Ci sono artisti che inseguono il successo. Altri che inseguono il talento. Andrea Bruschi, invece, sembra aver inseguito soprattutto una domanda. Una domanda che attraversa tutta la sua vita e che forse non ha mai cercato davvero una risposta definitiva. Perché alcune persone, più che abitare il mondo, sentono il bisogno di attraversarlo. Di osservarlo da angolazioni diverse. Di cambiare continuamente prospettiva pur restando fedeli a un nucleo profondo e irrinunciabile di sé. Incontrandolo per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, si ha spesso la sensazione che il cinema, la musica, la scrittura e il teatro siano soltanto linguaggi differenti utilizzati per raccontare la stessa ricerca interiore. La sua è una traiettoria artistica difficile da racchiudere in una definizione. Cantautore prima ancora che attore, cresciuto tra dischi, cinema d’autore e letteratura, Andrea Bruschi appartiene a quella categoria sempre più rara di artisti che non sembrano aver costruito una carriera seguendo una strategia, ma piuttosto una necessità. Una tensione. Quasi un’urgenza espressiva. Nella sua storia convivono il ragazzo genovese innamorato della new wave, il musicista che guarda all’Europa come a una geografia sentimentale, l’artista che sceglie Berlino come laboratorio creativo, il frontman dei Marti, il cinefilo che cita Cassavetes con la stessa naturalezza con cui parla di Bowie o Pasolini. E poi l’attore capace di attraversare mondi molto diversi tra loro, dal cinema indipendente alle grandi produzioni internazionali, senza mai perdere quella sensazione di essere ancora in viaggio, ancora alla ricerca di qualcosa. Forse è proprio questo l’aspetto che colpisce di più. In un’epoca che pretende definizioni immediate, Andrea Bruschi continua a sottrarsi alle etichette. Non perché le rifiuti, ma perché sembrano stargli strette. Musicista o attore? Autore o interprete? Cantastorie o personaggio? Ogni risposta appare inevitabilmente incompleta. Oggi è nelle sale con Spyne, uno dei progetti più significativi del suo percorso recente. Eppure, parlando con lui, si comprende rapidamente che il punto non è il film in sé. Non è nemmeno il momento professionale particolarmente favorevole che sta attraversando. Non è la raccolta dopo anni di semina. Il punto è il modo in cui osserva tutto questo. Con una gratitudine quasi disarmante. Con la consapevolezza di chi sa che nessun traguardo è definitivo. E soprattutto con la serenità di chi non sembra interessato a misurare la propria vita attraverso il successo, ma attraverso la qualità delle domande che continua a porsi. Durante questa conversazione si parla di cinema, naturalmente. Di Spyne. Di musica. Del nuovo album Orchidea. Dei personaggi oscuri interpretati negli ultimi anni. Del tempo che passa. Del significato della parola successo. Dell’arte come strumento di conoscenza. Ma, sotto la superficie, emerge soprattutto il ritratto di un uomo che ha imparato a convivere con l’incertezza. Un uomo che non considera il dubbio un nemico da combattere, ma uno spazio da abitare. Forse è proprio qui che risiede il segreto del suo percorso. Non nell’aver trovato tutte le risposte, ma nell’aver conservato intatta la curiosità. Quella curiosità quasi adolescenziale che lo porta ancora oggi ad attendere il prossimo film da scoprire, la prossima canzone da ascoltare, il prossimo incontro capace di modificare il suo sguardo sul mondo. Perché alcuni artisti, in fondo, non smettono mai di cercare. E Andrea Bruschi sembra appartenere esattamente a questa specie rara.
Andrea, professionalmente, mi pare un periodo particolarmente florido per lei. Sta vivendo una fase in cui gli impegni si sovrappongono: considera questo momento professionale una fase di semina o una fase di raccolta?
