di Emilio Errigo

 

Provo una particolare tenerezza per la mia, per la nostra Reggio Calabria. Una tenerezza che nasce anzitutto pensando ai giovani e ai meno giovani che la abitano, a chi ha scelto di restare e a chi, pur essendo andato altrove, continua a portare con sé un legame difficile da recidere con questa terra. Ma avverto anche un sentimento più complesso, fatto di emozione, partecipazione e talvolta di umano risentimento, quando ascolto quei reggini — e anche quei non reggini — che, nelle occasioni di libera espressione del pensiero, provano a immaginare un presente diverso e un futuro migliore per Reggio Calabria.

Chi mi legge sui quotidiani online e sulle testate che dedicano attenzione ai fatti, alle persone e al patrimonio ambientale della Calabria conosce il mio rapporto con questa terra. Sono mattiniero e, qualche volta, scrivo persino nelle ore notturne. Lo faccio soprattutto per una ragione: raccontare e valorizzare quel patrimonio paesaggistico, ambientale e umano che contribuisce a definire l’identità della Calabria e di chi vi è nato, vi risiede o continua semplicemente ad amarla.

Le statistiche e le analisi economiche, finanziate con risorse pubbliche e private, restituiscono spesso indicatori non positivi sulla qualità della vita in Calabria. Sono dati che meritano rispetto, attenzione e approfondimento. Ma accanto ai numeri esiste una realtà che non può essere ignorata: quella che si presenta agli occhi di chi arriva senza pregiudizi e sa osservare e ascoltare.

 

La Calabria possiede una bellezza che continua a sorprendere. È una terra capace di attrarre visitatori, di offrire paesaggi straordinari, cultura, storia, produzioni d’eccellenza e, soprattutto, un patrimonio umano fondato sull’accoglienza e sull’ospitalità.

Molti stranieri che visitano liberamente la nostra regione raccontano di essersi trovati bene, manifestano il desiderio di tornare e alcuni scelgono persino di fermarsi più a lungo, fino a trasferirvi una parte della propria vita. Sono testimonianze che meritano di essere ascoltate insieme ai dati, senza contrapposizioni ideologiche e senza pregiudizi. Reggio Calabria, la città nella quale sono nato, mi è naturalmente cara. La considero bellissima, ma proprio perché la amo non credo che amarla significhi chiudere gli occhi davanti ai suoi problemi. Al contrario: l’amore per una città dovrebbe renderci ancora più esigenti nei suoi confronti.

 

Nel corso degli anni diversi sindaci hanno amministrato Reggio Calabria, ciascuno nel proprio tempo, con scelte, risultati, limiti e responsabilità che appartengono alla storia amministrativa della città. Da Pietro Battaglia a Italo Falcomatà, da Giuseppe Scopelliti a Giuseppe Falcomatà, ognuno ha lasciato una traccia che può e deve essere valutata senza celebrazioni, ma anche senza cancellazioni.

Oggi una nuova fase politica e amministrativa richiama l’attenzione sulla figura di Francesco Cannizzaro. I primi segnali restituiscono l’immagine di un amministratore intenzionato a imprimere velocità e concretezza all’azione pubblica. Naturalmente saranno il tempo, gli atti e soprattutto i risultati a consentire ai cittadini di esprimere un giudizio compiuto.

 

Ed è proprio qui, Francesco Cannizzaro, che vorrei smettere per un momento di parlare di lei e cominciare a parlare con lei.

 

Vada avanti, Sindaco, ma lo faccia soprattutto andando nei luoghi nei quali Reggio chiede di essere vista. Non soltanto nel centro della città, non soltanto dove le opere e gli interventi sono immediatamente visibili. Vada nelle periferie, nelle frazioni, nei quartieri nei quali i cittadini aspettano da anni risposte semplici, concrete, misurabili. La storia della Calabria, del resto, insegna quanto possa essere importante conoscere direttamente i territori e le persone che li abitano.

Penso, a questo proposito, a Umberto Zanotti Bianco, piemontese arrivato in Calabria dopo il devastante terremoto del 1908 che distrusse gran parte di Reggio e Messina. Fu una personalità profondamente legata alle popolazioni meridionali e lasciò testimonianza del proprio incontro con questa terra anche nel volume Tra la perduta gente. Zanotti Bianco comprese una cosa essenziale: per conoscere davvero la Calabria bisogna attraversarla.

 

E allora, Sindaco Cannizzaro, attraversi anche lei il ponte di Sant’Agata. Lo faccia più volte.

 

Vada a Ravagnese e ascolti direttamente i cittadini che da tempo segnalano il problema delle emissioni odorigene provenienti dal depuratore delle acque reflue urbane, collocato in un’area particolarmente delicata anche per la vicinanza con l’Aeroporto dello Stretto.

Non si fermi lì.

 

Prosegua verso Saracinello, San Gregorio, Mortara, la vallata del Valanidi, Trunca, Santa Venere, San Leo e le altre realtà di quel vasto territorio. Vada senza cerimonie e, quando possibile, senza troppi annunci. Guardi con i suoi occhi.

Potrà così valutare direttamente le condizioni dei luoghi e decidere, insieme agli assessori, ai dirigenti e agli uffici competenti, quali interventi siano concretamente possibili per restituire attenzione anche alle aree ex industriali di San Gregorio, oggi in parte degradate e abbandonate. E quando arriverà da quelle parti, Sindaco, si volti a guardare anche gli ex capannoni industriali. Alcuni di quegli edifici conservano un valore architettonico e, soprattutto, rappresentano una memoria produttiva che Reggio non dovrebbe lasciare scomparire. Metterli in sicurezza, recuperarli e immaginare per essi una nuova funzione significherebbe trasformare un’eredità del passato in un’opportunità per il futuro.

 

Da tempo immagino, per esempio, la possibilità di destinare una parte di quel patrimonio alla formazione tecnica superiore legata alla profumeria e ai derivati del bergamotto: un settore nel quale Reggio Calabria possiede storia, competenze e una materia prima che porta nel mondo il nome del suo territorio. Penso alle Fabbriche dell’Arenella e agli immobili legati alla storia del Consorzio del Bergamotto, in via Nazionale 74, a San Gregorio. Luoghi che potrebbero tornare a produrre conoscenza, lavoro e identità invece di diventare soltanto testimonianze silenziose di ciò che è stato.

 

Non occorre promettere tutto. Una città non cambia attraverso gli annunci e neppure attraverso la nostalgia. Cambia quando si scelgono alcune priorità, si indicano tempi credibili e si assumono responsabilità verificabili.

È questo che mi auguro per Reggio. Lo scrivo da calabrese profondamente innamorato della propria terra, ma proprio per questo incapace di accontentarsi della sua sola bellezza. La Calabria non ha bisogno di essere idealizzata: ha bisogno di essere conosciuta, rispettata, curata e amministrata con la stessa ostinazione con cui i suoi abitanti continuano ad amarla. Perché una terra amata non è una cartolina da contemplare: è una casa da custodire.

 

E allora, Sindaco Cannizzaro, la domanda che consegno a lei e a tutti noi è semplice: se Reggio possiede ancora così tanti semi di futuro, avremo finalmente il coraggio di dissodare la terra e farli germogliare?

 

 


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Redazione Pianainforma.it

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