Se il prezzo internazionale dell’oro o di qualunque altra materia prima o di qualunque azione o obbligazione quotata nelle borse valori di tutto il mondo varia, i finanzieri e gli speculatori che comprano quelle azioni possono perdere o guadagnare soldi; è il loro mestiere e quindi sapevano che la cosa poteva andare anche male. Pochi si inteneriscono per loro perdite e pochissime son le conseguenze per il funzionamento dell’economia e la società reali.
Ma se dopo un anno di lavoro il prezzo delle ciliegie o delle olive scende -magari per eccesso di offerta- al punto da rendere la loro raccolta non remunerativa significa che quel lavoratore o quella impresa che non esercita il mestiere di speculatore perde dei soldi e non è remunerato per il lavoro svolto. Cioè viene punito per aver prodotto un bene di prima necessità! Si tratta evidentemente di un non senso etico ed economico perché quel lavoratore e quella impresa della economia reale è esposto a rischi finanziari che oggettivamente non dovrebbero riguardarli. Pure la politica a tutt’ora non ha studiato una soluzione ad un problema così grande.
Quindi esiste in agricoltura e nei settori simili un problema cronico di sovraproduzione? Certo, ed esiste una specie di finanziarizzazione della questione; a tutto vantaggio di operatori non produttori. Per dirla in modo più colorito: banche, trasformatori, commercianti, consumatori stanno lì a vivere e prosperarer sulle spalle dei contadini. Come si fa ad uscirsene? Inoltre la produttività per ettaro e per unità lavorativa è cresciuta enormemente grazie alle tecniche colturali e alla meccanizzazione agricola aggravando le crisi cicliche di sovraproduzione. Cioè punendo il produttore per la sua efficienza e non premiandolo.
Quando la proprietà terriera era detenuta da categorie ristrette di persone ricche e le produzioni agricole costituivano una quota rilevante di Pil questa forma di liberalesimo aveva un senso e poteva essere assorbita, ma adesso che la politica ha combattuto la rendita e segnatamente quella agraria assegnando al lavoro la stragrande parte dei proventi, questo liberalesimo nella formazione del prezzo di vendita all’ingrosso dell’olio e di qualunque derrata agricola diviene un non senso. L’avvento dei compratori internazionali della grande distribuzione ha accelerato questa perversione perché i grandi acquirenti per sopravvivere hanno bisogno di allargare al massimo la differenza tra costi (riducendoli) ) e ricavi (aumentandoli) appropriandosi della maggior parte della ricchezza prodotta. A danno del consumatore ma anche del fornitore della materia prima.
Peraltro minare la sopravvivenza di queste produzioni è una questione di sicurezza alimentare nazionale! Cioè: la grande distribuzione punta, legittimamente, solo al profitto e quindi se non ottiene il prezzo voluto dai produttori nazionali si rivolge alle produzioni estere schiacciando i produttori locali già oberati dai costi faraonici imposti dalla legislazione interna; così il consumatore è poco beneficiato dalla compressione del prezzo all’origine che si trasferisce solo in parte piccolissima sugli scaffali mentre il produttore viene spinto all’abbandono delle terre che non sarà facile né economico riportare alla produttività.
La questione è molto complessa e non lascia spazio a tentennamenti; va risolta qui e ora in modo definitivo per la semplice ragione per la quale se in economia e segnatamente in agricoltura introduci rigidità enormi come il prezzo dell’energia, il costo della previdenza, della fiscalità, della burocrazia, del lavoro,… devi evitare che gli incassi non abbiano nessuna o scarsa certezza. Detta in altro modo: se lo stato entra come è entrato a gamba tesa nell’economia agraria non può poi lasciare al mercato controllato da pochi operatori privati del commercio di curare il resto di quella economia: hai combinato il guaio adesso devi risolverlo! Adesso i produttori vanno accompagnati alla conquista di nuovi mercati che però siano sicuri e non in balia della grande distribuzione che, per definizione, costituisce una metastasi economica in ogni parte della sua azione.
Tutto questo avviene mentre non si può tacere della dimensione planetaria della sottoalimentazione! mentre si punta a produzioni di qualità (e quindi costose) destinate a pochi, una porzione notevole di umanità non riesce a mangiare…anche all’interno delle società opulente.
La prima cosa da fare è avviare al drastico aumento la utilizzazione di prodotti vegetali per la loro trasformazione in energia sia sotto forma di carburanti che in energia elettrica. Trasformare (in condizione fiscale privilegiata e cioè in esenzione di carichi fiscali di qualunque genere) i prodotti dell’agricoltura che se offerti sul mercato alimentare sarebbero pagati poco e quindi in modo poco remunerativo, qualora fossero destinati a scopi energetici come i carburanti significa avere una valvola di sfogo praticamente illimitata per la collocazione di importanti derrate alimentari che oggi deprimono i prezzi degli alimenti sul mercato all’ingrosso. Inoltre i sottoprodotti delle lavorazioni oggi lasciati marcire o distrutti sul campo possono essere trasformati in energia e quindi venduti su un nuovo mercato e costituire reddito integrativo per gli agricoltori.
Naturalmente qui siamo nel campo della grande impresa energetica e quindi sotto una dittatura che come quella della grande distribuzione piega le Istituzioni pubbliche al loro volere. Per fortuna in Italia Eni ed Enel sono controllate dallo stato e quindi basti che la politica abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere e il modo per farlo perché lo si ottenga.
Quindi se non risolvono è perché non sanno o non vogliono.
Qualcuno nel passato ha trovato inopportuno che i prezzi degli alimentari salissero per difendere il potere di acquisto dei salari. Quindi da un lato i produttori sono sempre sull’orlo del fallimento per le rigidità dette; dall’altro i consumatori gongolano per il diluvio di prodotti alimentari low cost di bassa qualità, modificati geneticamente provenienti da economie ancora più grezze. Come si contemperano queste due esigenze contrapposte? C’è una questione produzione e una distribuzione; l’imperativo di mantenere in vita e in floridezza un settore vitale per tutto il resto della società non ha temperamenti quindi prima di tutto va messo in sicurezza il settore con prezzi coerenti con i costi; non vi sono altre opzioni possibili. La distribuzione affidata alla Grande distribuzione è altamente onerosa per l’acquirente finale e quindi va drasticamente rivista e -se necessario- nazionalizzata.
Canio Trione
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Redazione Il Corriere Nazionale
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