Nell’inchiesta di Cyrille Louis su Le Figaro, il manifesto per una nuova destra d’Oltralpe: rigore finanziario, stabilità e radici identitarie. Perché la destra francese ha bisogno del modello Meloni

Continua la fascinazione di «Le Figaro» per Giorgia Meloni, oramai consacrata dalle colonne del quotidiano conservatore francese come un vero e proprio modello geopolitico. Attraverso gli editoriali di firme di punta come Nicolas Baverez, Le Figaro, ne ha più volte lodato il pragmatismo e la stabilità istituzionale, doti capaci di trasformare l’Italia in un pilastro dell’Unione Europea e di sancirne un parziale sorpasso economico e politico sui partner occidentali. A sigillare questo corso è l’inchiesta, in sei puntate, a firma di Cyrille Louis. Il reportage ritrae la Premier italiana come una leader coerente, evidenziandone la netta evoluzione dal passato post-fascista. Lontano dall’approccio scandalistico storicamente riservato a Silvio Berlusconi, l’analisi di Le Figaro decodifica il «metodo Meloni» come una sintesi vincente tra difesa dell’identità nazionale e responsabilità di governo.
L’inchiesta di Cyrille Louis descrive l’ascesa di Giorgia Meloni, focalizzandosi sulla trasformazione di Fratelli d’Italia in forza di governo istituzionale.Viene evidenziato il ruolo chiave di Gianfranco Fini nella normalizzazione della destra italiana, completata poi dall’attuale presidente del Consiglio.

«Ammetto di non averci creduto»: Gianfranco Fini rievoca gli esordi di Giorgia Meloni e parla con ammirazione della straordinaria parabola della sua ex protetta. Poco dopo che le loro strade si erano separate, nel 2012, Meloni creò il partito nazional-conservatore Fratelli d’Italia (FdI). «Fu stata una scelta coraggiosa», ammette Fini. Dieci anni dopo, divenne la prima esponente di questa famiglia politica a essere nominata Primo Ministro.
La svolta si formalizzò nel gennaio del 1995 al congresso di Fiuggi. Lì, Gianfranco Fini ottenne l’approvazione per lo scioglimento dell’MSI e la sua sostituzione con un nuovo partito, Alleanza Nazionale (AN), fondato poco prima nella speranza di ampliare il proprio bacino di consenso oltre la ristretta cerchia dei nostalgici. Il distacco dall’eredità del fascismo fu esplicito. Il partito entrò a far parte del governo guidato da Silvio Berlusconi. Nel 2003, durante una visita a Gerusalemme al memoriale della Shoah, Yad Vashem, Gianfranco Fini definì le leggi razziali adottate nel 1938 dal regime fascista, «il male assoluto». Giorgia Meloni, aderì ad AN. Eletta Consigliere provinciale nel 1998, a sud di Roma, assunse la guida dell’ala giovanile di AN, e sei anni dopo, al Congresso di Viterbo, sul palco, la giovane leader concluse il suo discorso parafrasando un verso del Cyrano de Bergerac, elettrizzando i suoi compagni: «Che i nani se ne vadano a casa, che si tolgano di mezzo! Per placare la mia immensa ira, ho bisogno di giganti!». Subito dopo la sua elezione, tese un ramoscello d’ulivo al suo rivale milanese, Carlo Fidanza, che aveva difeso una linea più radicale ma aveva scelto di schierarsi dalla sua parte. La nuova generazione voleva porre fine alle divisioni; Giorgia Meloni impiegò un mix di abilità e autorevolezza per sanarle. Eletta in Parlamento nel 2006, fu subito catapultata alla vicepresidenza della Camera grazie all’appoggio di Gianfranco Fini. Due anni dopo, Silvio Berlusconi la portò al governo.

Cyrille Louis spiega come anche i suoi oppositori ne riconoscano il suo notevole pragmatismo. «Tutti concordano sul fatto che stia facendo meglio del previsto», osserva lo storico ed ex ministro di centrodestra Gaetano Quagliariello, che ritiene che «il suo più grande merito sia quello di aver ristabilito una stabilità politica che non si vedeva da tempo». Quattro anni dopo essere salito al potere, i sondaggi attribuiscono a Fratelli d’Italia circa il 28% dei voti, due punti percentuali in più rispetto al risultato elettorale e sette-otto punti in più rispetto al principale partito di opposizione.

Sul caldo tema dell’immigrazione, la deputata Sara Kelany di Fratelli d’Italia, ricorda il forte calo degli arrivi, passati da 150.000 nel 2023 a 66.000 lo scorso anno. Alfonso Giordano, esperto di migrazioni presso l’Università Luiss-Guido Carli, accoglie con favore il piano Mattei di cooperazione e aiuti allo sviluppo negoziato dal presidente italiano con diversi paesi africani. Questo piano mira in particolare a fornire un quadro di riferimento per la formazione dei lavoratori autorizzati a venire in Italia per soddisfare le esigenze del mercato del lavoro segnalate da Confindustria. Un primo «decreto sui flussi migratori», adottato nel settembre 2023, ha consentito l’ingresso di 452.000 stranieri, mentre un secondo decreto, pubblicato nell’ottobre 2025, prevede l’assegnazione di ulteriori 500.000 permessi di soggiorno in un triennio. «Non confondiamo gli immigrati che arrivano per lavorare legalmente con i migranti irregolari che si macchiano di reati», ha spiegato Sara Kelany.

