In piazza Marconi Natalia Ceravolo e Francesco Pungitore hanno ripercorso con il direttore artistico Francesco Denaro e il team della manifestazione un decennio di idee, fatiche e visioni. Dal racconto degli inizi alla necessità di costruire una rete territoriale: il festival entra nella sua decima edizione mostrando di aver prodotto non soltanto eventi, ma un diverso modo di abitare culturalmente i luoghi

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Ci sono manifestazioni che si misurano contando le edizioni e altre per le quali, a un certo punto, il numero non basta più. Perché nel frattempo sono entrate nella biografia di un luogo, ne hanno modificato il lessico, le attese, perfino la percezione che una comunità possiede di se stessa. La decima edizione di “Sonati Vicinu” appartiene ormai a questa seconda categoria.

È quanto emerso dall’incontro che, in piazza Marconi a San Vito sullo Ionio, ha accompagnato la presentazione della X edizione del festival. La scrittrice Natalia Ceravolo e il giornalista Francesco Pungitore hanno dialogato con il gruppo (Jessica D’Amato, Patrizia Macrì, Francesca Paolinelli) che in questi anni ha costruito la manifestazione, guidato dal direttore artistico Francesco Denaro, provando però a sottrarre la serata alla facile liturgia dell’anniversario.

Più che celebrare un traguardo, si è cercato infatti di capire che cosa sia accaduto in questi dieci anni.

Nato nel 2017, “Sonati Vicinu” si definisce un festival di cultura e comunità e individua nella relazione tra musica, narrazione, vissuto dei luoghi e appartenenza uno dei propri nuclei originari. Lo stesso gruppo organizzatore racconta il progetto come uno spazio nato dall’esigenza di coltivare la vita culturale di San Vito e del comprensorio, mettendo in relazione persone rimaste, partite e ritornate.

Dietro una definizione ormai consolidata, tuttavia, durante l’incontro sono tornati alla luce gli anni in cui tutto questo consolidato non era affatto.

Denaro e il team hanno raccontato la fatica degli inizi, il lavoro spesso invisibile che precede ogni appuntamento pubblico, i dubbi, gli entusiasmi, gli errori e quella particolare forma di ostinazione senza la quale difficilmente un progetto culturale riesce a sopravvivere per un decennio in un piccolo centro. Prima di diventare esperienza concreta, “Sonati Vicinu” è stato osservazione: lo sguardo rivolto ad altri festival, la curiosità verso modelli differenti, la domanda su quanto di quelle esperienze potesse essere reinterpretato dentro una realtà come San Vito.

Non una semplice imitazione, dunque, ma un processo di traduzione culturale.

Ed è forse proprio qui che si trova una delle ragioni della sua durata. Un festival non mette radici quando viene semplicemente trasferito in un luogo; le mette quando quel luogo comincia a trasformarlo e, contemporaneamente, a esserne trasformato.

Gli aneddoti emersi nel corso della conversazione hanno restituito anche la dimensione più umana di questa storia: episodi, incontri, imprevisti, persone passate sul palco o dietro le quinte. Ma il racconto della memoria non ha assunto il tono nostalgico dell’album di famiglia. È diventato piuttosto materiale per interrogare il futuro.

Che cosa deve diventare adesso Sonati Vicinu? È probabilmente questa la domanda più interessante lasciata dalla serata.

Dopo dieci anni, infatti, il rischio di ogni esperienza culturale è quello di trasformare la propria identità in una formula. L’esigenza emersa a San Vito sembra invece opposta: continuare a cambiare senza disperdere ciò che è stato costruito. E soprattutto superare definitivamente una concezione della cultura come sommatoria di appuntamenti estivi.

Da questo punto di vista assume un significato preciso il tema della rete territoriale. Gli eventi “off”, che hanno preceduto il programma centrale della decima edizione, dichiarano già nella loro struttura la volontà di allargare geograficamente e culturalmente il perimetro della manifestazione.

Ma la rete, se vuole essere qualcosa di più di una parola ricorrente nel vocabolario della progettazione culturale, richiede una visione: significa riconoscere che i piccoli centri non possono continuare a pensarsi come isole che organizzano ciascuna il proprio evento, bensì come parti di uno stesso paesaggio culturale.

È una questione che riguarda il futuro stesso delle aree interne. Non soltanto portare pubblico da un paese all’altro, ma mettere in circolo narrazioni, competenze, artisti, memorie e luoghi.

Anche il racconto delle locandine realizzate da Francesco Totino nelle diverse edizioni ha mostrato quanto la costruzione di un festival non coincida con ciò che accade sopra un palco. C’è un pensiero visivo che precede l’evento, un’immagine che ogni anno deve condensarne il tema e trasformarlo in segno. La grafica, in questo senso, smette di essere semplice comunicazione promozionale e diventa parte dell’opera: archivio iconografico di un percorso culturale.

E poi ci sono i volti. In dieci anni sono stati numerosi i personaggi che hanno attraversato Sonati Vicinu, lasciando parole, musica, riflessioni, provocazioni. Artisti e intellettuali che non sono stati soltanto “ospiti”, ma elementi di una sedimentazione progressiva. Perché la cultura produce i suoi effetti più profondi proprio quando ciò che accade in una sera non termina con quella sera.

È qui che la decima edizione suggerisce forse la chiave interpretativa più interessante. Sonati Vicinu è diventato un evento performativo. Non soltanto nel significato artistico del termine, ma in quello più radicale: qualcosa che, accadendo, produce una trasformazione.

Esiste una San Vito precedente a questa esperienza e ne esiste ormai una successiva. Non perché un festival possa risolvere i problemi strutturali di un territorio o invertire da solo le dinamiche demografiche e sociali dei piccoli borghi. Sarebbe una retorica tanto rassicurante quanto falsa. Ma perché dieci anni di continuità culturale modificano inevitabilmente l’immaginario collettivo. Generano aspettative. Creano memoria. Rendono possibile ciò che prima appariva improbabile. E soprattutto dimostrano che anche un piccolo centro può non limitarsi a essere scenario della cultura, ma diventare luogo nel quale la cultura viene pensata e prodotta.

Forse è questo il significato più profondo di quel “vicinu” contenuto nel nome della manifestazione. Non soltanto una prossimità geografica, ma la costruzione di una vicinanza tra persone, linguaggi, generazioni e paesi.

Dopo dieci anni, allora, la domanda non è più se Sonati Vicinu sia riuscito a diventare un festival. La domanda, molto più impegnativa, è che cosa saprà fare adesso del patrimonio immateriale che ha generato. Ed è proprio da questa domanda, più che dall’anniversario, che sembra cominciare la sua seconda storia.

VIDEO: https://youtu.be/feG99caQmR0




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Raffaella Silvestro

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