“Credo che siano entrambe le cose. Innanzitutto non do per scontato un momento come questo, perché porto avanti questo percorso da molti anni. Lo definirei quasi esistenziale, oltre che artistico e professionale. Per questo motivo considero tutt’altro che scontato ciò che sta accadendo. Sicuramente c’è una componente di raccolta, perché evidentemente sto raccogliendo i frutti di quanto ho seminato nel tempo. Ho cercato di costruire un’energia, una direzione, un percorso, e oggi vedo che alcune opportunità stanno arrivando proprio come conseguenza di quel lavoro. L’aspetto che mi rende particolarmente felice è che si tratta di occasioni nelle quali mi riconosco profondamente. Sono progetti che mi rappresentano, che hanno a che fare con la mia identità artistica e personale. Non sono lavori capitati per caso o distanti da ciò che mi interessa davvero. In questo mestiere può accadere di trovarsi coinvolti in esperienze che non appartengono del tutto alla propria sensibilità. In questo periodo, invece, stanno arrivando opportunità che mi permettono di mettermi in gioco proprio negli ambiti che speravo di poter esplorare. Allo stesso tempo, però, credo che sia anche una fase di semina. Dopo tanti anni trascorsi a raccontare storie, si comprende che la professionalità non è mai qualcosa di definitivo. Non esiste un traguardo conclusivo. È un percorso continuo, in costante evoluzione. Per me ogni progetto resta una sorpresa. Non considero mai nulla acquisito. Essere chiamato per un lavoro, prenderne parte e percepire questo tipo di energia positiva rappresenta ancora oggi una delle ragioni profonde per cui ho intrapreso questo viaggio. Per questo direi che è al tempo stesso una fase di raccolta e una fase di semina per ciò che verrà”.
Personaggi nei quali si riconosce: ha la sensazione di essere diventato l’attore che desiderava diventare oppure esiste ancora una distanza tra ciò che è oggi e ciò che immaginava di diventare?
“Più che nei personaggi, mi riconosco nei progetti. Naturalmente esistono personaggi più o meno vicini alla propria sensibilità, ma ciò che per me conta davvero è il contesto nel quale quei personaggi prendono vita. Avevo il desiderio di lavorare in produzioni internazionali, di recitare in inglese, di confrontarmi con un certo tipo di cinema d’autore. Un cinema capace di mettermi alla prova e, al tempo stesso, portatore di contenuti e significati in grado di arricchirmi lungo il percorso. È questo che mi interessa davvero. Poi, quando si affronta un personaggio, entra in gioco un’altra dimensione. Ultimamente mi sono trovato a interpretare figure che, all’interno delle storie, incarnano aspetti oscuri, personaggi negativi o comunque portatori di una certa ambiguità. È una sfida che trovo molto stimolante, perché obbliga a esplorare zone interiori che normalmente non vengono utilizzate nella vita quotidiana. Può sembrare un discorso scontato, perché si dice spesso che tutti possediamo luci e ombre. Tuttavia non sempre si ha davvero l’opportunità di confrontarsi artisticamente con queste parti di sé. E non è nemmeno detto che, nel corso di una carriera, capitino ruoli che consentano di intraprendere una ricerca di questo tipo. Per questo mi fa piacere essere coinvolto in progetti importanti e internazionali e, allo stesso tempo, avere la possibilità di attraversare registri differenti. Un aspetto che mi sta particolarmente a cuore è evitare di diventare l’attore stereotipato che viene chiamato sempre per interpretare lo stesso ruolo. Accade spesso: un interprete ottiene successo in una determinata parte e da quel momento viene identificato con quel modello, continuando a ricevere proposte simili. Nella mia carriera, invece, c’è sempre stata una certa varietà e anche questi ultimi progetti mi hanno consentito di muovermi in direzioni differenti. Continuo a considerarmi in una fase di apprendimento. Cerco costantemente di comprendere qualcosa in più mentre svolgo questo lavoro. Non credo esista una versione definitiva dell’attore. Lo considero un mestiere profondamente artigianale. Più si procede e più si continua a scolpire, affinare e comprendere meglio il proprio lavoro”.
Si è mai domandato perché questo momento sia arrivato proprio adesso e non prima? Che cosa mancava, eventualmente, oppure quali aspetti non venivano colti dagli altri?
