ABSTRACT

Il piano di allargamento dell’Unione Europea è tornato al centro dell’agenda strategica dei paesi membri, spinto da motivazioni che oltrepassano la dimensione economica e riguardano direttamente la sicurezza del continente.
L’analisi esamina i recenti sviluppi del processo di adesione dei paesi in attesa, confrontando il percorso più rapido dell’Ucraina e della Moldavia, guidato da logiche strategiche e di deterrenza, con il più lento e complesso dei Balcani occidentali, in cui l’UE ricerca obiettivi di stabilizzazione.
L’obiettivo è far emergere come le differenti priorità politiche e strategiche dei paesi membri e la necessità dell’Unione di ridefinire il proprio ruolo geopolitico stiano producendo un allargamento a ‘geometria variabile’.

INTRODUZIONE

In un contesto geopolitico sempre più instabile e caratterizzato da sviluppi incerti, i vertici europei considerano propizio l’attuale momento per rilanciare il processo di allargamento, percependolo come uno strumento per ridurre vulnerabilità strategiche e consolidare la propria influenza nel vicinato.
Dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022 e dal cambio di postura di Washington nei confronti dell’Alleanza Atlantica, l’UE ha cercato di ridefinire il proprio ruolo nel continente, puntando a rafforzare la propria autonomia strategica e prendendo atto della necessità di presentarsi, oltre che come attore e spazio economico, anche come soggetto politico e di sicurezza.
I candidati per l’adesione sono molteplici, come molteplici sono i contesti in cui questi paesi versano, collocati in due distinte aree geografiche: i Balcani occidentali (Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Kosovo) da una parte, Ucraina e Moldavia dall’altra.
È in questo contesto che il processo sembra seguire due rotte parallele ma differenti e suscita dibattiti tra i diversi membri: tra chi considera prioritario l’ingresso di Ucraina e Moldavia come investimento e parte fondamentale della strategia di sicurezza europea, e i più prudenti che temono di creare un precedente politico a discapito di Paesi balcanici in attesa da più tempo.
Il risultato è un allargamento a due velocità, in cui l’urgenza geopolitica inizia a prevalere sul tradizionale criterio dell’accesso per merito.

CORUPUS – L’allargamento come scelta strategica.

L’allargamento è uno dei punti fondamentali dell’agenda strategica dell’Unione Europea 2024-2029, e giugno 2026 ha rappresentato un mese cruciale in merito.
Il 5 giugno, a Tivat, si è tenuto il summit, sostenuto dal Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, tra i vertici dell’UE e quelli dei paesi dei Balcani occidentali, per discutere e valutare i progressi della loro graduale integrazione nell’Unione, rilanciando un processo che da anni procede lentamente.
Il summit ha ripreso i temi dibattuti negli anni precedenti riguardo la situazione dei paesi balcanici, mostrando un progresso nel processo di integrazione ma sottolineando le difficoltà ed i temi ancora aperti che ne ritardano l’attuazione. Dei sei paesi balcanici Montenegro ed Albania risultano essere i più vicini al raggiungimento dei criteri necessari all’accesso. Entrambi i paesi, infatti, hanno aperto tutti i cluster negoziali e puntano ad un ingresso nel breve periodo. Per Podgorica l’obiettivo è quello di concludere i negoziati e di procedere all’adesione entro il 2028; Tirana invece, nonostante difficoltà interne e complicazioni relative all’iter legislativo, sembra essere il paese a procedere più rapidamente nei progressi.   
Per quanto riguarda gli altri aspiranti balcanici la situazione sembra più complicata, legata a problematiche interne e nel caso serbo ad un non totale allineamento alla politica estera dell’UE (circa al 63%).
Parallelamente, il 15 giugno, a seguito della seconda Conferenza intergovernativa, l’UE ha ufficializzato l’avvio dei negoziati sul Cluster 1 con Ucraina e Moldavia, sbloccando un dossier fermo da due anni a causa del veto ungherese.
Nonostante i tempi di attuazione restino incerti e potrebbero richiedere diversi anni, le dichiarazioni di Costa e Von der Leyen a seguito della Conferenza hanno ribadito come l’allargamento rappresenti una scelta strategica, come parte della risposta europea alla pressione russa sul versante orientale e alle incertezze internazionali.

IPOTESI SPECULATIVA – Percezioni del rischio e visioni differenti.

