Nel TPNW una nuova visione del diritto internazionale contro le armi nucleari. Superare la deterrenza con la nonviolenza attiva e la terrestrità (Laura Tussi)


Nel contesto delle crisi globali e del ritorno della minaccia nucleare come strumento di pressione geopolitica, il pensiero della pace è chiamato oggi a un salto di qualità concreto e non più soltanto teorico. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) non rappresenta solo un avanzamento giuridico, ma il punto di emersione di una nuova visione politica fondata sulla “Terrestrità”: l’idea che l’umanità condivida una stessa condizione planetaria e una responsabilità comune verso la vita sulla Terra.

In questo quadro, la società civile internazionale assume un ruolo decisivo nel ridefinire il diritto internazionale dal basso, spostando il centro della sicurezza globale dalla deterrenza nucleare alla protezione della vita e degli ecosistemi. La Terrestrità si configura così come una categoria concreta di interpretazione del presente, capace di tradurre la nonviolenza attiva in processo politico e giuridico di disarmo reale.

Il dibattito contemporaneo sulla sicurezza globale resta da decenni intrappolato in un paradosso logico ed esistenziale: l’idea che la sopravvivenza dell’umanità debba fondarsi sulla minaccia della sua distruzione totale. Questa dottrina, storicamente codificata come deterrenza nucleare, non rappresenta soltanto una scelta di politica militare, ma configura una vera e propria gabbia ontologica che riduce la pace a una tregua instabile fondata sul terrore.

Di fronte a questa paralisi del pensiero geopolitico, l’azione della società civile globale — incarnata dal percorso umanitario che ha condotto al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) — non si è limitata a introdurre un nuovo strumento giuridico, ma ha aperto una trasformazione filosofica e politica che ridefinisce le categorie stesse di sovranità, sicurezza e coesistenza.

Al centro di questa svolta si colloca il concetto di “Terrestrità”. Esso supera le tradizionali e rigide categorie di cittadinanza nazionale e di internazionalismo statocentrico, introducendo una prospettiva radicalmente ecologica ed etica. Sentirsi “terrestri” significa riconoscere l’interdipendenza assoluta tra la vita umana e l’ecosistema planetario. Se l’Antropocene ha mostrato la capacità distruttiva della tecnica umana, la Terrestrità risponde con la consapevolezza della comune vulnerabilità biologica.

L’arma nucleare, in questa prospettiva, smette di essere un simbolo di potenza e viene svelata per ciò che realmente è: la negazione della Terra stessa, un ordigno biocida capace di cancellare non solo il nemico politico, ma il futuro della biosfera. La Terrestrità diventa così il fondamento di una responsabilità nuova, non più limitata dai confini geopolitici, ma estesa alla totalità della vita presente e futura.

Per tradurre questa consapevolezza in azione politica, il pensiero tradizionale ha oscillato a lungo tra la realpolitik del compromesso armato e un pacifismo puramente testimoniale o passivo.

La via d’uscita da questo vicolo cieco risiede nell’adozione di una “nonviolenza poietica” o attiva. Dal greco poíesis, l’atto del creare e del dare forma, questo approccio trasforma la nonviolenza da semplice rifiuto del conflitto o resistenza passiva in una forza generativa, concreta e progettuale.

La nonviolenza poietica non si limita a contestare le strutture della violenza, ma costruisce attivamente nuove realtà sociali, giuridiche e relazionali. Essa si esprime nella capacità di aprire canali diplomatici alternativi, risignificare il linguaggio della sicurezza e tessere reti transnazionali di solidarietà capaci di incidere sulle istituzioni multilaterali.

È in questa cornice che assume un valore strategico il disarmo unilaterale. Nella grammatica della diplomazia classica, il disarmo è quasi sempre concepito come processo simmetrico e negoziale, fondato sulla diffidenza reciproca: ci si disarma solo se lo fa anche l’altro. Questa logica, tuttavia, ha storicamente contribuito a cristallizzare lo status quo nucleare.

Il disarmo unilaterale rompe tale circuito. Non è un gesto di ingenuità o di resa, ma un atto di sovranità etica capace di scardinare l’architettura della paura.

Scegliendo il disarmo, una comunità politica ridefinisce i propri parametri di sicurezza e sottrae all’avversario la giustificazione speculare del riarmo. Lungi dall’essere un punto d’arrivo isolato, esso diventa un catalizzatore dinamico: una fessura nel muro della deterrenza che apre lo spazio al disarmo globale.

L’adozione del TPNW rappresenta il consolidamento istituzionale di questa visione. Attraverso il cosiddetto “percorso umanitario”, la società civile organizzata e gli Stati non nucleari hanno operato una risignificazione radicale del diritto internazionale, spostando il baricentro dal calcolo strategico agli effetti concreti e devastanti delle armi nucleari.

Il trattato ha così rimosso l’aura di legittimità che per decenni ha circondato gli arsenali atomici, dimostrando che il diritto può essere una pratica poietica: uno spazio in cui la società civile non è spettatrice, ma soggetto attivo della normazione globale.

In conclusione, la transizione verso una società della pace realmente giusta richiede il superamento delle categorie politiche del XX secolo. Attraverso la lente della Terrestrità e la pratica della nonviolenza poietica, il disarmo cessa di essere un’utopia astratta per rivelarsi come l’unica opzione realistico-esistenziale per la prosecuzione dell’avventura umana.

Il lavoro quotidiano delle reti di base e dei movimenti internazionali dimostra che la pace non è un evento messianico, ma un processo continuo di costruzione: una tessitura lenta e costante che, goccia dopo goccia, ridefinisce i confini del possibile e restituisce l’umanità alla sua responsabilità terrestre condivisa.

 

 

Laura Tussi

Nella foto: Le esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki hanno segnato la memoria collettiva globale e hanno ispirato un’arte che testimonia il dolore e mette in guardia dall’orrore della guerra atomica: il progetto artistico Shadow Project, ispirato alle ombre lasciate dalle persone vaporizzate durante l’esplosione delle due bombe atomiche, trasformò l’assenza e la perdita in un linguaggio universale di pace e impegno civile.


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