L’intesa nucleare USA-Arabia Saudita rivelata dalla CNN potrebbe incrinare il gold standard che dal 2009 regola il nucleare civile nel Golfo.
INTRODUZIONE
Il 18 luglio la CNN ha rivelato che l’amministrazione Trump ha concordato in via preliminare con l’Arabia Saudita un’intesa di cooperazione nucleare civile che consentirebbe a Riyadh di arricchire uranio sul proprio territorio. I negoziati si erano chiusi in ottobre. Il testo, però, attende ancora la firma presidenziale e, secondo quattro fonti citate dall’emittente, non è mai arrivato al Congresso, passaggio che la legge americana impone una volta apposta la firma. Il pacchetto comprende un accordo ai sensi della Sezione 123 dell’Atomic Energy Act del 1954, la cornice giuridica di base per il trasferimento di materiali e tecnologia nucleare statunitense, e un’intesa bilaterale sulle salvaguardie che dovrebbe sostituire il Protocollo aggiuntivo dell’AIEA, lo strumento ispettivo rafforzato con cui l’Agenzia individua le attività non dichiarate.
La notizia si presta a una lettura bilaterale, un semplice avanzamento nei rapporti fra Washington e Riyadh. È una lettura che lascia fuori la posta vera. Al centro c’è il cosiddetto gold standard fissato nel 2009 dall’accordo 123 con gli Emirati Arabi Uniti, quello con cui Abu Dhabi rinunciò in forma giuridicamente vincolante ad arricchimento e ritrattamento e adottò il Protocollo aggiuntivo. Per oltre quindici anni è stato il riferimento della cooperazione nucleare civile nella regione. Il testo negoziato con Riyadh, se davvero confermato nei termini riportati, non lo rispetta né offre garanzie equivalenti.
UNO STANDARD POLITICO, NON GIURIDICO
Il gold standard non è mai stato un obbligo di legge. La Sezione 123 elenca nove criteri di non proliferazione, ma non vieta al partner di arricchire o ritrattare materiale di provenienza terza, e non impone il Protocollo aggiuntivo. La rinuncia emiratina del 2009 era un impegno volontario, poi cristallizzato in vincolo pattizio. Da allora il Congresso l’ha trattato come parametro politico per i negoziati regionali. I colloqui avviati con Riyadh nel 2018, sotto la prima amministrazione Trump, si arenarono esattamente qui: i sauditi rifiutavano la rinuncia, e Washington non era disposta a concedere l’eccezione.
Il testo concordato in ottobre rovescia quella posizione. Secondo i documenti visionati dalla CNN riconosce a Riyadh un margine di arricchimento nazionale, con limiti fissati dagli Stati Uniti i cui dettagli restano ignoti, e rimpiazza il Protocollo aggiuntivo con salvaguardie bilaterali fra i due Paesi. Una deroga comunicata al Congresso nel 2025 assicura che l’AIEA disporrebbe comunque degli strumenti necessari. L’affermazione non è verificabile: il testo non è pubblico. Riyadh ha revocato soltanto nel 2024 il proprio Small Quantities Protocol, il regime ispettivo minimo dell’Agenzia, e il Protocollo aggiuntivo non l’ha mai firmato.
L’accordo del 2009 contiene una clausola di parità: gli Emirati possono chiedere la rinegoziazione se un altro Stato della regione strappa a Washington condizioni migliori. Se l’intesa saudita entrasse in vigore così com’è descritta, Abu Dhabi avrebbe il titolo per pretendere lo stesso trattamento. Lo standard non verrebbe abolito, ma smetterebbe di essere rispettato.
IL PRECEDENTE IRANIANO E IL RISCHIO DI CASCATA
Dal 28 febbraio Washington conduce con Israele una “campagna militare contro l’Iran”, motivata in larga parte dalla necessità di impedire che Teheran trasformi il proprio uranio arricchito in un ordigno. I siti di Fordow, Natanz e Isfahan erano già stati colpiti nel giugno 2025, e a metà luglio le operazioni continuano nonostante il cessate il fuoco di aprile. Secondo la CNN è proprio la guerra in corso ad aver rinviato la firma. E qui l’asimmetria diventa difficile da mascherare: firmare oggi un accordo che concede a Riyadh, con salvaguardie più deboli, la stessa capacità che gli Stati Uniti cercano di togliere all’Iran con la forza esporrebbe l’amministrazione all’accusa di doppio standard.
Ma il problema non è solo di immagine. Se l’arricchimento si ottiene per allineamento politico con Washington, e non per il regime di salvaguardie che si accetta, ogni Stato della regione ha un motivo per trattarsi la propria eccezione. Mohammed bin Salman disse alla CBS nel 2018 che Riyadh non vuole la bomba, ma che se l’Iran l’avesse costruita l’avrebbe seguita “il prima possibile”. La frase pesa ancora, ora che il programma iraniano è stato colpito ma non smantellato e la sorte delle scorte di uranio arricchito resta incerta.
