Il 18 agosto 2017, raggiunta a tempo di record la cima del Monte Bianco, lo skirunner spagnolo autore di imprese ‘impossibili’ Kilian Jornet Burgada si spoglio completamente nudo e mostrò apertamente i glutei immortalandosi in una foto che fece il giro del mondo. Un gesto che fece molto discutere e che venne interpretato da qualcuno come una semplice goliardata, una delle provocazioni di un atleta abituato a sfidare convenzioni e regole, mentre per altri rappresentò uno sberleffo fuori luogo, consumato proprio lassù, sul tetto delle Alpi, in un luogo che appartiene alla Storia dell’alpinismo e lungo le cui vie, dal 1876 in poi, generazioni di uomini e donne hanno anche perso la vita inseguendo una vetta, un sogno o, talvolta, il proprio limite.
Jornet spiegò allora che quella provocazione aveva un destinatario preciso, ovvero Jean-Marc Peillex, sindaco di Saint-Gervais-les-Bains, che aveva imposto un equipaggiamento minimo obbligatorio a chi voleva affrontare la via normale francese al Monte Bianco, una decisione che il campione catalano evidentemente considerava un’ingerenza eccessiva nella libertà dell’alpinista di scegliere come affrontare la montagna e assumersi personalmente i rischi delle proprie decisioni.
Nove anni dopo Peillex è ancora sindaco di Saint-Gervais e Kilian Jornet è ancora uno dei più grandi atleti della montagna del nostro tempo, probabilmente uno di quelli che più profondamente hanno cambiato il modo di concepire la velocità e la prestazione in alta quota, ma nel frattempo qualcosa sembra essere cambiato anche nel suo modo di guardare al Monte Bianco e, più in generale, al rapporto tra libertà, rischio e responsabilità.
Oggi, infatti, è lo stesso Jornet a lanciare sulla sua pagina facebook un appello che, riletto accanto alle immagini e alle polemiche di nove anni fa, assume quasi il sapore di un contrappasso, perché il campione ricorda di avere scalato molte volte il Monte Bianco ma sottolinea che le condizioni attuali della montagna sono serie, richiama le settimane di temperature elevate, le scarsissime precipitazioni, lo scioglimento continuo della neve e il conseguente aumento del rischio di caduta di massi, soprattutto nel famigerato couloir du Goûter, ricordando inoltre la chiusura dall’11 agosto dei rifugi Tête Rousse e Goûter.
Jornet va però oltre la fotografia della situazione contingente e invita esplicitamente chi pensa di affrontare il Monte Bianco a verificare le condizioni ufficiali prima di programmare l’ascensione, un richiamo alla prudenza e all’informazione che inevitabilmente riporta alla memoria proprio quel sindaco contro il quale nove anni fa protestava mostrando il sedere dalla cima del Bianco e che, pur con modi spesso discutibili, talvolta paternalistici e certamente inclini alla dichiarazione destinata a fare rumore, sosteneva un principio molto semplice, ovvero il Monte Bianco non è uno stadio e neppure un gigantesco terreno di gioco nel quale il talento individuale possa rendere immuni dal pericolo e dalle responsabilità.
Oggi Jornet arriva a una conclusione per molti aspetti simile, anche se partendo da un problema immensamente più grande, quello del cambiamento climatico, spiegando che le Alpi si stanno riscaldando molto rapidamente, che il permafrost si degrada, che viene meno quel ghiaccio che contribuisce alla stabilità delle pareti, che aumentano i crolli e che itinerari considerati classici possono trasformarsi o addirittura scomparire, fino a riconoscere che le condizioni di una montagna possono passare nel giro di pochissimo tempo da accettabili a estremamente pericolose. Sono considerazioni difficilmente contestabili e certamente responsabili, ma proprio per questo viene spontaneo domandarsi se in questi nove anni sia cambiato soltanto il Monte Bianco oppure se, insieme alla montagna e al clima, sia cambiato anche Kilian Jornet Burgada.
Sarebbe probabilmente troppo facile liquidare la vicenda sostenendo che il campione ribelle è semplicemente diventato adulto e ha finalmente compreso ciò che altri sostenevano già allora, perché il Monte Bianco del 2026 non è quello del 2017 e gli effetti delle estati sempre più calde sull’alta montagna sono diventati ancora più evidenti, tuttavia sarebbe altrettanto difficile non leggere nelle parole di oggi una maturazione che riguarda non soltanto l’atleta, rimasto straordinario, ma anche l’uomo e il suo modo di rapportarsi a un ambiente nel quale essere fortissimi non significa necessariamente poter fare tutto.
Essere un atleta eccezionale non significa automaticamente essere nello stesso momento un grande alpinista nel significato più profondo del termine, perché la montagna non è fatta soltanto di record, velocità, dislivelli divorati e imprese che sembrano impossibili, ma anche di attesa, rinuncia, prudenza, conoscenza e rispetto, compresa quell’umiltà che permette di accettare che in determinate condizioni, indipendentemente dalla propria preparazione e dal proprio talento, lassù semplicemente non si debba andare.
Quando si è giovani e si possiedono capacità fisiche fuori dal comune può essere facile convincersi che il proprio talento rappresenti una risposta a quasi tutto, mentre con il passare degli anni si scopre che la montagna non conosce curriculum, non attribuisce privilegi ai campioni e non fa sconti a chi possiede più medaglie, record o esperienza, così come si comprende che saper rinunciare a una vetta, quando le condizioni lo impongono, può rappresentare una prova di maturità persino superiore a quella necessaria per raggiungerla.
Forse Jornet non ha rinnegato nulla di quel ragazzo che nove anni fa mostrava le chiappe sul Monte Bianco e probabilmente conserva la stessa insofferenza verso divieti e imposizioni che considera inutili, ma le sue parole di oggi raccontano una consapevolezza diversa, nella quale la libertà in montagna non può più essere separata dalla conoscenza delle condizioni, dalla responsabilità individuale e soprattutto dalla capacità di riconoscere che esistono momenti nei quali la decisione più intelligente non consiste nel dimostrare di essere abbastanza forti per passare comunque, bensì nell’accettare che la montagna, almeno quel giorno, abbia l’ultima parola.
Il clima, dunque, in questi nove anni è certamente cambiato e il Monte Bianco sta mostrando con sempre maggiore evidenza quanto profonde possano essere le conseguenze di quel cambiamento, ma forse, fortunatamente, è cambiato anche Kilian Jornet, perché se diventare uomini significa comprendere che persino il più forte deve essere capace, qualche volta, di abbassare la testa davanti alla montagna anziché abbassarsi i pantaloni sulla sua cima, allora certamente questi nove anni non sono trascorsi invano.
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patrizio gabetti
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