l’Italia ha concentrato il 9,6% degli incidenti mondiali analizzati, una quota particolarmente elevata se rapportata alle dimensioni dell’economia nazionale. In altre parole, pur non essendo tra i Paesi più grandi del pianeta, compare con una frequenza molto alta tra le vittime degli attacchi più seri. Il dato va però interpretato correttamente: Clusit non conteggia ogni tentativo di intrusione, ogni email sospetta o ogni truffa online, ma soltanto attacchi noti, riusciti e di particolare gravità, capaci di produrre conseguenze economiche, tecnologiche, legali o reputazionali. Il fenomeno reale è quindi con ogni probabilità ancora più ampio.

Quali aree del mondo sono più colpite

La crescita non riguarda soltanto l’Italia. Nel 2025 Clusit ha censito nel mondo 5.265 attacchi gravi, il numero più alto registrato dall’inizio delle rilevazioni, avviate nel 2011. Rispetto al 2024, l’aumento è stato del 49%, ma il dato più impressionante emerge guardando un periodo più lungo: in appena cinque anni gli incidenti sono cresciuti complessivamente del 157%. Non si tratta quindi di una fiammata occasionale, ma di una tendenza strutturale. Più servizi passano online — dai pagamenti ai trasporti, dalla sanità alle pratiche amministrative — più aumentano anche i possibili punti di ingresso per chi attacca. America ed Europa hanno concentrato insieme il 58% degli eventi, ma l’accelerazione più forte si è registrata in Asia, dove gli incidenti sono aumentati del 131%. La geografia del rischio si sta quindi ampliando rapidamente, seguendo la diffusione delle infrastrutture digitali e dei servizi connessi.

Quanto costano alle imprese gli attacchi informatici

Per molte aziende, un attacco informatico non significa soltanto computer bloccati o password da cambiare: può tradursi in giorni di lavoro persi, consulenze d’emergenza, sistemi da ricostruire e clienti da rassicurare. Nel 2025 il 34% delle grandi imprese italiane ha dichiarato di aver subito attacchi con costi significativi di ripristino. Nel 3% dei casi, inoltre, le conseguenze hanno inciso direttamente sull’operatività, rallentando o interrompendo attività essenziali. È come se un guasto improvviso fermasse contemporaneamente casse, magazzino, ordini e comunicazioni interne. Di fronte a rischi di questo tipo, il 57% delle organizzazioni ha rivisto in modo strutturale i propri piani di risposta agli incidenti, definendo procedure più chiare per individuare, contenere e superare un attacco. La tendenza è destinata a proseguire: circa sette grandi aziende su dieci prevedono di aumentare ulteriormente nel 2026 il budget dedicato alla sicurezza informatica. La protezione digitale diventa così una voce stabile della gestione aziendale ordinaria.

Perché la Pubblica amministrazione è il bersaglio principale

Nel 2025 lo Stato e la Pubblica amministrazione sono diventati il principale bersaglio degli attacchi informatici in Italia. Governo, settore militare e forze dell’ordine hanno concentrato oltre il 28% degli incidenti censiti, con un aumento in valore assoluto del 290% rispetto al 2024. Il rischio non riguarda soltanto archivi riservati o sistemi strategici: un attacco può rallentare un servizio comunale, bloccare una prenotazione sanitaria o rendere temporaneamente inaccessibile un portale pubblico. La risposta economica è già visibile. Secondo il Politecnico di Milano, la Pubblica amministrazione è il comparto che nel 2025 ha incrementato maggiormente gli investimenti in cybersecurity, con un +28%. Un’ulteriore conferma arriva dall’analisi Fastweb + Vodafone: sulla rete monitorata, la PA ha raccolto il 36% degli eventi di sicurezza rilevati. Si tratta di eventi sospetti o potenzialmente malevoli, non tutti trasformati in incidenti riusciti, ma indicativi di una pressione costante.

Trasporti e logistica sono sempre più vulnerabili

Trasporti e manifattura sono diventati bersagli sempre più delicati perché da questi settori dipende una parte concreta della vita quotidiana: consegne, spostamenti, produzione di beni, continuità delle fabbriche. Nel 2025 Trasporti e Logistica hanno rappresentato il 12% degli incidenti cyber rilevati in Italia, con un aumento del 134,6% rispetto all’anno precedente. È un salto che segnala quanto porti, reti ferroviarie, magazzini e sistemi di distribuzione siano ormai infrastrutture digitali oltre che fisiche. Ancora più esposto, in termini di quota nazionale, il Manifatturiero, che ha concentrato il 12,6% dei casi italiani. Il dato assume un peso particolare perché il 16% di tutti gli incidenti manifatturieri censiti nel mondo ha colpito imprese italiane. Anche gli investimenti stanno crescendo: nel comparto Trasporti e Logistica la spesa in cybersecurity è aumentata del 18%. Ma la pressione degli attacchi continua a correre molto più velocemente delle difese messe in campo.

