Il Napoli compie cento anni, “l’equipo de D10S” e quell’identità inscindibile tra calcio e città


Da Ascarelli a Jeppson, da Sivori a Savoldi, fino al più grande di tutti: la storia di una squadra e di una identità unica

Il Napoli calcio compie cento anni e sembrano pure pochi. Perché se c’è una squadra in Italia che rappresenta l’identità di una città, scaldando i cuori e tenendo insieme ogni ceto, ogni generazione e ogni persona, quella è il Napoli. L’”equipo de D10S” la chiamano in Sudamerica. Perché il Napoli resterà e sarà sempre la squadra di Diego Armando Maradona, il più grande calciatore della storia. Lo fa il giorno dopo in cui, nuovamente, la terra ha tremato. Con una scossa senza precedenti che ha di nuovo scoperto la fragilità di questa terra unica e sempre in preda alla paura. Che oggi festeggia la sua squadra cercando ancora una volta di dimenticare il terrore.

Da Ascarelli a Jeppson

Fu il commendatore Giorgio Ascarelli che il 1 agosto del 1926 diede vita al Napoli calcio. 27 anni dopo il Genoa. E ciò spiega anche perché i primi 30-40 anni del nostro calcio gli scudetti se le divisero le squadre del nord. Ma da subito, giocando al Vomero, quei colori azzurri avrebbero significato una sorta di identità profonda, scolpita nella chiave dei fasti borbonici. Solleticando anche la demagogia dei grandi populisti. Primo fra tutti, lui,  il Comandante: Achille Lauro. E il grande armatore, che era pure sindaco, decise di acquistare per 105 milioni di lire il 1955, un’enormità all’epoca, lo svedese Jeppson. E quando Jeppson arrivò a Napoli, insieme a Fleming, l’inventore della penicillina, il farmaco che aveva salvato decine di migliaia di persone in città, descritto drammaticamente da Eduardo in “Napoli milionaria”, tutti accorsero ad acclamare il calciatore, ignorando lo scienziato.

Sivori e Nino Manfredi

Negli anni sessanta il Napoli acquista Sivori e Altafini ma lo scudetto non arriva. Nasce il San Paolo, con una capienza di ottantamila posti. Dino Risi, nel capolavoro , “Operazione San Gennaro” mostra un Nino Manfredi che promette al Patrono, se gli farà rubare il prezioso oro, che “comprerà Eusebio”. Il 1969 un giovane ingegnere acquista la società .Il  suo nome resterà nella storia.

Ferlaino e “core ngrato”

Corrado Ferlaino costruisce già una grande squadra. Chiama Luis Vinicio , straordinario allenatore. Il 1974-75, lo scudetto è a un passo. Ma a Torino, contro la Juventus, all’ultimo secondo, Altafini, “core ngrato”, spezza quel sogno. L’anno successivo Ferlaino alza la posta: dà due miliardi di lire, record dell’epoca, al Bologna e acquista Beppe Savoldi. Il Napoli vince la Coppa Italia e un arbitraggio vergognoso gli nega la Coppa delle Coppe il  1977. Poi anni difficili fino all’arrivo di Rudy Krol. La stella  olandese e Rino Marchesi sfiorano ancora lo scudetto il 1981, ma la sfortuna ha mille volti: contro il Perugia, ultimo in classifica, Moreno Ferrario si fa un gol da solo. Seguiranno anni bui. Prima della svolta che renderà la squadra storica.

30 giugno 1984

Il 30 giugno del 1984, l’ultimo giorno utile per acquistare gli stranieri, Corrado Ferlaino si fa fare un  mutuo dal Banco di Napoli, contando sull’appoggio di Vincenzo Scotti, di circa 13 miliardi di lire. E porta a Napoli Maradona. Tutto il passato non conterà più. Dopo il primo anno di assestamento, quella forza sovrannaturale, unita poi ai Giordano, ai Bagni, ai Careca, agli Alemao, porterà due scudetti, una coppa Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana. Diego purtroppo si droga e il 1991 deve scappare di notte. Ma anche lui ignorerà che quella presenza valicherà i confini del calcio diventando mito e  taumaturgia.

“Ma na finta e Maradona scioglie o sang rint e vene”…

Luciano De Crescenzo, nella straordinaria opera cinematografica dedicata a Bellavista, fu assai profetico. Il poeta Luigino, interpretato da Gerardo Scala, invita a chiedere “la grazia a Maradona”. Non più San Gennaro. Al quale chiede perdono: “San Gennà nun te cruccià, io te voglio tanto bene, ma na finta e Maradona scioglie o sang rint e vene”.

