Il Mediterraneo come mercato: chi guadagna dall’instabilità libica


La crisi libica come prodotto di incentivi strutturali che conviene a molti non rimuovere.

INTRODUZIONE

Attraverso il controllo delle rotte migratorie, delle infrastrutture energetiche e delle aree costiere, milizie libiche, potenze esterne e governi europei hanno progressivamente costruito un equilibrio a bassa intensità di conflitto che produce rendite politiche, economiche e strategiche. In questo contesto, l’assenza di uno Stato unitario in Libia rappresenta una configurazione tollerata, ed infatti il Paese continua a mantenere un ruolo strategico sia sul piano energetico sia nella gestione dei flussi migratori verso l’Europa.

Questa analisi non intende spiegare la crisi migratoria nel Mediterraneo centrale come un’emergenza umanitaria – dimensione cruciale della crisi, ma insufficientemente esplicativa. Intende piuttosto cartografare il sistema di interessi che la alimenta: chi ne trae vantaggio, attraverso quali meccanismi, e perché la sua risoluzione strutturale rimane improbabile nel breve termine. 

CORPUS – la costruzione del “vuoto” utile

Il regime di Gheddafi, per quanto contestabile, non era solo autoritario: era un sistema di controllo capillare del territorio, dei confini e dei flussi. Per decenni, Tripoli aveva gestito la migrazione subsahariana come una leva diplomatica nei confronti dell’Europa – aprendola o chiudendola a seconda delle convenienze. 


Quando nel 2011 la NATO interviene per proteggere i civili a Bengasi, non abbatte soltanto un dittatore. Abbatte l’unica architettura di governance in grado di tenere insieme un Paese che non aveva mai sviluppato istituzioni autonome, né tantomeno un tessuto sociale omogeneo. Il problema fondamentale fu che l’operazione venne pianificata senza un concreto piano di sviluppo alla successione di Geddafi: vi era solo la tacita convinzione che la caduta del regime avrebbe spontaneamente generato istituzioni democratiche funzionanti, ma non è andata così. 

La dissoluzione dell’autorità centrale ha infatti prodotto un ritorno a realtà tribali e conseguente frammentazione politico-istituzionale, che hanno causato la moltiplicazione di milizie concorrenti e perdita di controllo delle frontiere, trasformando la Libia in uno spazio di transito strategico per le migrazioni dirette verso l’Europa.

La questione della migrazione

A tal riguardo, la crisi migratoria nel Mediterraneo centrale non può essere interpretata come una semplice emergenza umanitaria o come una sequenza episodica di partenze irregolari, ma come un fenomeno strutturale sviluppatosi a partire dal collasso dello Stato libico e dalla conseguente ridefinizione degli equilibri di potere sul territorio. Si è generato, in questo senso, un sistema che tende ad autoalimentarsi: l’instabilità governativa produce insicurezza e vulnerabilità economica, favorendo i flussi migratori, mentre tali flussi rafforzano le reti illegali e le economie legate al controllo delle rotte. 

Le migrazioni tendono infatti a strutturarsi come sistemi relativamente stabili, basati su meccanismi di ripetizione e adattamento. 


  • La ripetizione emerge nella standardizzazione delle rotte e delle pratiche migratorie. Ad esempio, nel caso della rotta Libia-Italia si assiste solitamente all’attraversamento del Sahara, passaggio in hub consolidati del Sahel, permanenza nei centri di detenzione libici e successiva traversata verso l’Italia tramite partenze notturne e utilizzo di imbarcazioni precarie. 
  • L’adattamento riguarda invece la capacità delle reti migratorie e criminali di riorganizzarsi in risposta ai controlli di frontiera e alle trasformazioni delle politiche europee. 

Il sistema: chi guadagna e come

Il primo errore analitico da evitare è descrivere la Libia come un caso di malgovernance che si protrae per inerzia. La frammentazione libica produce rendite concrete, distribuite tra attori eterogenei. Possiamo considerarne principalmente 3:

  1. Le milizie locali sono il primo anello di questo sistema. 

Il controllo delle rotte migratorie genera proventi diretti attraverso il traffico di persone, le estorsioni nei centri di detenzione informali e le tangenti pagate dai migranti per il passaggio. Accanto alla dimensione economica, le milizie utilizzano il controllo della migrazione anche come strumento di rafforzamento politico e militare. Presentandosi come attori indispensabili nel contenimento dei flussi verso l’Europa, alcune milizie ottengono riconoscimento istituzionale, accesso a fondi internazionali e cooperazione con autorità statali e attori europei.

In questo modo, la gestione della migrazione diventa una leva di potere che consente ai gruppi armati di consolidare il controllo del territorio e rafforzare la propria posizione all’interno della frammentata struttura politico-militare libica.

  • Le potenze esterne costituiscono il secondo livello. 

Attori come Turchia, Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto non sono intervenuti in Libia principalmente per ragioni umanitarie. Ciascuno vi ha proiettato interessi specifici: controllo di basi militari, accesso alle risorse energetiche, influenza sulle rotte commerciali del Mediterraneo, capacità di pressione su NATO e UE. Questi attori, fornendo sostegno a diverse fazioni di milizie locali, hanno permesso loro di consolidarsi e quindi incrementare la frammentazione politico-militare del Paese.