“Gli eventi accadono sempre per una ragione. Forse non nel momento che considereremmo ideale, ma certamente all’interno di un percorso che possiede una sua coerenza. Guardando indietro, penso di aver dovuto attraversare tutte le esperienze che ho vissuto. Penso, per esempio, al periodo trascorso a Berlino. Avevo bisogno di avvicinarmi a un certo tipo di cinema indipendente, di confrontarmi con una scena artistica diversa. Sentivo l’esigenza di fare musica in una città che mi aveva affascinato fin da ragazzo attraverso i dischi realizzati lì. Penso che tutto questo appartenga allo stesso cammino. Esiste poi una differenza sostanziale tra la musica e la recitazione. Quando componi canzoni, il processo dipende principalmente da te. Puoi scrivere, creare e produrre indipendentemente dal fatto che qualcuno ti coinvolga oppure no. Il mestiere dell’attore, invece, è legato a un numero enorme di fattori che sfuggono al tuo controllo. Dipende dalle scelte degli altri, dagli incontri, dalle opportunità, da decisioni che vengono prese altrove. Per questo ritengo che ciò che sta accadendo oggi sia il risultato di un lungo percorso di crescita e, in qualche misura, una restituzione dell’amore e della dedizione che ho investito in questo lavoro. Forse era semplicemente il momento giusto. Inoltre arriva in una fase di piena maturità. Oggi affronto le sfide con una serenità diversa rispetto a quando avevo trent’anni. L’impegno è identico, la dedizione è la stessa, ma è cambiata la prospettiva. Si acquisisce una visione più ampia, una maggiore consapevolezza e, forse, anche la capacità di esprimere nel modo migliore ciò che si ha da offrire. Per questo sono molto felice. Non provo alcun rimpianto pensando che tutto questo sarebbe dovuto accadere vent’anni fa. Se è successo adesso, significa che dovevo compiere il percorso che ho compiuto. Forse esiste anche una sorta di prova implicita in tutto questo. Se continui ad andare avanti senza arrenderti, nonostante i momenti in cui l’attenzione diminuisce o le opportunità sembrano meno numerose, significa che dentro di te esiste davvero un fuoco che alimenta questa vocazione. Vale per tutti. Vale per i grandi attori, per i grandi musicisti, per gli artisti più importanti. Nessuno vive una crescita costante. Esistono sempre fasi in cui l’intensità si attenua. La vera sfida consiste nel riuscire a restare su quell’onda, continuare a esserci e proseguire il proprio lavoro”.
Tra i vari progetti che la stanno vedendo impegnato, qual è quello che l’ha sorpresa maggiormente?
“Se parliamo dei lavori più recenti, direi che ci sono due esperienze che mi hanno colpito in modo particolare, sebbene per ragioni differenti. La prima è Spyne, l’opera prima di Antonelli. Non posso entrare troppo nei dettagli perché rischierei di rivelare elementi importanti della trama, ma posso dire che, quando mi è stato proposto il ruolo, sono rimasto immediatamente colpito dalla qualità della scrittura. La sceneggiatura era costruita con grande attenzione e, leggendo il personaggio, ho avuto subito la sensazione che racchiudesse molto più di quanto emergesse in superficie. Sembrava seguire una determinata traiettoria, ma in realtà custodiva ulteriori livelli di lettura e sviluppi inattesi. È un aspetto che apprezzo particolarmente, perché non capita spesso di incontrare personaggi dotati di una struttura così articolata, ricchi di sfumature e caratterizzati da un percorso tanto ampio all’interno della storia. Mi ha appassionato anche il lavoro di costruzione del ruolo. Dovevo gestire comportamenti differenti, o comunque diverse manifestazioni della stessa personalità, e questo mi ha stimolato moltissimo. È stato uno di quei personaggi che ti obbligano a rimanere costantemente vigile, a interrogarti di continuo sul senso e sulla direzione di ogni scelta interpretativa”.
E l’altro progetto?
“L’altro è stato sicuramente Melody in the Forest. In questo caso la sorpresa è stata legata soprattutto alla sfida rappresentata dal ruolo. Interpreto il direttore del campo di concentramento di Terezín, una figura realmente esistita. Il film racconta la storia di un grande compositore e direttore d’orchestra che viene rapito. Lo shock di quell’evento lo porta a rivivere una serie di ricordi che lo riportano alla Seconda guerra mondiale, quando era stato internato nel campo di Terezín, nell’attuale Repubblica Ceca. Attraverso questi flashback si entra nella realtà del campo, ed è lì che compare il mio personaggio: il direttore del campo di concentramento. Devo ammettere che è stato un ruolo che mi ha messo profondamente alla prova”.
Immagino: si tratta di confrontarsi con una persona che aveva ideali, convinzioni e comportamenti completamente opposti ai suoi.