Il declino e il fallimento

Seguono anni duri, due retrocessioni. Ferlaino si unisce a Giorgio Corbelli, poi cede le quote all’imprenditore Naldi. Il 2004 la società, che doveva finire nelle mani di Gaucci, fallisce. In tribunale ci va un imprenditore romano ma di origini torresi che porta il cognome più prestigioso del cinema italiano: Aurelio De Laurentiis. Nipote di Dino e di Silvana Mangano. Con circa trenta milioni compra solo il titolo. Non ha nemmeno i palloni. Parte dalla C. Ma in tre anni torna in serie A. Dal 2010 ad oggi, esclusa l’incredibile e folle stagione del 2024, il Napoli sarà l’unica squadra italiana a qualificarsi sempre in Europa. Vincendo due scudetti, due Coppe Italia e due Supercoppe. Ingaggiando gente come Cavani, Lavezzi, Higuain, Osimhen, Kvarasthelia, De Bruyne. Oggi è in mano ad Allegri. Dopo avere vinto con Spalletti e Conte.

La tachicardia del suolo, gli striscioni sudafricani

Ieri sera, nuovamente, la terra ha tremato. Quasi il  quinto grado ai Campi Flegrei. Una tachicardia del suolo che sembra il Giappone e un’incertezza che si risolve nel fatalismo. Il Vesuvio e il bradisismo, peraltro puntualmente e vergognosamente invocati in tutti gli stadi dove gioca il Napoli. Che ancora oggi, nonostante sia il Rolex puntato al braccio dell’Italia, viene accolta dagli striscioni”sudafricani” di cui parlava Massimo Troisi.

Per sempre identitaria, borbonica e maradoniana

Napoli e il Napoli sono la stessa cosa. Un legame che è intriso di sangue e di dramma. La fotografia delle contraddizioni di una città italiana ma borbonica, regale, mediterranea, imprevedibile e geniale. Troppo, troppo bella per essere vera, caotica e insopportabile nel suo splendore, disordinata e greca, intuitiva e tesa a una continua, infinita sopravvivenza. 

Napoli Capitale per secoli ha la classe di Caravaggio, di cui conserva tante opere, il canto di Enrico Caruso, il blues di Pino Daniele e sempre, comunque sempre, quella squadra azzurra.

Dal nulla è nato Largo Maradona, un semplice murales che nell’immaginario collettivo è come se fosse il luogo di nascita o di sepoltura: in pochi anni è diventato secondo solo al Colosseo come luogo di meta turistica. “Chest’è Napule”, diceva Salvatore Di Giacomo, mentre scriveva capolavori immortali al Gambrinus. Oggi è un po’ di più.

Profondamente maradoniana come senso antropologico e religioso. Proiettata perfettamente nell’ascesa e nella caduta di un Dio wagneriano ma latino, che oggi è un totem metafisico. Il Napoli è un boato intermittente. Una parentesi luminosa ma costante. Una città-Nazione la definiva Benedetto Croce. L’unica al mondo in cui il dialetto è in realtà una lingua. La città che ha inventato la musica post-classica, il grande teatro, la grande filosofia, il sapere e allo stesso tempo il suo contraltare. In cui la squadra è l’emblema di qualcosa che entra nell’animus. La città che in quattro giorni ha mandato a casa i nazisti ma non ha mai amato gli americani e i marocchini che, come scrive Malaparte e come recita Tamurriata Nera, per due dollari si prendevano le vergini.

La retorica

Eppure parlare di questa città senza fare retorica è impossibile. E’ un proscenio interminabile nel quale si mescolano culture diverse che si integrano nella napoletanità. L’unica città italiana che ha avuto tre presidenti della Repubblica e che ha un secondo Quirinale, Villa Rosbery. L’unica città, insieme a New York dove, con le differenze del fuso orario, la Cnn festeggiò il 31 dicembre del 1999 l’ingresso nel 2000.

Ma la squadra di calcio è oggi un brand internazionale. La sua presenza nella elite mondiale probabilmente crescerà. Forse Adl la cederà: agli americani, agli arabi, al super tifoso Aponte, il patron di Msc. Ma la squadra rimarrà sempre l’inno collettivo di una comunità. Non dando mai una risposta alla più sorrentiniana delle domande: si può essere davvero felici nel posto più bello del mondo? 


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Mario Campanella

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