Per comprendere le tensioni che hanno attraversato il Governo Federale della Somalia fino alle violenze scoppiate a Mogadiscio nel giugno 2026, è necessario ricostruire le origini e il funzionamento del peculiare sistema elettorale somalo, noto come formula “4.5”, e il percorso, travagliato e più volte interrotto, che ha portato il paese a tentare di superarlo in favore del suffragio universale.
Le origini: la caduta di Siad Barre e la guerra civile
Mohamed Siad Barre giunse al potere il 21 ottobre 1969 con un colpo di stato militare incruento e governò la Somalia per ventuno anni, imponendo un regime a partito unico ispirato al “socialismo scientifico” e stringendo dapprima un’alleanza con l’Unione Sovietica. Il suo governo si incrinò progressivamente dopo la sconfitta nella guerra dell’Ogaden contro l’Etiopia (1977-78) e per il crescente malcontento clanico verso un potere percepito come sempre più autoritario e corrotto. Nel gennaio 1991 Siad Barre fu rovesciato da una coalizione di milizie armate legate ai diversi clan, e la sua fuga dalla capitale aprì una guerra civile che si sarebbe protratta, con fasi di maggiore o minore intensità, fino alla seconda metà degli anni Novanta, lasciando la Somalia priva di un’autorità centrale riconosciuta e di infrastrutture statali funzionanti.
Il sistema di potere condiviso “4.5”
Nell’assenza pressoché totale di istituzioni democratiche funzionanti, la comunità internazionale e le fazioni somale individuarono nella rappresentanza clanica l’unico meccanismo praticabile per ricostruire uno Stato. Una prima versione di questo schema fu abbozzata già nel gennaio 1991, poi ripresa nel processo di riconciliazione del 1997 e infine formalizzata nel 2000, in occasione della Conferenza di pace di Arta, in Gibuti.
Il sistema, denominato appunto “4.5”, assegna una quota di rappresentanza paritaria del 22,2% a ciascuno dei quattro clan principali del paese, Darood, Dir, Hawiye e Rahanweyn/Digil-Mirifle, mentre il restante 11,1% (“mezza quota”) viene suddiviso tra i clan minori e i gruppi Bantu, Benadiri e altre minoranze. All’interno di questo schema, gli anziani di ciascun clan designano i propri rappresentanti in Parlamento, che a loro volta eleggono il Presidente della Repubblica: un meccanismo che attribuisce agli anziani un ruolo politico di primo piano, poiché il loro assenso è indispensabile alla legittimità dell’intero processo.
Il sistema fu concepito sin dall’inizio come una soluzione transitoria. I “Principi di Garowe” del 2011-2012 stabilivano che la formula 4.5 avrebbe dovuto regolare soltanto la selezione della prima legislatura, mentre i Parlamenti successivi sarebbero stati scelti tramite suffragio universale. Coerentemente, la Costituzione provvisoria adottata il 1° agosto 2012 introduce all’articolo 46 (Capitolo 4, “Rappresentanza del popolo”) il principio secondo cui il potere di autogoverno appartiene al popolo e che il sistema di rappresentanza deve essere aperto alla partecipazione di tutti; il successivo articolo 47 rinvia a leggi speciali la disciplina dei partiti politici e del sistema elettorale. Nella pratica, tuttavia, questa transizione non si è mai compiuta: per oltre un decennio i vari governi hanno continuato a fare ricorso ad accordi informali tra clan ed élite politiche invece di applicare il dettato costituzionale, rinviando di fatto la questione elettorale a ogni ciclo di governo.
Il dibattito tra riformisti e conservatori del sistema resta tuttora aperto. I difensori della formula 4.5 sostengono che essa impedisce la dominazione di un singolo clan sugli altri e prevenga il rischio di una nuova deriva autoritaria, in un contesto di istituzioni democratiche ancora fragili; i sostenitori della riforma obiettano invece che proprio la logica clanica, cristallizzando l’appartenenza tribale come criterio di accesso al potere, impedisca da decenni alla Somalia di sperimentare una compiuta transizione democratica.