“Esattamente. Quando si affrontano personaggi di questo tipo, è inevitabile porsi alcune domande. Ci si chiede da dove nasca la crudeltà. Ci si interroga su come sia possibile che certi archetipi del male, che siamo abituati a incontrare nella letteratura o nel cinema, siano invece esistiti realmente. Stiamo parlando di persone in carne e ossa. A quel punto inizi a domandarti quali fossero le motivazioni profonde che le guidavano. Molti di loro hanno giustificato le proprie azioni sostenendo semplicemente di aver eseguito degli ordini. Questa è la spiegazione che hanno lasciato. Ma per un attore non può bastare. Occorre cercare di comprendere quale forza interiore, o quale distorsione morale, consentisse a queste persone di alzarsi ogni mattina e continuare a fare ciò che facevano. Mi sono chiesto quale impulso alimentasse quei comportamenti. Da questo punto di vista è stato un lavoro estremamente stimolante, ma anche molto gravoso. E, sinceramente, non me l’aspettavo. Non mi era mai capitato di interpretare un personaggio così oscuro”.
Quando si interpreta un personaggio tanto oscuro, non esiste il rischio di portarsi a casa una parte di quel dolore o di quel buio? Non si corre il pericolo che qualcosa rimanga addosso?
“La prima considerazione da fare è che queste storie debbano essere raccontate. È importante farlo e ritengo che, per un attore, rappresenti anche una responsabilità. In fondo il nostro lavoro svolge una funzione sociale. L’attore è al servizio di una storia e deve mettersi a disposizione del racconto. Naturalmente stiamo parlando di un film, quindi esiste una dimensione artistica e narrativa che non va mai dimenticata. Tuttavia è altrettanto vero che, quando sei immerso in un progetto del genere, una certa pesantezza emotiva la avverti. In questo caso, però, c’è stato anche un aspetto molto bello. Il film è diretto da Roberto Lippolis e devo riconoscere che ha riunito un cast davvero straordinario. Vi partecipano attori internazionali di grande rilievo. Kevin Spacey, per esempio, interpreterà il direttore d’orchestra adulto nelle scene ambientate nel presente, mentre Vincent Spano veste i panni del direttore d’orchestra ebreo nella parte dedicata agli anni della guerra. Al di là dei nomi, ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la qualità umana delle persone coinvolte. C’erano molti giovani attori tedeschi che interpretavano soldati e altri personaggi legati all’apparato nazista, e tra noi si è creato un legame molto forte. Paradossalmente, osservando le dinamiche che si sviluppavano sul set, ho iniziato a riflettere su un aspetto interessante. Mi sono reso conto di quanto il senso di appartenenza a un gruppo, il cameratismo, possa trasformarsi in una forza potentissima. Questo non giustifica nulla, naturalmente, ma può aiutare a comprendere come certe persone arrivassero a convincersi di essere nel giusto. La forza del gruppo e l’identificazione con una comunità possono generare una sorta di cecità morale. È una riflessione che mi ha accompagnato per tutta la lavorazione del film. Per quanto riguarda il rischio di portarsi addosso il personaggio, ritengo che dipenda molto dalla persona e dal metodo di lavoro che adotta. Ognuno possiede i propri strumenti, la propria ‘cassetta degli attrezzi’ per costruire un ruolo. Per quanto mi riguarda, cerco sempre di partire da una domanda molto semplice: come reagirei in una situazione simile? Oppure: in che modo posso immaginare che un essere umano viva realmente una condizione del genere? Cerco sempre un punto di contatto umano, un elemento che mi aiuti a comprendere. È chiaro che il dispendio di energie esiste. Un ruolo del genere ti mette alla prova in modo profondo. Sono convinto però che sia anche un’esperienza che consente di comprendere meglio molti aspetti della natura umana. E questo vale per tutti i personaggi estremi. Che si tratti del direttore di un campo di concentramento, di un serial killer o di una figura horror, non è possibile affrontarli con superficialità. Resta sempre un film, certo. Ma prenderlo alla leggera non è possibile”.
Foto: Silvia Marangon / US: Riccardo Ciccarese
Ultimamente ci penso spesso. Mi torna in mente quella celebre frase di Nietzsche secondo cui bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante. La stella danzante, in questo caso, è l’artista: l’attore, il musicista. Qual era il caos che aveva dentro Andrea Bruschi?