«La sua ascesa in un mondo dominato dagli uomini dimostra che è possibile per le donne superare gli ostacoli e sconfiggere gli stereotipi che le emarginano», dichiara Consuelo del Balzo. «Purtroppo, però, le femministe di sinistra preferiscono criticare la sua carriera piuttosto che celebrarla».
«Alcuni pensavano che con Giorgia Meloni l’Italia avrebbe reciso i legami con Bruxelles, sarebbe sprofondata nell’instabilità o sarebbe tornata su posizioni ambigue nei confronti di Mosca. Ma è successo proprio il contrario», osserva con un sorriso il deputato di FdI Antonio Giordano. La leader italiana ha condannato inequivocabilmente l’invasione russa e ha offerto il suo pieno sostegno all’Ucraina già nel febbraio 2022.
Giorgia Meloni sa fin troppo bene che non può fare a meno dell’Europa. Non ha dimenticato l’umiliazione inflitta all’Italia quando Silvio Berlusconi, di cui era allora la più giovane ministra, si dimise nel 2011 sotto la pressione di Parigi e Berlino, dopo aver perso la fiducia dei mercati. Né ignora quanto il suo governo dipenda dai 200 miliardi di euro stanziati nell’ambito del piano di ripresa post-Covid. Contrariamente a quanto alcuni avrebbero potuto temere, non ha aumentato il deficit, né ha cercato di ostacolare il funzionamento collegiale dell’Unione e va piuttosto d’accordo con la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen osserva Cyrille Louis.

«Giorgia Meloni ha rassicurato i suoi omologhi senza rinunciare alla propria identità», afferma Antonio Giordano, «evitando con cura sia una posizione di protesta che si sarebbe rivelata inefficace, sia una maggioranza in cui la nostra identità sarebbe finita per essere annacquata». L’eurodeputato Nicola Procaccini (FdI) aggiunge: «Giorgia Meloni difende un’Europa in cui ogni Paese conservi la propria sovranità, ma non vuole che il superstato concentri tutto il potere, come stanno cercando di fare le élite di Bruxelles».

Sui rapporti con Trump, il deputato Antonio Giordano ammette a malincuore che il loro rapporto ha conosciuto tempi migliori. «I punti di attrito si sono moltiplicati negli ultimi mesi», sospira il politico, che svolge il ruolo di apripista nella galassia Maga. «Giorgia Meloni e Donald Trump condividono reali affinità su alcune questioni fondamentali», sottolinea, «come la sicurezza delle frontiere, l’interesse nazionale, l’identità culturale e una particolare visione dell’Occidente. Ma non confondiamo la vicinanza con la subordinazione».

Il pragmatismo di Giorgia Meloni caratterizza, per il corrispondente di Le Figaro, anche il suo rapporto con Emmanuel Macron. I due leader, la cui apparente mancanza di punti d’incontro ha alimentato la stampa italiana negli ultimi quattro anni, hanno messo in scena il loro riavvicinamento il 25 giugno scorso al vertice franco-italiano di Antibes. Firma di accordi bilaterali, una visita privata al Museo Picasso e una cena a quattr’occhi durata oltre due ore e mezza. La Presidente del Consiglio, scossa dal recente litigio con Donald Trump, voleva chiaramente seppellire l’ascia di guerra. Dopo il duro faccia a faccia con il Presidente americano, ha scelto di schierarsi al fianco dei suoi partner europei. Forse in attesa della prossima chiamata. Sul fenomeno Vannascci tranchant il commento di Antonio Rapisarda; «Non abbiamo alcun legame con queste persone; direi anzi che molti di loro ci considerano i loro peggiori nemici».

«Giorgia Meloni ha trasformato una corrente politica che molti consideravano marginale in un partito di governo che abbraccia pienamente le istituzioni democratiche», ricorda Antonio Giordano. Il deputato siciliano sottolinea che il suo Paese è da sempre un laboratorio politico. «Molti, soprattutto in Francia, osservano con interesse ciò che sta accadendo in Italia», confida con entusiasmo. Il modello Meloni potrebbe influenzare il blocco conservatore francese in vista dell’elezione presidenziale del prossimo anno. L’ex Primo Ministro ed ex Commissario europeo Paolo Gentiloni, ammette che i timori di una deriva illiberale espressi all’arrivo al potere di Giorgia Meloni si sono rivelati «esagerati».

Il lungo viaggio di Le Figaro dentro il fenomeno Meloni squarcia il velo sulla vera ambizione dei conservatori transalpini: trovare la chiave di volta per il 2027. I giudizi lusinghieri della stampa intellettuale francese non sono semplici attestati di stima, ma riflettono una profonda fascinazione strategica. Giorgia Meloni ha dimostrato che è possibile normalizzare la destra conservatrice senza svuotarla di contenuti. Per una Francia che si avvicina alla prossima presidenziale frammentata e in cerca di leadership, l’esperimento italiano non è più solo un caso di studio, ma il potenziale spartito su cui scrivere il futuro della destra d’Oltralpe.

 

 

 


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Andrea Verde

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