Qual è il principale motivo dei cyberattacchi

A spingere la maggior parte degli attacchi resta soprattutto il profitto. A livello mondiale, il cybercrime è stato responsabile dell’89% degli incidenti censiti nel 2025 e il numero degli eventi riconducibili a finalità criminali è cresciuto del 55%. Dietro molti attacchi ci sono quindi tentativi di estorsione, furto di dati, frodi o blocchi dei sistemi: problemi che possono tradursi, nella vita quotidiana, in servizi online irraggiungibili, pagamenti sospesi o informazioni personali sottratte. In Italia, però, il quadro è più articolato: i cybercriminali hanno generato il 61% dei casi, mentre gli attivisti hanno raggiunto il 39%. Gli incidenti di matrice attivista sono aumentati del 145% rispetto al 2024. Inoltre, gli episodi italiani hanno rappresentato il 64% di tutti gli attacchi attivisti censiti nel mondo, segnalando una particolare esposizione del Paese alle tensioni geopolitiche e alle campagne dimostrative online.

Quali sono gli attacchi informatici più diffusi

Gli attaccanti non colpiscono tutti nello stesso modo. Come si vede anche nel grafico, nel 2025 in Italia la tecnica più diffusa è stata il DDoS, acronimo di Distributed Denial of Service: un attacco che sovraccarica un sito, un server o un servizio online con un’enorme quantità di richieste simultanee, fino a rallentarlo o renderlo temporaneamente irraggiungibile. Questa tecnica è stata responsabile del 38,5% degli incidenti, contro il 21% del 2024.

Il malware, cioè il software malevolo usato per danneggiare o controllare sistemi e dispositivi, è sceso al 23%, con una riduzione di 14 punti percentuali. Crescono invece phishing e ingegneria sociale, arrivati al 12,4% dei casi e aumentati del 66%: false email, messaggi o telefonate convincono le persone a consegnare password e dati sensibili. A livello mondiale, inoltre, lo sfruttamento delle vulnerabilità è cresciuto del 65%, mentre gli attacchi web sono aumentati del 62%.

L’AI rende più semplici gli attacchi informatici

L’intelligenza artificiale sta rendendo gli attacchi informatici più semplici da organizzare e più difficili da riconoscere. Non serve più necessariamente una squadra di esperti: alcuni agenti AI possono automatizzare tra l’80% e il 90% delle fasi di una catena d’attacco, dalla ricerca delle vulnerabilità alla creazione di messaggi ingannevoli. Per questo il 71% dei CISO italiani, cioè i responsabili della sicurezza informatica aziendale, ritiene che l’AI stia aumentando il rischio cyber. Il punto debole, però, resta spesso la persona davanti allo schermo. Il 96% dei responsabili della sicurezza indica infatti il fattore umano come principale vulnerabilità: basta aprire un allegato sbagliato, inserire una password su un sito falso o condividere informazioni riservate. Il 60% dei CISO teme soprattutto l’uso non controllato di strumenti di AI consumer da parte dei dipendenti, che può esporre dati aziendali senza che l’organizzazione ne sia consapevole.

Quante imprese italiane presidiano il rischio cyber

Le grandi imprese italiane hanno alzato il livello di attenzione, ma la capacità di reagire agli attacchi resta ancora disomogenea. L’83% presidia stabilmente il rischio cyber, segno che la sicurezza informatica è ormai entrata nelle strategie aziendali. Tuttavia, soltanto il 48% monitora in modo continuo e capillare tutti gli asset, cioè server, dispositivi, reti, applicazioni e sistemi connessi. È un po’ come installare un allarme in casa senza controllare ogni porta e finestra. Il 49% delle aziende svolge simulazioni realistiche per verificare la propria tenuta in caso di attacco, mentre il 56% utilizza sistematicamente l’intelligenza artificiale nelle attività difensive. Solo il 28%, però, applica contemporaneamente tutte le principali leve della cyber-resilienza. A frenare il salto di qualità è anche la carenza di personale specializzato: quasi nove grandi organizzazioni su dieci segnalano difficoltà nel trovare le competenze necessarie.

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