“Credo che il caos che ciascuno di noi porta dentro nasca dal confronto con qualcosa di immenso: la vita stessa. Mi viene da pensare a Pasolini, anche se in questo momento non ricordo le parole esatte, quando parlava della straordinaria bellezza del creato. Oppure a Che cosa sono le nuvole?, con Pasolini e Totò. A un certo punto ci si rende conto che la vita esiste, che esiste un ordine del mondo che non conosciamo fino in fondo e che, in realtà, non sappiamo neppure perché siamo qui. Per quanto mi riguarda, il modo di sublimare tutto questo e, in qualche modo, celebrarlo, è sempre stato attraverso la creatività. Credo che, in fondo, Nietzsche si riferisse a qualcosa di simile. C’è chi indirizza la propria energia verso la guerra, il potere o altre forme di affermazione personale. E poi c’è chi trasforma quel caos in un impulso creativo. Diventa artigiano, esploratore, medico, artista. Insegue una stella. Il mio caos personale è stato il fatto che, fortunatamente, fin da bambino sono stato esposto alla musica, al cinema, al teatro e alla creatività. Quella è stata la mia North Star, la mia stella polare. È stata la forza che mi ha guidato. Mi ha aiutato a evitare molte situazioni dolorose e, anche quando il dolore è arrivato, mi ha fornito una chiave per comprenderlo e attribuirgli un significato. Per questo mi considero una persona fortunata. Ho avuto un caos danzante che mi ha reso soprattutto un grande curioso. Curioso delle arti, delle storie e delle possibilità. Poi, quasi senza rendermene conto, ho deciso di compiere il salto. Dico ‘quasi’ perché credo che, se una persona fosse pienamente consapevole di tutto ciò che una scelta del genere comporta, probabilmente non la farebbe. Se si valutasse fino in fondo che cosa significa intraprendere una strada artistica ed esporre la propria esistenza a una tale dose di incertezza, forse non si troverebbe il coraggio di saltare: una certa dose di incoscienza, invece, è necessaria per affrontare un percorso come questo”.
Nel compiere quel salto, nel decidere di seguire questa strada, quale forma di ambizione è stata necessaria? E quale ambizione, eventualmente, ha trovato compimento?
“È una domanda che mi pongo spesso. Perché la musica, a mio avviso, possiede una spinta quasi metaesistenziale. Fare l’attore, invece, può apparire leggermente più edonistico. In fondo l’attore si espone, si mostra, mette se stesso al centro dello sguardo. Credo però che il punto sia un altro. Ricordo una delle tante interviste di Pasolini, nella quale esprimeva un concetto molto interessante: si può anche partire da una spinta edonistica, ma ciò che conta davvero è capire che cosa se ne fa in seguito. È lì che si gioca la partita. Per questo, prima, parlavo contemporaneamente di raccolta e di semina. A un certo punto diventa importante comprendere in quali progetti si finisce, quale percorso si costruisce e quali energie si riescono a generare intorno a sé. Sono aspetti che probabilmente si comprendono soltanto dopo molti anni. Si realizza un progetto, poi un altro, poi un altro ancora. Solo guardando indietro si riesce a capire se si è stati compresi, se si è riusciti a entrare davvero negli ambienti artistici che si desiderava frequentare e se si sono create le condizioni per arrivarci. Inoltre una persona cambia continuamente. L’obiettivo che si ha a venticinque anni non può essere lo stesso che si ha a cinquanta. Sarebbe quasi paradossale. Ritengo che tutto dipenda dalla spinta iniziale e dal modo in cui la si coltiva nel tempo. Per riprendere l’immagine degli attrezzi, ciascuno possiede la propria cassetta degli strumenti e, poco alla volta, continua a scolpire se stesso. Si può partire anche da un impulso edonistico, ma ciò che conta è la direzione che quell’impulso prende. Se lungo il percorso si incontrano opere come Che cosa sono le nuvole?, Il Vangelo secondo Matteo o Otto e mezzo, allora accade qualcosa. Ci si sta avvicinando a un centro. Per questo considero quello dell’attore un mestiere profondamente artigianale. Ognuno lo esercita secondo la propria sensibilità e la propria visione del mondo. Poi esistono il mercato e le dinamiche produttive, ma quella è un’altra questione. La spinta iniziale può essere istintiva, persino giovanile. Con il passare del tempo, però, ciascuno decide come governarla, come trasformarla e come darle forma”.
Lei è attore, ma è anche musicista. Tra queste due forme di espressione, quale sente più vicina all’obiettivo che si era posto?