Il tentativo di riforma di Hassan Sheikh Mohamud (2022-2024)
Hassan Sheikh Mohamud è stato eletto Presidente dal Parlamento federale nel maggio 2022, per la seconda volta dopo un primo mandato (2012-2017). Fin dai mesi immediatamente successivi alla sua elezione ha ripetutamente annunciato l’intenzione di condurre le elezioni successive con il sistema del suffragio universale “una persona, un voto”, basato su partiti politici, definendo la logica clanica non più rilevante per la politica nazionale somala.
Nel marzo 2023 il Parlamento approvò un primo disegno di legge per il ripristino del suffragio universale, mentre nel maggio dello stesso anno un rapporto della Rift Valley Institute analizzava già le implicazioni di un possibile superamento del sistema 4.5. Il percorso di riforma proseguì con un negoziato tra il governo federale e gli Stati membri all’interno del National Consultative Council (NCC): dopo settimane di trattative, durante le quali il Presidente della Jubaland, Ahmed Mohamed Islam “Madobe”, abbandonò temporaneamente il tavolo, nell’ottobre 2024 fu raggiunto un accordo quadro che fissava al giugno 2025 le prime elezioni locali dirette e al settembre 2025 quelle degli Stati federati, lasciando tuttavia l’elezione presidenziale in capo al Parlamento. Il Presidente del Puntland, Said Abdullahi Deni, respinse l’accordo, accusando Mohamud di violare la Costituzione, mentre esponenti dell’opposizione, tra cui l’ex Presidente Sharif Sheikh Ahmed e l’ex Primo Ministro Hassan Ali Khaire, lo definirono illegittimo.
La prima crisi costituzionale (2024)
Il 30 marzo 2024 il Parlamento federale approvò un primo blocco di emendamenti alla Costituzione provvisoria (relativi ai Capitoli 1-4), che introducevano il ritorno al suffragio universale, l’abolizione della carica di Primo Ministro in favore di un Vicepresidente, il potere presidenziale di rimuovere il capo del governo senza il voto delle Camere, il limite di tre partiti politici nazionali e l’estensione della durata del mandato presidenziale e parlamentare da quattro a cinque anni. Il giorno seguente il Puntland annunciò il ritiro del riconoscimento delle istituzioni federali, definendosi “governo autonomo” fino a quando una nuova Costituzione non fosse stata approvata tramite referendum popolare. Pochi mesi dopo, nel novembre 2024, anche la Jubaland sospese i rapporti con Mogadiscio, dopo che il governo federale aveva emesso un mandato d’arresto nei confronti del Presidente Ahmed Madobe con l’accusa di tradimento.
Nonostante la rottura con due dei principali Stati federati, il governo centrale riuscì a organizzare, il 25 dicembre 2025, le prime elezioni municipali a suffragio universale della storia recente somala, limitate alla capitale Mogadiscio: circa 233.000 cittadini si recarono alle urne per eleggere i 390 seggi dei consigli distrettuali, in un contesto di boicottaggio da parte dell’opposizione e degli Stati dissidenti, che definirono la consultazione “simbolica” ed “esclusiva”. Le precedenti elezioni dirette nel paese, esclusi Puntland e Somaliland, risalivano al 1969.
La seconda crisi costituzionale e la contesa sul mandato presidenziale (marzo-maggio 2026)
Il 4 marzo 2026 il Parlamento federale approvò il secondo e conclusivo blocco di emendamenti costituzionali, chiudendo un processo di revisione costituzionale in corso da oltre quattordici anni. Il voto, sostenuto da 222 parlamentari su 329, confermò e rese definitiva l’estensione della durata del mandato presidenziale e parlamentare da quattro a cinque anni.