Questa stabilizzazione “a bassa intensità” sostiene il mantenimento di un equilibrio funzionale anche alla continuità delle rotte migratorie.

  • Il terzo anello è il più scomodo da nominare: i governi europei. 

Il giro d’affari e l’impatto economico legato all’immigrazione in Europa è complesso e multi-sfaccettato, coinvolgendo miliardi di euro. Inoltre, accanto alla dimensione economica, si è sviluppata anche una dimensione politica: essa è più subdola, ma apporta un considerevole impatto sociale. 

Il fenomeno migratorio, pur non essendo una causa diretta di conflitto, può agire come moltiplicatore di fragilità preesistenti a causa della pressione che infligge sul sistema Paese. Queste dinamiche, accompagnate da processi di costruzione sociale, alimentano percezioni di competizione oltre a tensioni identitarie e culturali. In questo contesto, i migranti vengono infatti spesso inseriti nel discorso pubblico come una minaccia alla sicurezza o alla stabilità sociale, favorendo narrazioni emergenziali e securitarie. 

Ciò consente alla questione migratoria di diventare anche uno strumento di costruzione del consenso politico, consentendole di diventare funzionale al raggiungimento di obiettivi politici e strategici. 

IPOTESI SPECULATIVA e possibili scenari futuri

Se la crisi libica è strutturata attorno a incentivi convergenti, la sua persistenza è frutto di un sistema coerente. Una stabilizzazione autentica della Libia richiederebbe investimenti economici elevati, coordinamento multilaterale complesso e concessioni geopolitiche costose. Il mantenimento di una crisi controllata risulta invece politicamente ed economicamente più redditizio, nonostante il grande peso che la gestione migratoria pone soprattutto sui paesi di frontiera dell’UE. 


È plausibile quindi ipotizzare che nei prossimi 12-24 mesi la Libia rimanga intrappolata in quello che si potrebbe definire un equilibrio instabile conveniente, caratterizzato un livello di disordine sufficientemente basso da non giustificare un intervento internazionale significativo, e sufficientemente alto da mantenere operative le reti di profitto. Il rischio non è il collasso totale, ma la cristallizzazione di un sistema in cui l’assenza di Stato è essa stessa diventata un’infrastruttura. 

Worst case scenario

Lo scenario più critico si configura attorno a una rottura dell’equilibrio attuale non per iniziativa diplomatica ma per deterioramento interno. Ad esempio, una crisi energetica che riduca drasticamente gli introiti petroliferi, un’escalation tra le fazioni principali innescata da dispute tribali o da movimenti delle potenze esterne, o la crescita di gruppi jihadisti oggi marginali nelle aree meridionali incontrollate potrebbero destabilizzare anche gli attuali equilibri precari.

In questo scenario, la pressione migratoria sull’Europa aumenterebbe in modo non lineare; gli accordi bilaterali perderebbero efficacia operativa sarebbe richiesto un approccio più emergenziale, che avrebbe ripercussioni anche sulla coesione degli Stati Membri dell’UE. Le potenze esterne intensificherebbero la competizione diretta sul territorio, aumentando il rischio di escalation militari attraverso attori proxy.  

Best case scenario


Lo scenario più favorevole non coincide con una stabilizzazione completa della Libia nel senso tradizionale dello Stato unitario, ma con una progressiva riduzione della frammentazione armata e una parziale ricomposizione funzionale del territorio costiero.

In questo quadro, l’obiettivo realistico non è eliminare le dinamiche di instabilità, ma ridurne la capacità di generare effetti sistemici sui flussi migratori e sulla competizione tra attori esterni.

Questo tipo di stabilizzazione parziale potrebbe essere favorita da una riduzione della competizione più esplicita tra attori esterni, e parallelamente, dal rafforzamento di funzioni di coordinamento territoriale come accumulo di accordi locali e compromessi ripetuti (e controllati) nel tempo.

SO WHAT

Essendo una crisi radicata in dinamiche strutturali e sistemiche, il sistema continuerà a riprodursi finché mantenere l’attuale livello di conflitto costerà meno rispetto a implementare soluzioni strutturali. Tre indicatori meritano monitoraggio nel breve periodo: 

  1. il grado di coordinamento operativo tra le fazioni armate nelle aree costiere, che segnala se l’equilibrio interno regge o si deteriora; 
  2. la postura militare di Turchia e Russia nel Mediterraneo centrale, che rimane il principale termometro della competizione tra potenze esterne.
  3. le conseguenze dell’attuazione del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, dalle quali si potrà verificare se le politiche di esternalizzazione produceranno aggiustamenti reali. 

In conclusione, il Mediterraneo centrale non rappresenta soltanto una crisi migratoria, ma il riflesso di dinamiche geopolitiche, economiche e securitarie più profonde. Finché l’approccio prevalente continuerà a concentrarsi sulla gestione dell’emergenza piuttosto che sulle condizioni strutturali che la alimentano, la stabilizzazione della Libia resterà un obiettivo dichiarato più che una priorità realmente condivisa.



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 Marina Tuscano

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