“In realtà credo che entrambe abbiano raggiunto il loro obiettivo e, allo stesso tempo, continuino a ridefinirlo. È come se esistesse una serie di bersagli disposti uno dietro l’altro. Ne colpisci uno e subito ne compare un altro. E poi un altro ancora. Guardando indietro, mi rendo conto che ciò che mi interessava davvero era esplorare. La musica, da una parte, sembrava più accessibile. Puoi iniziare da casa, puoi praticarla a qualsiasi livello. Il cinema, invece, richiede l’ingresso in una dimensione molto più ampia e dipende da una quantità enorme di fattori che non controlli. La musica, però, è sempre stata la mia linfa vitale. Ancora oggi ascolto dischi ogni giorno. Li ascolto in vinile, in macchina, ovunque mi trovi. In fondo la musica è stata la mia letteratura. È attraverso la musica che ho scoperto la letteratura e il cinema. Per questo essere riuscito a realizzare dischi come autore e cantante, lavorando con i musicisti che desideravo avere accanto, rappresenta per me una soddisfazione enorme. Quei lavori hanno seguito il loro percorso, hanno ricevuto il riconoscimento che meritavano e oggi esistono nel mondo. In questo momento sto lavorando a un nuovo album interamente in italiano. È un progetto che rappresenta anche un omaggio alla mia città, Genova, ma che contiene tutte le influenze musicali che mi hanno accompagnato nel corso della vita, italiane e internazionali. Mi piace immaginarlo come un veliero pronto a prendere il largo. E sono davvero molto felice di questo lavoro”.
Un disco che si intitola Orchidea…
“Orchidea era il nome di uno storico night club genovese, uno dei più importanti d’Italia. Faceva parte di quel circuito di locali che, tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, ospitavano musicisti provenienti da ogni parte del mondo. L’album è ambientato idealmente nella Genova del 1959, proprio all’interno del Club Orchidea. Naturalmente non si tratta di un disco di cover anni Cinquanta. Le sonorità sono contemporanee; è un lavoro dichiaratamente postmoderno. Mi interessava però costruire un racconto che prendesse avvio da quell’universo. Il progetto comprende anche un fumetto. Ho scritto e sceneggiato una storia insieme ad Andrea Ferraris, un artista straordinario. Inizialmente avevamo realizzato una sorta di prologo, ma successivamente abbiamo sviluppato l’idea di una vera e propria graphic novel ambientata nello stesso universo narrativo del disco. Mi piacerebbe molto riuscire a portarla a termine. E non mi dispiacerebbe, un giorno, trarne un film o magari una miniserie. Per il momento esisteranno il disco e questo primo fumetto. Poi vedremo dove ci condurrà il progetto”.
I suoi non sono due percorsi diversi: sono semplicemente le tante facce dello stesso artista.
“Sono assolutamente d’accordo. Anzi, fino agli anni Settanta e Ottanta era una condizione del tutto normale. Molti artisti erano contemporaneamente attori, musicisti e cantanti. Il mondo dello spettacolo attingeva con naturalezza a figure di questo tipo. Oggi tendiamo a ragionare per compartimenti più rigidi, ma storicamente non è sempre stato così. Faceva tutto parte di un unico percorso creativo”.
Se musica e recitazione fossero due persone amate, quale delle due ha avuto più volte la tentazione di tradirla?
“Sinceramente, nessuna delle due. Credo di aver imparato che non bisogna proiettarsi troppo oltre ciò che si sta facendo. È giusto avere degli obiettivi, ma non bisogna diventare dipendenti dal risultato. Quando ho iniziato, per esempio, esistevano percorsi molto più rigidi. Non potevi registrare un disco da solo, realizzare un self tape o girare un cortometraggio quasi in autonomia. Esistevano regole molto precise e bisognava necessariamente attraversarle. Oggi molte dinamiche sono cambiate. Puoi costruire un progetto musicale, preparare un provino o realizzare un cortometraggio quasi da solo. Ma l’aspetto fondamentale rimane lo stesso: non bisogna vivere nell’attesa costante di una ricompensa. A volte un lavoro viene scoperto dieci o vent’anni dopo. Altre volte viene celebrato immediatamente e poi dimenticato nel giro di poco tempo. Per questo non mi sento tradito né dalla musica né dalla recitazione. Naturalmente ho commesso degli errori. Ci sono stati progetti che non hanno avuto l’esito che speravo. Non essere scelto per un film può fare male. Però, sia quando scrivevo musica sia quando preparavo un ruolo o un provino, ho sempre cercato di dare il massimo. Ho sempre prestato maggiore attenzione al percorso che al risultato finale. Mi interessava capire dove stessi andando e, soprattutto, mettermi alla prova. Anche le delusioni hanno una funzione. Se ci si concede il tempo necessario per riflettere sul proprio percorso, alla fine si comprende perché determinati eventi siano accaduti. E credo che la prova del fatto che non mi abbiano tradito sia molto semplice: sono ancora qui. Continuo a fare entrambe queste attività. Probabilmente, se avessi inseguito obiettivi diversi, oggi avrei accumulato più amarezza. Ma rispetto al percorso che ho costruito, non sarebbe giusto assumere questo atteggiamento”.
