Testimone e combattente, racconta la condizione dei popoli indigeni dell’Amazzonia: da 2 milioni a 800 mila
Si chiama Atucà Guaranì. È cresciuto con la zia. Della madre conserva solo frammenti. Una capanna nella foresta, i ragni con cui giocava da bambino, una voce che lo rimprovera. Poi il vuoto. Non ha mai saputo quale sia stato il suo destino.
La sua storia fa da sfondo all’incontro con i 150 studenti dell’Istituto comprensivo Poli-Gallicano nel Lazio, alla presenza della referente di plesso Ester Doddi, del sindaco Federico Mariani, della vicesindaca Barbara Cascioli e della Consigliera Sabrina Brugnoli in rappresentanza dell’amministrazione comunale. L’appuntamento chiude il ciclo di conferenze scolastiche per quest’anno.
Atucà avrebbe potuto seguire una strada diversa. Ha studiato architettura all’Università di Buenos Aires, si è laureato e ha lavorato insieme a un cugino ingegnere. Insieme hanno realizzato quello che è considerato il più grande parco giochi del Brasile. Una professione, un futuro stabile, una carriera già avviata.
Poi è tornato in Amazzonia.
Quando parla del suo popolo, preferisce i fatti. Racconta che gli indigeni erano almeno due milioni. Oggi, dice, sono circa ottocentomila. Molte comunità vivono nelle riserve, non nel cuore della foresta, ma ai margini dei centri abitati. Una vicinanza che non significa integrazione, ma esposizione.
Lo Stato garantisce aiuti alimentari, riso, pasta e altri prodotti di prima necessità, e col tempo hanno adottato abitudini sempre più simili a quelle della società urbana. Ma ciò che tiene viva la cultura guaranì viene trasmesso dagli anziani ai più giovani. Sono loro a insegnare ai bambini come orientarsi nella selva, quali frutti raccogliere, quali piante evitare, come comportarsi davanti a un coccodrillo e come interpretare i suoni della foresta.
Per Atucà non si tratta di una forma di educazione ambientale nel senso occidentale del termine. “L’indio non si impone di rispettare la foresta, vive semplicemente in simbiosi con essa”. Una relazione che contrasta con quella di chi considera la natura una risorsa da sfruttare, fino a bruciare gli alberi, avvelenare i fiumi e distruggere gli equilibri della fauna selvatica.
Dopo la laurea decide di tornare in Amazzonia per cercare le proprie radici. “Quando sono tornato nella selva sapevo ancora camminare al buio”. Una capacità che nella foresta può essere decisiva per sopravvivere. Un sapere antico che i Guaranì trasmettono da generazioni e che Atucà lega a una profezia secondo la quale, quando il sole non riuscirà più a illuminare la Terra e l’uomo avrà smarrito il proprio equilibrio con il pianeta, allora “l’indio darà la mano al bianco e gli insegnerà a camminare nel buio”.
In quegli anni assiste in prima persona agli scontri tra indigeni e gruppi armati, che operano nelle aree contese. Le incursioni di mercenari continuano ancora oggi. Le riserve non sempre sono una protezione sufficiente. Dietro i conflitti ci sono interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse naturali, delle terre rare, attività agricole intensive, allevamenti e deforestazione.
Atucà Guaranì durante l’incontro con gli studenti: oggi molte comunità native vivono in riserve ai margini dei centri abitati (ph. autore)
Atucà rivela di aver perso gran parte della propria famiglia. La compagna, che non aveva ancora vent’anni, e il figlio di appena otto mesi furono uccisi quando lui stesso era poco più che un ragazzo. “Non avevo vent’anni”, rievoca. Da allora la sua vita ha preso un’altra direzione.
Ha vissuto anni segnati dagli scontri. Dice di aver preso parte a più di cento. Sostiene di non avere mai abbandonato un nemico ferito. “Quando un mercenario è colpito torna a essere un essere umano”, afferma. Ha visto donne vittime di violenze estreme, intere tribù distrutte, famiglie disperse. “Il dolore fisico passa – osserva – quello emotivo resta”.
Esperto di arti marziali brasiliane, maestro di malambo, danza della tradizione gaucha, e delle boleadoras (tre corde unite a una pietra utilizzate per la caccia e la difesa), ha finito per dedicare la propria esistenza alla difesa delle comunità indigene.
Dal 1988 viaggia in diversi Paesi per parlare della condizione dei popoli dell’Amazzonia. È rappresentante UNESCO e ha partecipato a numerosi incontri dedicati ai diritti delle popolazioni native.
Ricostruisce in particolare la Conferenza di Rio del 1992. Molti indios raggiunsero la città, alcuni dopo sei mesi di cammino, convinti che l’attenzione della comunità mondiale avrebbe garantito la tutela delle loro terre. “Credevamo che i nostri territori sarebbero stati rispettati, pensavamo che i massacri sarebbero finiti”. Ma quelle aspettative sono rimaste disattese. “Non è cambiato nulla. Anzi, è peggiorato”.
Le terre dei nativi continuano a essere al centro di forti interessi economici. Anche nei contesti più prestigiosi Atucà cerca di non dimenticare chi vive nella foresta. Durante una cena di gala organizzata nell’ambito di attività UNESCO ordinò soltanto pane e insalata. “Non posso parlare di miseria se i miei fratelli vivono nella miseria e io mangio come un principe”.
Oggi il suo impegno si concentra soprattutto nelle scuole. Incontra studenti, porta la memoria dei Guaranì nelle aule e trasmette un patrimonio che rischia di andare perduto insieme ai gruppi che la custodiscono.
Il progetto che porta avanti si ispira a un antico ideale indigeno. La ricerca della “terra senza il male, senza mandinga”, un luogo dove vivere senza violenza, persecuzioni e sopraffazioni. Una ricerca che, nella sua narrazione, coincide con la difesa della dignità umana e della memoria collettiva.
Alla fine degli incontri non parla di politica né di strategie. Torna sempre alle persone che ha perduto. Il grande amore della sua vita è rimasto nella selva insieme alla moglie e al figlio. Di sua madre continua a non sapere nulla.
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Giovanni Ierfone
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