Il punto controverso, che ha generato la crisi più acuta, riguarda l’applicabilità di questa estensione al mandato in corso dello stesso Presidente Mohamud, il cui primo termine quadriennale sarebbe scaduto il 15 maggio 2026. Nell’immediato, il Presidente evitò dichiarazioni esplicite sul tema, consapevole delle possibili accuse di voler prolungare unilateralmente il proprio potere. Nelle settimane successive, tuttavia, in un discorso pubblico in occasione dell’anniversario della Somali Youth League, Mohamud affermò che gli emendamenti approvati si applicavano anche al proprio mandato, concedendogli di fatto un anno supplementare alla guida del paese.
Questa interpretazione ha provocato la reazione di larga parte dell’opposizione parlamentare e di alcuni Stati federati. Un gruppo di esponenti riuniti attorno all’ex Presidente Sharif Sheikh Ahmed e all’ex Primo Ministro Hassan Ali Khaire ha costituito una coalizione denominata National Salvation Bloc, la quale dopo un incontro con gli anziani del clan Hawiye a Mogadiscio, ha dichiarato pubblicamente di non riconoscere più Mohamud come capo dello Stato una volta scaduto il termine originario del suo mandato, il 15 maggio 2026. Analoghe posizioni sono state espresse dal Somali Future Council, coalizione di opposizione che ha definito la vicenda un “colpo di stato costituzionale“.
Le violenze di Mogadiscio (giugno 2026)
Le tensioni istituzionali sono sfociate in scontri armati nella capitale all’inizio di giugno 2026. Il 3 giugno, alla vigilia di manifestazioni antigovernative programmate dall’opposizione, sono scoppiati combattimenti nel quartiere di Howl wadaag: secondo le ricostruzioni, le forze di sicurezza governative avrebbero condotto quella che la polizia ha definito una “operazione di sicurezza su larga scala” nei pressi delle abitazioni dell’ex Primo Ministro Hassan Ali Khaire e dell’ex Presidente Sharif Sheikh Ahmed, entrambi tra gli organizzatori delle proteste. Khaire ha accusato il governo di aver diretto contro i propri oppositori politici reparti addestrati ed equipaggiati da partner internazionali per la lotta ad al-Shabaab, mentre le autorità hanno attribuito l’innesco della violenza a milizie armate legate a interessi politici.
Gli scontri si sono estesi nei giorni successivi ai quartieri di Abdiaziz, Hodan, Warta Nabadda e Kaaraan, per poi rientrare grazie alla mediazione degli anziani di clan e a un accordo tra Khaire e il direttore dell’Agenzia nazionale di intelligence e sicurezza (NISA). Il bilancio riportato dall’UNHCR è di tredici morti, 189 feriti e circa 12.500 nuclei familiari sfollati. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha condannato la violenza invitando tutte le parti alla moderazione, mentre l’ambasciata statunitense a Mogadiscio ha definito “avventati” gli eventi, sollecitando una soluzione pacifica alla disputa.
Considerazioni conclusive: un momento di fragilità sistemica
Le violenze del giugno 2026 rappresentano il punto più acuto ma non isolato, di una crisi di fiducia tra la presidenza Mohamud e le opposizioni, che da tempo accusavano il capo dello Stato di tendenze autocratiche. Questa frattura politica si consuma in un momento di particolare vulnerabilità per la Somalia, poiché il gruppo affiliato ad Al-Qaeda, al-Shabaab, controlla ancora de facto ampie porzioni del territorio nel sud e nel centro del paese e potrebbe trarre vantaggio dall’indebolimento del governo centrale, l’unica autorità che eserciti un controllo pieno sulla capitale.
Il nodo di fondo resta irrisolto: se il sistema 4.5 abbia ancora una funzione stabilizzante in un contesto istituzionale fragile, oppure se la sua persistenza, al di là delle riforme annunciate ma mai pienamente realizzate, costituisca essa stessa un ostacolo strutturale alla piena democratizzazione del paese.
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Antonio Tomassetti
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