Andrea Bruschi, come declina la parola “successo”? Come la rappresenta? Che significato le attribuisce?
“È una parola che racchiude moltissimi significati. Anzitutto è il participio passato del verbo ‘succedere’: qualcosa che è accaduto, qualcosa che si è compiuto e che, in qualche modo, è stato riconosciuto. Poi il suo significato cambia con il tempo. Alcune opere vengono comprese immediatamente, altre vengono riconosciute dieci, venti o cinquant’anni dopo. Alla fine credo che uno degli obiettivi più semplici e profondi che una persona possa avere nella vita sia trovare qualcuno che la riconosca per ciò che è realmente. Se incontri una persona capace di vederti davvero per quello che sei, hai già raggiunto qualcosa di importante. Poi esiste il successo inteso come popolarità, notorietà, fama mondiale. È una dimensione che può affascinare, soprattutto in gioventù. Crescendo, però, mi sono reso conto che non credo sia quella la priorità. Naturalmente dipende da ciò che si cerca. Se il tuo punto di riferimento è Madonna, probabilmente inseguirai una determinata idea di successo. E lo dico con grande rispetto, perché è un’artista che ho sempre apprezzato. Per quanto mi riguarda, invece, uno dei riferimenti più importanti è sempre stato John Cassavetes. Cassavetes faceva l’attore, ma realizzava anche i propri film. Li girava con gli amici, con sua moglie, arrivando spesso a ipotecare la casa acquistata grazie al lavoro di attore pur di continuare a realizzare il cinema che desiderava. Ha avuto successo durante la sua vita, certamente. Il suo percorso è stato riconosciuto. Tuttavia la reale portata della sua visione cinematografica è stata compresa molto tempo dopo. Anzi, da un certo punto di vista, credo che la forza del suo cinema debba ancora essere scoperta fino in fondo. Per questo considero il successo una parola dai significati molteplici. Probabilmente a Cassavetes, come a molti altri artisti, interessava soprattutto riuscire a creare opere dotate di valore umano, sociale e artistico, più che accumulare premi e riconoscimenti. Alla fine i film di David Lynch, Fellini, Tarkovskij o dello stesso Cassavetes hanno ricevuto numerosi premi, certo. Ma ciò che ricordiamo davvero è la loro opera. Esistono film che vincono riconoscimenti importantissimi e che, dopo pochi anni, vengono dimenticati. Talvolta non ricordiamo neppure chi abbia vinto un Oscar soltanto qualche stagione prima. Quello che resta è altro. Poi è chiaro: se il mio percorso dovesse continuare a crescere, se dovessero arrivare nuove opportunità, ne sarei felicissimo. Le accoglierei a braccia aperte. Ma la mia idea di successo è molto più legata al riconoscimento autentico di ciò che sei e del cammino che hai costruito”.
Coniugando vita privata e vita professionale, l’arte l’ha aiutata a trovare tutte le risposte alle domande che si poneva?
