Dal mammut al dire wolf, Colossal Biosciences punta a rivoluzionare la conservazione della biodiversità attraverso genomica, intelligenza artificiale e gene editing.

Per secoli l’estinzione è stata considerata un punto di non ritorno. Oggi una delle più importanti startup americane sostiene che la tecnologia possa cambiare questa prospettiva: Colossal Biosciences vuole utilizzare genomica, intelligenza artificiale e gene editing non solo per ricreare alcune caratteristiche di specie scomparse, ma anche per sviluppare nuovi strumenti per la tutela di quelle oggi a rischio.

Un progetto che divide la comunità scientifica, ma che ha già raccolto oltre 400 mln di dollari di finanziamenti, raggiungendo una valutazione superiore ai 10 mld di dollari e riportando la biodiversità al centro dell’innovazione biotech.

Fondata nel 2021 dall’imprenditore Ben Lamm e dal genetista di Harvard George Church, Colossal è diventata in pochi anni una delle startup biotech più osservate al mondo. La sua missione è tanto ambiziosa quanto controversa: sviluppare una piattaforma di tecnologie genetiche in grado di contribuire sia ai progetti di de-estinzione sia alla conservazione delle specie oggi minacciate, utilizzando come banco di prova programmi dedicati al mammut lanoso, al dodo e alla tigre della Tasmania.

A riportare l’azienda sotto i riflettori è stato l’annuncio, nel 2025, della nascita di tre esemplari geneticamente modificati ispirati al dire wolf, grande predatore nordamericano estinto oltre 10mila anni fa.

Per Colossal si tratta di un primo passo concreto verso la cosiddetta ‘de-estinzione’. Molti ricercatori, tuttavia, invitano alla cautela, sostenendo che non si tratti del ritorno della specie originaria, ma di lupi grigi geneticamente modificati per esprimere alcune caratteristiche di questo esemplare.

Al di là del dibattito scientifico, il progetto ha acceso i riflettori su un tema più ampio. Il vero prodotto di Colossal, infatti, non è il mammut. Sono le tecnologie che l’azienda sta sviluppando per arrivarci.

Dal DNA fossile all’editing genetico

Per comprendere il progetto bisogna partire dal modo in cui funziona.

I ricercatori recuperano e analizzano il Dna di animali estinti, confrontandolo con quello delle specie viventi più vicine. Attraverso strumenti di biologia computazionale e algoritmi avanzati, individuano le differenze genetiche più significative.

L’intelligenza artificiale viene utilizzata per confrontare grandi quantità di dati genomici e aiutare i ricercatori a ricostruire, a partire da frammenti di Dna antico, il patrimonio genetico delle specie estinte. Successivamente, intervengono sul genoma di cellule appartenenti a specie esistenti utilizzando tecniche di gene editing come Crispr, con l’obiettivo di riprodurre alcune caratteristiche biologiche delle specie scomparse.

L’obiettivo, almeno allo stato attuale delle conoscenze, non è clonare un animale estinto, ma utilizzare le informazioni genetiche disponibili per sviluppare organismi che ne condividano alcuni tratti. È proprio su questo punto che si concentra gran parte del confronto tra Colossal e la comunità scientifica.

Al di là delle diverse posizioni, il progetto testimonia la rapidità con cui stanno evolvendo le tecnologie capaci di leggere, modificare e riscrivere il patrimonio genetico.

 Oltre il mammut

La domanda più interessante non è se un giorno sarà possibile rivedere un mammut nelle regioni artiche: la vera questione è capire quali applicazioni potrebbero nascere dalle tecnologie sviluppate per inseguire questo obiettivo.

Secondo Colossal, gli stessi strumenti utilizzati per studiare specie estinte potrebbero essere impiegati per proteggere quelle ancora esistenti. Molte popolazioni animali soffrono oggi di una ridotta diversità genetica, che le rende più vulnerabili a malattie, cambiamenti climatici e trasformazioni degli habitat.

L’azienda sostiene di aver già applicato queste tecnologie alla clonazione di quattro esemplari di Red ‘Ghost’ Wolf, popolazione strettamente imparentata con il lupo rosso americano, una delle specie più minacciate del Nord America. In questo scenario, l’ingegneria genetica potrebbe diventare un alleato della conservazione, contribuendo a rafforzare la resilienza delle specie minacciate e a preservarne il patrimonio biologico.

La biodiversità, quindi, oltre a essere una questione ambientale, diventa terreno di sperimentazione tecnologica e industriale.

Quando il venture capital incontra la natura

Non sorprende che un progetto di questo tipo abbia attirato l’interesse degli investitori. Negli ultimi anni la biologia sintetica si è affermata come uno dei comparti più promettenti dell’innovazione globale. Dopo l’intelligenza artificiale e la space economy, il capitale di rischio guarda con crescente interesse alle tecnologie capaci di intervenire sui sistemi biologici.

La scommessa degli investitori è che queste tecnologie possano trovare applicazione ben oltre i progetti di de-estinzione, dalla ricerca biologica alla conservazione delle specie fino all’agricoltura.

Genomica, intelligenza artificiale e biotecnologie potrebbero infatti generare nuovi strumenti diagnostici, piattaforme di ricerca e soluzioni innovative per diversi settori. In questa prospettiva, il mammut diventa quasi un simbolo: un progetto capace di catturare l’attenzione dell’opinione pubblica e, allo stesso tempo, di sostenere lo sviluppo di tecnologie con applicazioni potenzialmente molto più ampie.

Le domande aperte

Molti scienziati ritengono che le risorse impiegate nei programmi di de-estinzione potrebbero essere utilizzate in modo più efficace per proteggere gli ecosistemi esistenti. Altri mettono in guardia dal rischio di presentare come ‘ritorno’ di specie estinte ciò che, dal punto di vista biologico, rappresenta la creazione di organismi geneticamente modificati.

Esiste poi una questione più ampia: fino a che punto è opportuno intervenire sul patrimonio genetico delle specie viventi? La possibilità tecnica di farlo non coincide necessariamente con una scelta condivisa sul piano scientifico, etico e ambientale.

La nuova economia della biodiversità

Rivoluzione scientifica o provocazione tecnologica? In ogni caso, una cosa è evidente: la biodiversità sta entrando nell’era dell’innovazione industriale. Per secoli la conservazione della natura è stata affidata soprattutto alla ricerca accademica, alle politiche pubbliche e alle organizzazioni ambientaliste. Oggi entra anche nel radar di startup, investitori e imprese tecnologiche, che vedono nelle biotecnologie un terreno fertile destinato ad avere applicazioni sempre più ampie.

Che il mammut torni davvero a popolare la Terra resta, per ora, una questione aperta. Più concreti sono gli effetti che questa ricerca ha già prodotto: nuove tecnologie per leggere, modificare e preservare il patrimonio genetico delle specie. È su questo terreno, più che sul ritorno dei giganti dell’era glaciale, che potrebbe giocarsi il futuro della cosiddetta industria della de-estinzione.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2026 (numero 6, anno 9)


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Caterina Teodorani

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