Nel 2019 Erdogan definì come inaccettabile che alla Turchia fosse negato ciò che altre potenze possiedono. L’Egitto rifiuta da decenni il Protocollo aggiuntivo e sta costruendo a El-Dabaa quattro reattori russi, forniti da un attore che non chiede salvaguardie rafforzate. Nessuno dei due dovrebbe violare il Trattato di non proliferazione per svuotare il regime. Basterebbe chiedere quello che è stato concesso a Riyadh.
IPOTESI SPECULATIVA
Prima ipotesi: il rinvio della firma è una scelta di tempi, non un ripensamento. Finché la campagna contro l’Iran prosegue, firmare renderebbe troppo visibile la distanza fra ciò che si nega a Teheran e ciò che si concede a Riyadh. È plausibile che l’amministrazione aspetti un fronte iraniano più stabile per presentare l’intesa saudita dentro un quadro regionale più ampio. La diffusione anticipata dei suoi contorni, intanto, servirebbe a saggiare la resistenza del Congresso prima del riesame formale.
Seconda ipotesi: anche non firmato, il testo potrebbe già pesare. Non serve l’entrata in vigore. L’esistenza stessa di un’intesa che riconosce a Riyadh un margine di arricchimento sposterebbe il riferimento regionale, perché mostra il ciclo del combustibile come qualcosa di negoziabile e indebolisce chi, come Abu Dhabi, ha accettato di più. In questa lettura la firma conta meno del segnale: il danno nasce dalla disponibilità con cui Washington ha trattato quei termini.
SO WHAT
Scenario migliore.
I limiti americani reggono e la vicenda resta bilaterale. Il Congresso preme, il testo si irrigidisce prima della trasmissione: vincoli verificabili sull’arricchimento, un ruolo formalizzato dell’AIEA, forse il Protocollo aggiuntivo come condizione sospensiva. Riyadh firma lo stesso, perché l’ancoraggio industriale americano vale più della concessione, soprattutto in alternativa a Mosca e Pechino. Il gold standard esce indebolito, non superato: al suo posto un approccio caso per caso, con Washington ancora padrona delle eccezioni.
Scenario di stabilità.
L’accordo viene firmato e supera il riesame senza Protocollo aggiuntivo. Il danno è simbolico, ma reale: il regime di non proliferazione perde il suo riferimento più esigente, e l’AIEA finisce ad amministrare salvaguardie decise altrove. Gli Emirati invocano la parità e aprono un negoziato lungo, Turchia ed Egitto stanno a guardare, i costi per il regime maturano lentamente. È lo scenario più probabile nel breve periodo.
Scenario peggiore.
Ankara o Il Cairo citano il precedente saudita per iscritto. Una richiesta turca di pari trattamento sul ciclo del combustibile, o una scelta egiziana di allargare il programma con fornitori indifferenti alle salvaguardie, trasformerebbe l’eccezione in regola. Non per una violazione del Trattato, ma per la sua lettura più minima, con l’AIEA ai margini e un Congresso messo davanti al fatto compiuto. A quel punto separare i programmi civili dalle opzioni militari, nella regione, diventerebbe molto più difficile.
CONCLUSIONE
Nel breve periodo, la trasmissione dell’accordo al Congresso, con annessa Nuclear Proliferation Assessment Statement, aprirebbe una finestra di novanta giorni di sessione continua per misurare la tenuta dell’opposizione bipartisan. Fino a quel momento il dossier resta politica in gestazione, e ogni verdetto definitivo sarebbe prematuro. Un segnale da non perdere è il silenzio di Abu Dhabi, finora totale.
Nel medio periodo contano i dettagli che oggi mancano: i limiti reali sull’arricchimento, il perimetro delle salvaguardie bilaterali, la scelta dei fornitori per i reattori sauditi. Se i vincoli americani saranno verificabili e l’AIEA otterrà un accesso effettivo, il precedente resterà gestibile. In caso contrario, la clausola di parità emiratina diventerà il varco da cui l’eccezione passa agli altri accordi.
Nel lungo periodo la posta è la sopravvivenza dello standard. Il modello del 2009 scambiava l’accesso alla tecnologia americana con una rinuncia. Quello in discussione tratta la stessa rinuncia come merce di scambio. Se l’impostazione si consolida, Washington farà fatica a pretendere condizioni più severe da altri partner in futuro, e il gold standard difficilmente tornerà a essere un requisito.
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Salman Abdulrahman
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