“No, assolutamente. L’arte non mi ha fornito delle risposte. Mi ha aiutato a formulare domande. E per me è questo l’aspetto fondamentale. Chi non si interroga è spacciato in partenza. Credo che l’arte non debba rassicurare nessuno. Naturalmente va benissimo la commedia, va benissimo una canzone felice, va benissimo qualsiasi forma espressiva. Non sto dicendo che l’arte debba essere necessariamente complessa o dolorosa. Penso però che il suo compito non sia quello di tranquillizzarci. Mi viene in mente una frase di David Bowie. Diceva che un artista dovrebbe trovarsi sempre in acque inesplorate, in territori che non conosce completamente. Più quelle acque sono sconosciute, più tutto diventa interessante. Un’opera puramente consolatoria rischia di esaurirsi in se stessa. Alla fine si ricorda un film, un concerto o un quadro perché quell’opera ci ha fatto riflettere, ci ha costretti a confrontarci con qualcosa di grande, con un’emozione intensa o con un interrogativo che non avevamo ancora formulato. Per questo penso che l’arte debba suscitare domande più che offrire risposte. Anche perché molte risposte, probabilmente, non esistono. Quello che possiamo fare è continuare a interrogarci e costruire, all’interno di quelle domande, il nostro percorso. Almeno questa è la mia convinzione”.
Il suo lavoro ha influenzato le sue scelte di vita privata?
“Il mio lavoro è parte integrante della mia vita. Non lo vivo come qualcosa di separato. È una passione autentica e, proprio per questo, appartiene alla mia esistenza. Anche nella mia famiglia viviamo tutto questo a trecentosessanta gradi. Siamo praticamente tutti artisti e l’arte è sempre stata una presenza naturale. Detto questo, non credo che il percorso artistico sia superiore alla vita. La vita resta la dimensione fondamentale. Al suo interno trova spazio anche questa componente creativa, che per me rappresenta un collante, un carburante, una forza capace di alimentare tutto il resto. Per questo le scelte professionali che ho compiuto sono sempre state, prima di tutto, scelte di vita. Se domani mi proponessero di trasferirmi per sei mesi o per un anno in un altro Paese, non lo considererei soltanto un cambiamento lavorativo. Sarebbe una decisione che riguarda la mia esistenza nel suo complesso. Naturalmente molto dipende dalla fase della vita in cui ci si trova. Tuttavia tutto ciò che ho fatto, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nel mio percorso personale”.
Sente il peso dell’età che passa?
“Più che il peso, sento la ricchezza della maturità. Per me la maturità è una straordinaria risorsa. Se posso usare una metafora, è come sapere esattamente dove dare il colpo di martello. Quando sei giovane ne dai cento, mille, sperando di colpire il punto giusto. Con il tempo impari a darne uno soltanto, ma nel punto esatto. Sai dove guardare. Sai come orientarti. Sai quali domande porti con te e in che modo cambiano le prospettive. Per questo considero la maturità una conquista. Naturalmente il passare del tempo si percepisce. Lo si vede nella crescita, nella trasformazione, nella fragilità e nello sviluppo naturale di ogni esperienza. È un concetto facile da esprimere a parole e molto più difficile da interiorizzare davvero, ma credo che il trascorrere del tempo andrebbe accolto con naturalezza. Spesso il mondo ci comunica il messaggio opposto. Ci invita continuamente a fuggire dall’invecchiamento, a contrastarlo, a nasconderlo. Non la penso così. Credo che ogni stagione della vita abbia le proprie ricchezze, i propri passaggi e le proprie scoperte. E penso che la maturità collochi una persona in una posizione particolare: nel cuore della vita. Con tutto ciò che questo comporta. Con le sue meraviglie e anche con le sue tragedie. Perché fanno parte dello stesso viaggio”.
Oggi Andrea Bruschi, da artista, che cosa sogna ancora?
“Da artista sogno soprattutto di continuare a incontrare l’arte degli altri. Sono una persona che attende sempre il prossimo film da scoprire, il prossimo regista, il prossimo disco, la prossima canzone. Esistono talenti immensi di cui oggi magari si parla poco e che verranno riconosciuti più avanti. Continuo ad aspettare quelle scoperte. Continuo a desiderare di sorprendermi. Per quanto riguarda il mio lavoro, mi auguro di essere coinvolto in progetti che mi mettano alla prova, che siano stimolanti e che abbiano qualcosa da chiedermi. Soprattutto, però, spero che siano esperienze umane significative. Alla fine il tempo lo si trascorre insieme alle persone. Si condivide una parte importante della propria vita con chi lavora accanto a noi. Per questo la dimensione umana resta fondamentale. Ciò che desidero è continuare a fare incontri straordinari. Conoscere persone straordinarie. E partecipare a esperienze straordinarie. In fondo, il mio sogno oggi è ancora questo”.
US: Riccardo Ciccarese
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