Dopo l’ingresso della Croazia nel 2013, il processo di allargamento dell’UE ha vissuto un periodo di stallo, in cui gli aspiranti balcanici sono rimasti in attesa di sviluppi sostanziali. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha però modificato le priorità strategiche dell’Unione e l’allargamento è tornato al centro del dibattito. L’operazione militare russa e i differenti approcci statunitensi riguardanti il vecchio continente hanno posto i vertici europei in una posizione di dubbio, in cui è risultata necessaria un’azione congiunta e un dialogo per un’impostazione futura.
L’avvicinamento tra UE e Ucraina già avviato nel 2014 con l’Accordo di Associazione, in ambito politico ed economico, ha assunto, con la richiesta ufficiale di adesione presentata dall’Ucraina il 28 febbraio 2022, una dimensione differente, evidenziando la volontà di Kiev di legare la propria sicurezza alla struttura politico-istituzionale dell’Unione Europea e alle garanzie che questa può offrire.
La reazione alla richiesta ha mostrato nuovamente la natura eterogenea dell’Unione. Otto Paesi membri dell’Europa centro-orientale hanno chiesto fin da subito, con una lettera aperta, l’avvio immediato dei negoziati, interpretando l’integrazione ucraina come parte della risposta alla minaccia russa nella logica di deterrenza.
Negli sviluppi recenti, immediatamente successivi alla Conferenza di giugno, diversi Stati membri, tra cui Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia e Slovacchia hanno ribadito la necessità di procedere con maggiore velocità all’integrazione. Dichiarazioni riportate da Reuters ed Euronews evidenziano come questi governi considerino l’allargamento uno strumento di sicurezza e non solo un processo tecnico. L’Ucraina metterebbe a disposizione dell’Unione Europea, infatti, uno tra gli eserciti numericamente maggiori d’Europa con un’esperienza pratica sul campo e specializzazioni nelle nuove modalità belliche.
Al contrario, altrettanti membri hanno mostrato riserve rispetto ad una ‘corsia preferenziale’, tra questi Italia, Francia, Germania e Spagna, che oltre a sostenere il proseguimento dell’integrazione attraverso l’esecuzione di tutti i processi stabiliti ed il principio del ‘merit-based accession’, ritengono che un’accelerazione eccessiva potrebbe complicare un eventuale accordo di pace, irrigidendo le posizioni negoziali e riducendo i margini diplomatici della stessa Unione.
A riflettere la posizione intermedia è stato lo stesso Commissario europeo per l’Allargamento Marta Kos, che pur respingendo l’idea di una corsia preferenziale ha sottolineato la necessità di accelerare il processo di adesione in relazione alle ‘forze distruttive esterne’ che minacciano i paesi candidati.
Questa divergenza riflette le logiche distinte che attraversano ancora oggi l’UE: la logica di sicurezza e deterrenza, percepita soprattutto dagli Stati in prossimità geografia e storica della Russia, e la logica di stabilizzazione che continua a guidare l’approccio europeo all’adesione dei Balcani occidentali.
Il processo nei confronti dei Balcani continua a procedere a rilento, le parole del Presidente Costa a seguito del summit di giugno hanno evidenziato oltre che l’intenzione dell’UE di sostenere, mai come in questo momento, l’integrazione, anche la richiesta a questi paesi di adoperarsi in maniera più incisiva, affinché il processo possa essere portato a termine.
Per alcuni Stati membri, in particolare l’Italia, la credibilità del processo nei confronti dei candidati balcanici rappresenta un elemento strategico, anche alla luce della crescente presenza di attori esterni nella regione. Il rischio percepito è quello di un’eccessiva attenzione verso Est, in grado di alimentare la frustrazione dei vicini balcanici e aprire possibili spazi di influenza a competitor come Russia, Cina e Turchia che comprometterebbero l’intero processo di stabilizzazione del vicinato.

SO WHAT

Gli scenari futuri, sebbene tracciati e sostenuti a grandi linee dai diversi membri, potrebbero variare in relazione agli sviluppi geopolitici e soprattutto bellici in Ucraina e in Medio Oriente.
L’apertura, il 14 luglio 2026, dei negoziati sul Cluster 6 tra UE e Ucraina, dedicato alle ‘relazioni esterne’, commerciali e di difesa, conferma la volontà di proseguire con decisione nel percorso di adesione di Ucraina e Moldavia, sostenuta dal gruppo di Stati membri “accelerazionisti”. Questa impostazione risulta ancora più evidente se collegata all’accordo siglato all’indomani del vertice NATO di Ankara tra l’Ucraina e nove paesi europei per la creazione della cosiddetta “coalizione antibalistica”. Pur trattandosi di un’intesa prettamente militare, questa mostra la crescente integrazione operativa e funzionale tra Kiev e diversi Stati membri dell’UE, anticipando forme di cooperazione che, in prospettiva, potrebbero facilitare l’ingresso dell’Ucraina nell’assetto di sicurezza europeo e nell’Unione stessa.
Nonostante questi sviluppi, l’adesione effettiva dei due paesi dell’Europa orientale rimane distante. Come dichiarato da funzionari europei, anche un percorso accelerato richiederebbe anni, se non decenni, per raggiungere l’allineamento ai parametri richiesti, soprattutto nei capitoli più complessi relativi allo Stato di diritto, alla governance economica e alla capacità amministrativa.
Per quanto riguarda i Balcani occidentali, il processo avanza in maniera non omogenea. Le difficoltà di alcuni dei paesi ad attuare le riforme necessarie e ad adattarsi ai parametri stabiliti hanno spinto l’UE a reindirizzare parte dei finanziamenti e dell’assistenza tecnica verso i tre ‘frontrunner’ balcanici (Montenegro, Albania, Macedonia del Nord) a discapito degli altri candidati. L’adesione di questi paesi sembra infatti orientata a concretizzarsi in tempi medio-brevi, mentre, secondo analisi pubblicate da Euractiv, cresce la frustrazione tra gli altri aspiranti, in particolare Bosnia-Erzegovina e Serbia.
Questa dinamica rischia di ampliare ulteriormente la distanza tra i candidati e tra i membri stessi, consolidando un disallineamento crescente che l’UE dovrà gestire con attenzione per evitare nuove vulnerabilità nel proprio vicinato.

La gestione di questo disallineamento sarà decisiva per la credibilità dell’Unione Europea come attore geopolitico, soprattutto in un contesto segnato da pressioni esterne e competizione ai propri confini.


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Roberto Visco

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